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Federico Tamburini, il cinema e quel coronavirus che non spegnerà i sogni a NY

Intervista con il giovane cinematographer arrivato qui a New York proprio il giorno in cui scoppiavano bombe e che capì subito che sarebbe rimasto nonostante tutto

Federico Tamburini al lavoro

"Mi preoccupa vivere così lontano ma al tempo stesso sono sicuro che tutto si risolverà al meglio. New York ha dimostrato una forza incredibile nel riuscire a superare momenti brutti e catastrofici... New York è tantissime cose, prima di tutto una piacevole dipendenza perché se vivi qui, puoi vedere tutto, qui nascono le mode, le nuove tendenze, i nuovi gusti musicali, artistici e poi è difficile rinunciare a tutto ciò. Tutto qui è business ma è un business che si sposa bene con le tue passioni dandoti la possibilità di realizzare i tuoi sogni".

Federico Tamburini

Da sempre New York è considerata come la città delle opportunità, quella nella quale realizzare il proprio progetto di vita o magari quel tanto agognato “Sogno Americano”. Eppure l’America non è poi così lontana e New York è sempre più meta prediletta dagli italiani non solo per le proprie vacanze ma anche come destinazione lavorativa o di studio.

Oggi New York sta vivendo un nuovo dramma, questa volta legato alla pandemia di Coronavirus. La città si sta lentamente spegnendo: chiudono le famose e prestigiose Università, chiudono le scuole, si invita al lavoro da casa, chiudono i bar e i teatri di Broadway e tutti gli eventi culturali e sportivi sono stati cancellati o spostati a data da definirsi. Una sensazione stranissima per “La città che non dorme mai”. Un dramma sociale e ovviamente economico che nei giorni a seguire forse sarà ancor più acuto.

Tanti sono gli italiani che sono riusciti a ritornare a casa per stare vicini ai propri cari ma molti di più sono coloro i quali ormai vivono e lavorano in pianta stabile proprio qui nella Grande Mela. Tra coloro i quali hanno deciso di rimanere c’è Federico Tamburini, giovanissimo e assai talentuoso Cinematographer che la sua America l’ha già trovata e in gran parte conquistata con “l’arte della luce” come viene definito il lavoro del direttore della fotografia. Giunto a New York nel 2016 a soli diciotto anni, ha deciso di frequentare il prestigioso percorso di studi in Cinematographer presso la New York Film Academy con il desiderio di conoscere e padroneggiare il mezzo tecnico che muove la macchina dei sogni.

Come stai vivendo questi giorni di preoccupante emergenza legata al Coronavirus?

“Li sto vivendo, come tanti italiani espatriati, con molta apprensione; soprattutto per gli affetti più cari che sono in Italia. Io vengo dalla provincia di Como e lì la situazione è stata particolarmente grave. Mi preoccupa vivere così lontano ma al tempo stesso sono sicuro che tutto si risolverà al meglio. New York ha dimostrato una forza incredibile nel riuscire a superare momenti brutti e catastrofici come gli attacchi dell’11 Settembre; spero che la gente qui ritrovi quello spirito di comunità che ha fatto grandi gli Stati Uniti. L’Italia sta dimostrando un senso di comunità che per la mia giovane età non avevo mai vissuto; ora tocca a noi rimasti qui fare la nostra parte”.

Federico Tamburi sul set

Perché hai scelto proprio New York?

“Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che nonostante i forti dubbi al riguardo mi hanno supportato in questa mia scelta di carriera dopo aver visto il mio forte amore per questo mondo. Tra le migliori scuole cercate, ho optato per la New York Film Academy, poiché era più economica con l’opzione dei due anni (contro i 4 o 5 di altre scuole), e perché mi è stata offerta una borsa di studio dopo aver inviato il mio showreel e il mio cortometraggio “Other Side”, con il quale a 18 anni vinsi il concorso alla Prague Film School, dove studiai nell’estate del 2015”.

Come nasce il tuo legame con la macchina da presa?

“Da giovanissimo mi sono cimentato, per gioco, nel montaggio di video di vario genere, che mi hanno portato nel tempo a fare conoscenze interessanti nel mondo di YouTube, piattaforma su cui pubblicavo i miei “esercizi”. A sedici anni lavoravo per diversi canali, tra cui “Uagna”, network che allora contava qualche centinaio di migliaia di iscritti, e ora si avvicina al milione.  Dal montaggio mi sono presto spostato alle riprese, e mi sono innamorato della macchina da presa”.

Ricordi la tua prima notte a New York?

“La mia ragazza viveva già qui e quella notte ci furono dei disordini causati dall’esplosione di alcuni ordigni, uno di questi proprio sotto l’abitazione della mia fidanzata che in preda al terrore mi chiamò mentre io avevo appena messo piede a terra a New York. Già dopo quella turbolenta notte ho capito che questa sarebbe stata nonostante tutto la mia città”.

Molti che amano il cinema vogliono fare i registi, come mai hai scelto di fare invece il Direttore della Fotografia?

