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Birre e riti di caccia nel wilderness canadese

Il Fiume Yukon dal Midnight Dome, la montagna che sovrasta Dawson City. Ore 21

Il Fiume Yukon dal Midnight Dome, la montagna che sovrasta Dawson City. Ore 21

La bellezza dello Yukon Territory conquista cercatori d'oro e turisti. Ma si tratta di un ecosistema delicato, molto sensibile alla presenza dell'uomo

 
Vivere in un paese in mezzo al wilderness Canadese è dura, soprattutto durante la stagione invernale. A queste latitudini da novembre a marzo, il sole non sorge praticamente mai del tutto. Rimane timidamente nascosto dietro le montagne e conferisce un colore bluastro alle spesse nubi che ricoprono sempre il cielo. È incredibile notare come la gente si abitui a tanta oscurità e freddo (-60C a volte), senza uscire di testa.
D'estate è invece tutto il contrario. Già in questi giorni  le giornate sono molto lunghe e il sole è alto ancora dopo le 23. Da metà giugno si avranno invece 24 ore di luce, caldo afoso durante il giorno e freddo di notte.
 
Molti sono gli abitanti che si dedicano al settore dell'estrazione dell'oro. Il lavoro non manca.  Non c'è più la fretta della Gold Rush di accaparrarsi un pezzo di terreno per setacciare il letto del fiume e i siti di estrazione intorno alla città di Dawson sono numerosi e ben funzionanti. Ogni anno giungono da tutto il Canada operai specializzati con un contratto semestrale in tasca, per brevi campi di lavoro, pagati anche 50$ l'ora a seconda della mansione. Alcuni rimangono conquistati dalla bellezza dello Yukon Territory e non fanno più ritorno. Come è sempre stato, del resto.
 
Grossa fetta dell'economia è sicuramente il turismo. Già a fine maggio a Dawson City, capitale della cultura dello YT, arrivano i professionisti della ristorazione, compagnie di danza (principalmente country e can can), musicisti e guide turistiche. I preparativi cominciano subito in attesa delle circa 15.000 persone che ogni anno affollano le strade del centro, dividendosi tra bar, festival musicali ed escursioni sul fiume Yukon o per i sentieri in montagna gestiti da Parks Canada.
 
I giovani del posto sono quasi tutti impiegati dalle aziende locali e non perdono tempo a spendere gran parte dei propri guadagni in lunghe maratone di party ad alto tasso alcolico. Il PIT, bar del centro, è affollato quasi ogni sera e non è cosa rara che qualcuno, suonando la campana al bancone, offra da bere a tutti i presenti, pagando spesso un conto da 300$ solo di birre e shots, per gente che non conosce neanche.
Seduti nel solito angolo del bar, un gruppo di nativi si ubriaca silenziosamente, bevendo birra locale dalle prime ore del pomeriggio fino a tarda notte. Qualcuno di loro ogni tanto si avvicina per raccontarmi delle storie. Interessante è stato scoprire  il rito che tuttora si usa per l'uccisione di alci e Caribou. Dopo aver sparato all'animale, bisogna assicurarsi che sia morto. Si prega quindi per la sua anima e si procede con la decapitazione. La testa, un volta rimossa, va deposta lontano "affinché non guardi ciò che viene fatto al corpo". Se si ha poco tempo, si possono cavare gli occhi dell'animale, sempre per lo stesso motivo. Il rito è un importante segno di rispetto ed "evita che lo spirito della vittima ti perseguiti nel sogno". 
Si procede poi all'esportazione degli organi, con particolare cura per il cuore, ritenuto la parte più tenera e dolce, e si carica la carcassa su un pickup per trasportarlo verso i luoghi adibiti alla macellazione. La carne viene poi conservata in freezer e sfama una famiglia per almeno due settimane
Sembra ci sia una discreta convivenza tra i locali e il wilderness, "tuttavia" dice Shannon, giovane guida locale per Parks Canada "basta davvero poco per disturbare gli animali. I Caribou, che sono la specie indicatrice della tundra, emigrano ogni anno a migliaia tra Canada e Alaska, ma sono sempre più disturbati dalla presenza, anche minima, dell'uomo. Basta il rombo di un aereo di linea, un cabin con il fuoco acceso, per turbare la loro delicatissima sensibilità e causare problemi anche gravi come inappetenza, disorientamento, stress e addirittura infertilità. Io amo il mio lavoro, i turisti mi pagano da vivere, ma spesso penso che non li vorrei mai più vedere da queste parti. Non è un parco dei divertimenti, qua basta fare un'idiozia, come urlare troppo forte nella foresta, e un branco di lupi potrebbe non tornare mai più nella stessa zona, per paura di incontrare l'uomo. Io ho scelto di fare questo lavoro per proteggere questo mondo, il mio mondo". Mi viene da pensare che se in un territorio così vasto basta poco per danneggiare la natura, nella nostra minuscola Europa, in cui tutto è ormai compatto e recintato, non possiamo che tentare di tenere in vita l'ambiente con un'azione di controllo costante e comunque sempre in perdita. A difesa di queste immensità restano comunque i venti gelidi che soffiano senza pietà e le distanze, spesso incolmabili con qualunque mezzo terrestre.
La prossima volta scopriremo assieme le tracce, ancora evidenti, di un noto esploratore italiano che è passato da queste parti nel 1965.

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