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Nel mondo post Covid-19 che ci attende, l’occasione per prosperare con gli Italici

Le rimesse degli italiani all’estero ormai sono arrivate a dieci miliardi di dollari: l’Italia con i paesi a forte presenza italica può tornare potenza economica

Immagini da Flickr/Michael Coghlan

La nostra idea è che l’Italia e i paesi dove vivono gli italici possano dare luogo a forme di solidarietà italica, di reciprocità, di interazione vincente e proficua. Si tratta di una via che pochi altri possono vantare: imprese italiane ed italiche in grado di agire insieme e con forme di partnership nuove in un processo business win to win. Pensiamo al turismo delle radici dei tanti italodiscendenti.  Pensiamo a modi nuovi di diffondere e promuovere il Made in Italy, o quello che chiamiamo ormai il Post-Made in Italy...

Ci sono cose di grande valore, che, per tante ragioni, non percepiamo tali. A volte perché troppo vicine e, quindi, date per scontato. Altre volte perché non abbiamo ben compreso quanto siano preziose, forse perché nessuno ce lo ha spiegato bene.

In questo momento storico di profondi cambiamenti imposti dal Covid 19, qualcosa, a me pare, continua a sfuggire. Sfugge alla discussione pubblica, a quella mediatica se non in pochi casi, sfugge anche agli italiani stessi. Eppure quelle cose sono sotto il nostro naso, a portata di mano.

In questi mesi si è parlato molto di Europa, come è giusto che sia. Si è parlato del tema della solidarietà, come ribadito, visto che lo afferma da tempo, da Jurgen Habermas: “senza la volontà politica da parte della Germania di disinnescare la bomba a orologeria degli squilibri macroeconomici, è probabile che l’ ‘Europa a diverse velocità’ sia destinata al fallimento”. Basta all’Europa dei paesi del Nord contro quelli del Sud. Un copione già visto in Italia, nella nostra conflittualità Nord-Sud. Che poi, quando parliamo di solidarietà, non dobbiamo interpretare “male” come Habermas chiarisce: “la solidarietà non equivale alla carità: agire per solidarietà vuol dire accettare possibili svantaggi rispetto al proprio interesse personale, nella speranza che in una situazione analoga il prossimo faccia lo stesso”.

Tuttavia, quella cosa di valore che stiamo introducendo non è l’Europa.

Per noi è altro:  è il mondo italico sparso nel globo.

Ma, a me pare, non ci accorgiamo, perlomeno in Italia, della sua grande forza e peso.

La nostra idea è che l’Italia e i paesi a forte presenza italica possano dare luogo a forme di solidarietà italica, di reciprocità, di interazione vincente e proficua. Si tratta di una via che pochi altri possono vantare. Per similitudine, il paragone è quello di una sorta di Commonwhealt, che noi potremmo tradurre come la consapevolezza di un comune benessere italico. Qualcosa del genere era accaduto nei secoli scorsi, anche se il contesto era differente, quando le rimesse degli emigranti hanno costituito un elemento fondamentale dell’economia italiana, la base per investimenti soprattutto in quel periodo che in Italia fu denominato il “miracolo economico”. Dal 2004 quelle rimesse sono tornate ad aumentare dopo alcuni decenni di stagnazione. Nel 2017 le rimesse degli italiani all’estero sono ammontate a 9,8 miliardi di dollari. Dal 2015 superano costantemente quelle degli immigrati in Italia. Si tratta di un trend che va stabilizzandosi.

Se questo è un segno evidente dell’importanza italica noi ci spostiamo più in là.

In altre parole, possiamo pensare ad una via di sviluppo italico, intesa come la capacità di creare forme di solidarietà italica attraverso la capacità di dare vita a progetti congiunti in aiuto dell’Italia e dei paesi dove risiedono gli italici, creando un processo virtuoso? Noi crediamo di sì.

Il mondo italico, quello fatto da oriundi, ma anche da italofili, cioè coloro che pur non avendo sangue italiano si riconoscono e vivono la cultura italiana fuori dall’Italia, consumano  prodotti italiani, amano il made in Italy, insomma sentono un legame con tale cultura, contribuendo al dipanarsi di una narrazione italica, rappresenta una straordinaria opportunità globale.

Italian Ballade: painted in New York, on March 15, 2020, by Flavio Bragaloni

Eppure questo lascito esclusivo, un’ eredità che nasce dalle strade e dai mari percorsi nei secoli da condottieri, commercianti, navigatori, scienziati prima dell’Unità e poi dalle grandi masse subito dopo; sembra ancora non suscitare entusiasmi, energie, interessi. Questa rete potenziale di 250 milioni di persone c’è, agisce, si muove, crea consapevolmente o meno iniziative, luoghi di incontro, attività. Eppure tutto appare così legato alla buona volontà di alcuni, spesso di chi dall’Italia se ne andato e persevera ostinatamente nel preservare e diffondere una memoria che sembra non sbiadire mai. Anche quando, dalle parole di chi potrebbe fare qualcosa risuona sempre la stessa solfa: “gli italiani all’estero sono i primi ambasciatori dell’Italia nel mondo”. Parole a cui non seguono mai veri e propri fatti concreti. Aleggia ancora  in molti casi quell’immaginario degli italiani nel mondo come cittadini di serie b.

Ma quello che pensiamo è che la via di uscita non è neanche inserirli in un progetto italiano, cioè in una sorta di italianizzazione degli italici attraverso investimenti più massicci dal centro per diffondere la presenza italiana all’estero. Diversamente, pensiamo ad una via italica di sviluppo dove le parti collaborano insieme nella loro diversità. Siamo oramai da tempo, come ci ha raccontato profeticamente Manuel Castells, nella Network society. Bene, allora pensiamo a come costruire e avvantaggiarsi di una network society italica in un mondo post-coranovirus..

Pensiamo, ad esempio al business, imprese italiane ed italiche in grado di agire insieme e con forme di partnership nuove in un processo win to win. Un tema che dovrebbe veder protagoniste le Camere di Commercio italiane all’estero. Pensiamo al turismo delle radici dei tanti italodiscendenti.  Pensiamo a modi nuovi di diffondere e promuovere il made in Italy, o quello che io stesso chiamo Post-made in italy.

Sembra che questo potenziale, soprattutto in Italia, non sia visto. Ci sia poca consapevolezza. Il più prezioso dei nostri “oggetti” che non sappiamo di avere. Commettiamo lo stesso errore che Habermas vede nella politica tedesca, quello di rimanere schiacciati nei classici problemi di una politica del ‘900, anacronistica, poco attenta o cosa accada fuori dalla sua portata: “La grande maggioranza dei politici tedeschi teme le reazioni di rabbia dei propri elettori nel caso di una resa. Tanto più che sono stati loro stessi ad alimentare e stuzzicare il nazionalismo economico autoreferenziale e l’autocelebrazione dell’export tedesco come campione del mondo, non senza la compiacenza della stampa, peraltro”. Mali anche nostri.

Per questo e per molto altro ritengo che sia finito il tempo di lavorare sugli italici. Lo abbiamo fatto. Abbiamo scritto molto. Questo momento storico ce lo sta insegnando. Acceleriamo! Adesso è il momento di lavorare con gli italici.

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