“Ho studiato regia il primo anno, ma è stato un corso che non mi ha entusiasmato perché non sono mai riuscito a rinunciare all’operato della camera e alla gestione delle luci e da li mi sono accorto che il mio percorso non era quello della regia bensì quello del cinematographer”.

Cos’è oggi per te la fotografia cinematografica?

“Non ho forse ancor oggi una risposta esaustiva al riguardo che soddisfi l’amore che provo nel ricoprire questo ruolo, ma in questo momento per me è essenzialmente la ricerca degli strumenti tecnici e artistici che possono portare in vita una storia creando un’immagine. La fotografia non deve abbellire ma essere di supporto alla storia che si vuole raccontare”.

Un set cinematografico di Federico Tamburini

Chi è il Cinematographer che ami di più?

“Il mio Direttore della Fotografia di riferimento è senza ombra di dubbio Roger Deackins, Academy Award per Blade Runner 2049 e più recentemente premio Oscar per il film 1917. Il suo approccio alla fotografia è per me un modello da seguire, perché è unico nella diversità e nella difficoltà dei progetti che decide di abbracciare”.

Quali esperienze hai avuto dopo la conclusione della New York Film Academy?

“Per caso su un set qui a New York ho conosciuto il mio amico e collega Gianluigi Carella, anche lui ex studente alla NYFA che lavora come regista e come montatore e poi insieme a noi si è aggiunto Enrico Sanna che studiava cinematographer con me. Abbiamo deciso di mettere insieme prima di tutto il nostro gusto e le nostre capacità soprattutto con l’idea di riportare in Italia il grande bagaglio di conoscenza e competenza acquisita durante i nostri studi qui in America. Un linguaggio americano per il mercato italiano; da questa scelta di condivisione e di lavoro è nata la nostra società di produzione “The Butic””.

Ancora giovanissimi avete quindi aperto la vostra società di produzione proprio qui in America?

“Si, abbiamo deciso di puntare su noi stessi per costruire il nostro futuro. Con la nostra società abbiamo iniziato a girare e firmare i video clip musicali di artisti italiani come Fasma, protagonista di successo all’ultima edizione di Sanremo. Questi primi lavori sono stati attenzionati da Francesco Facchinetti il quale è stato impressionato dalla nostra attitudine al lavoro nonostante la giovane età e dal linguaggio nuovo che utilizziamo per i nostri lavori; così sono nate tante altre collaborazioni importanti con artisti italiani che siamo riusciti anche a portare qui in America per girare i loro video clip. Grande successo ha riscosso il video clip che abbiamo girato per Irama, fresco vincitore del talent televisivo italiano “Amici” il cui pezzo con relativo video clip è diventato il tormentone dell’estate 2019 con quasi 75milioni di visualizzazioni. Abbiamo deciso di girare questo video a Miami e da lì è nata questa piacevole “abitudine” di portare gli artisti italiani qui in America per girare i loro video clip”.

Chi è stato l’ultimo artista italiano e quindi l’ultimo video clip che avete girato in America?

“L’ultimo progetto che abbiamo deciso di girare proprio qui a New York è stato quello legato al video clip musicale della cantante Federica Carta. Il video clip dal titolo “Bullshit” è stato da pochi giorni rilasciato su internet e siamo molto contenti del risultato ottenuto e dell’apprezzamento generale che sta riscuotendo. Stiamo seguendo tanti altri artisti a tempo pieno e anche tanti brand creando degli interessanti miscugli e ponti ideali tra Italia e Stati Uniti. Collaborazioni belle e assai stimolanti che giovano a tutti come quella fatta con il video clip per Fred De Palma con Sofia Reyes, artista messicana molto conosciuta tanto da essere considerata una delle regine della musica latino americana; il loro video clip girato lo scorso agosto a Los Angeles. Stiamo riuscendo a portare un po’ di Italia in America e viceversa e questo per me è bellissimo.

Dopo questi quattro anni di tuo soggiorno qui, cos’è per te New York?

“New York è tantissime cose, prima di tutto una piacevole dipendenza perché se vivi qui, puoi vedere tutto, qui nascono le mode, le nuove tendenze, i nuovi gusti musicali, artistici e poi è difficile rinunciare a tutto ciò. Tutto qui è business ma è un business che si sposa bene con le tue passioni dandoti la possibilità di realizzare i tuoi sogni”.

Prossimo progetto a cui tieni in particolar modo?

“Stiamo producendo un lungometraggio intitolato “Blasted”, con la probabile collaborazione di attori italiani di un certo rilievo, tra cui Giuseppe Maggio, antagonista della celeberrima serie Netflix “Baby”, con cui abbiamo già collaborato in un video musicale per Fasma, presto in uscita. Al contempo, siamo già in fase di produzione del documentario su “Visionary Days”, un evento rivoluzionario che riunisce i giovani di tutta Italia e l’Europa, in uno sforzo collettivo per sviluppo e innovazione”.

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