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Io, mamma italiana a Brooklyn, con mio figlio alla manifestazione per George Floyd

Cominciando a rispondere alle sue domande continue, ho capito che nonostante la folla e il coronavirus, dovevamo esserci con quel cartello Black Lives Matter!

di Gaia Arturi
Ho paura che se non lo vedrà con i suoi occhi non potrà immaginarlo nemmeno che le persone, se hanno bisogno di qualcosa, se si sta consumando un’ingiustizia - un crimine autorizzato - se vogliono perorare una causa, possono incontrarsi tutti insieme e magari non cambiare il mondo, ma supportarsi, stare in piedi tra l’agente di polizia e il proprio amico nero, che ha ventuno volte più probabilità di lui di essere ucciso, perché è l’unica cosa utile che possiamo fare con i nostri privilegi ricevuti in dono, gratis, senza il minimo sforzo

Ci ho pensato a lungo, è stato forte il pensiero di star facendo una cazzata, perché c’è il coronavirus, perché non sai mai come può andare a finire, perché vorrei proteggere i suoi occhi da qualsiasi atto di violenza, vorrei che non conoscesse la frustrazione, l’oppressione, la disperazione che spinge alla rivolta.

Ho impiegato un’ora per mettere una maglietta e un pantalone, ho perso tempo, ho valutato i rischi, ma alla fine ho creduto nell’opportunità.

Ne avremmo potuto parlare in casa di George Floyd, lo avevamo già fatto, ma per quanto io mi possa sforzare le mie parole non saranno mai sensazionali quanto il nuovo livello dell’ultimo videogioco, sono il brusio di sottofondo mentre altre cose molto più colorate, interattive, perfettamente calibrate alla sua fantasia, mi battono sul tempo e allora non mi resta che procedere per immagini.

Il posto. Era McCarren Park, dove andiamo tutti i giorni per fare un giro in bici, per giocare a calcio, per disegnare, mi è sembrato un fattore in più per dimostrare quanto questo ci toccasse da vicino, come nello stesso prato in cui possiamo godere dei nostri privilegi dobbiamo fermarci per difendere gli altri, quando ancora nel 2020 ne hanno bisogno.

Le persone. Tante, e torna l’ansia per il virus, tantissime, che coprono l’oasi di pace, migliaia di occhi al posto del verde brillante che vediamo sempre, tutti in ginocchio, con partecipazione e civiltà. Serve una contro-narrazione alle vetrine spaccate, servono gli sguardi emozionati, l’empatia deve sostituire la paura.

I cartelli. Abbiamo preparato il nostro facendo scegliere a lui cosa scrivere, gli veniva solo Black Lives Matter perché lo aveva visto su TikTok, imbarazzo mamma boomer, per fortuna quelli degli altri erano più didascalici e li ringrazio uno ad uno, si supponeva dovessimo stare in silenzio e invece mi sono trovata a rispondere a domande continue.

Perché BLACK TRANS LIVES MATTER – cosa significa ACAB – ma il padre del mio compagno è poliziotto ed è la persona più gentile del mondo mamma, non sarà per lui – perché I CAN’T BREATHE – chi sono tutti questi altri nomi di persone – perché NO JUSTICE NO PEACE – come è possibile che WHITE SILENCE=VIOLENCE – erano cartelli veri, non hashtag, le persone li avevano costruiti scrivendo le lettere grandi e li tenevano alti in aria e questo ha fatto la differenza, quel brusio ora aveva una forma a dargli corpo.

Le differenze. A volte mi sento immune perché penso che la prima cosa che ha visto appena nato sono state due persone di due colori diversi, di cui una particolarmente sudata e provata, quella bianca per altro. Il padre di Edoardo è brasiliano, è l’immagine più naturale che conosca, il suo archetipo. Mio marito è di religione ebraica, mangiamo kosher e rispettiamo le festività, conosce religioni diverse e come queste possano convivere. Non batte ciglio se vede due persone dello stesso sesso che si baciano, che si sposano, che hanno figli, o che cambiano genere.

Questo potrebbe farmi tirare un sospiro di sollievo, e invece no, perché alla fine della giornata viviamo in un microcosmo hipster che beve solo latte di soia e mangia solo avocado, va in una scuola dove le percentuali etniche sono registrate e comunicate ogni anno, siamo tutti diversi, ci vogliamo tutti bene ma occhio a non superare il 33,3%, è così “moderno” che l’altro giorno c’ho messo un’ora, invano, per dare spiegazioni sul perché i rapper neri dovrebbero chiamarsi “ni*gga” tra loro, perché se è offensivo lo dicono proprio loro, perché lo ripetono sempre nelle canzoni.

Appartiene a una generazione WHATEVER, smarmellata che non giudica perché non focalizza nemmeno, iperstimolata, già sfiancata (sempre meglio della mia che le ore libere le passava a guardare “Non è la Rai”), che mi sfugge tra le mani, forse sarà capitato anche ai nostri genitori, ma mi sembra più veloce.

Ho paura che se non lo vedrà con i suoi occhi non potrà immaginarlo nemmeno che le persone, se hanno bisogno di qualcosa, se si sta consumando un’ingiustizia – un crimine autorizzato – se vogliono perorare una causa, possono incontrarsi tutti insieme e magari non cambiare il mondo, ma supportarsi, stare in piedi tra l’agente di polizia e il proprio amico nero, che ha VENTUNO volte più probabilità di lui di essere ucciso, perché è l’unica cosa utile che possiamo fare con i nostri privilegi ricevuti in dono, gratis, senza il minimo sforzo.

Nell’ora che ho passato a vestirmi in moviola hanno giocato un ruolo decisivo, e voglio ringraziarli per questo:

Daniel Bedusa – che mi da il coraggio che spesso mi manca ed è al mio fianco nella “whatever situation” tutti i giorni.

Angela Scalzo – la mamma della mia migliore amica, attivista con SOS Razzismo Italia e della quale ho potuto ammirare i risultati spiando come si inculca l’antirazzismo nei figli come se fosse un vaccino, anno per anno, in ogni minima occasione, da quando nascono.

Greenpointers – la community del mio quartiere che si è fatta portavoce di questa iniziativa, è una cosa che in Italia non avevo mai sperimentato ma che funziona davvero, sapevo che sarebbe stata pacifica.

Ora passerò i prossimi sei mesi a sentire le apprensioni di mia madre per aver portato mio figlio in un posto affollato e con il clima incerto. E’ una ruota ed è bello vederla girare.

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