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Dentro la grotta assaltato dai mosconi

Nella foto la

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La seconda parte del'avventura di Igor fuori dal tempo, da solo per un mese nelle viscere del Monte Pellegrino

(Seconda parte. Per la prima parte leggere qui)

Finalmente ero in grotta, da solo, nel mio campo nel grembo di Monte Pellegrino.

Sentivo le voci dei ragazzi del team del Soccorso che si allontanavano dal pozzo. Le luci delle torce pian piano sparirono.

Rimasi almeno venti minuti a testa in su a guardare il lontano foro di accesso. Quando il collo cominciò a farmi male, carico di nostalgia per il mondo che avevo appena  lasciato, mi spostai nella "zona asciutta" per cominciare l’ambientamento.

Il rumore delle gocce d’acqua che cadevano sul telo di plastica, che mi faceva da tetto, mi infastidiva parecchio.

Preparai la cena con un minuscolo fornellino a gas e realizzai che mi ero scordato il sale.

Che idiota! Avevo portato solo pepe e peperoncino. Pazienza, alla fine avrei potuto anche farne a meno.

Quando montai per la prima volta la brandina invece, vidi che le tavole che avevamo piazzato per terra, per avere un minimo di pavimentazione calpestabile anche a piedi scalzi, erano completamente storte.

Avrei dormito quindi ogni “notte” su un lettino pendente a sinistra e inclinato in avanti.

Mi infilai nel sacco a pelo e notai che i piedi della branda uscivano per almeno quindici centimetri dalla zona coperta ed erano esposti allo stillicidio.  Sebbene avessi piazzato dei sacchetti di plastica come tettoia di emergenza, l’acqua trovava sempre la via di fuga per scivolare sul lettino.

La prima notte, spenta la lampadina da 9V, rimasi al buio assoluto. Il mio battito cardiaco aumentò sensibilmente. Accendendo la frontalina del casco notai che il mio fiato condensava immediatamente ed era visibile al fascio luminoso sotto forma di minuscole goccioline d’acqua. Mi sentivo soffocare, l'aria era pesante e immobile. Quando avevo ormai quasi perso il controllo, una inaspettata corrente d’aria fresca scivolò nelle viscere della grotta e mi avvolse completamente. Inspirai a pieni polmoni e ripresi fiducia in me. Era come se vi fosse un respiro naturale della montagna.

Periodicamente, per via di differenziali di pressione e temperatura tra interno ed esterno, un flusso d’aria invadeva il pozzo e tornava in superficie.

Rimasi affascinato da questo fenomeno a me completamente sconosciuto che dava alla roccia le sembianze di un immenso organismo vivente.

L’umidità del 100% in un ambiente che non ha mai visto il sole significa che ciò che si bagna rimane tale. Dovevo quindi sottoporre il campo a una costante manutenzione affinché i miei vestiti non facessero la muffa. I primi giorni passarono abbastanza lentamente. Il mio orientamento temporale svanì dopo il primo sonno. Quanto avevo dormito la prima notte?

In realtà, pensai, la cosa non aveva poi grande importanza. Sarebbe bastato ascoltare il mio corpo e mantenere dei ritmi di sonno e veglia dettati solo dal mio senso di stanchezza o di vitalità. Non c’era molto da fare durante il mio giorno. Avevo dei libri, una chitarra e un diario da scrivere. Se non ero impegnato alla manutenzione del campo passavo ore a guardare le concrezioni di roccia intorno a me.

Non avevo molta voglia di abbandonare la zona asciutta per esplorare il mondo intorno al campo. 

Una mattina mi svegliai con il ronzio di alcuni insetti che volavano intorno alla branda.

Al buio avevo la percezione di sapere esattamente le traiettorie che disegnavano volando e dove si posavano per riposare.

Erano mosconi, fastidiosi e molesti. Non appena accendevo la luce sul casco infatti, questi ne venivano attratti e si fiondavano disperati sulla mia faccia, scambiando la lampadina per una via di fuga.

Dopo qualche minuto mi ritrovai assediato, erano diventati almeno una ventina e mi sentivo tra gli ignavi dell’inferno. Cominciai nervosamente a smanazzare intorno a me facendone fuori alcuni. Erano troppi, non avevo intenzione di perdere ore a dare la caccia alle mosche.

Rimasi quindi a luci spente per evitare il supplizio. Dopo un po’ erano meno attivi e volavano più lentamente. Si poggiavano sulle pareti di roccia e rimanevano immobili per ore.

Evidentemente i diciotto gradi della grotta e l’assenza di sole li intorpidivano fino ad ucciderli.

Ma perché  i mosconi entravano nel campo solo per morire?

Erano attratti dal mio odore e dalla luce e non riuscivano a risalire per via della corrente contraria? Questo fenomeno si verificava ogni giorno e il mio ritmo di veglia ne venne irrimediabilmente influenzato. Mi svegliavo quando tutto era calmo e silenzioso pensando fuori fosse notte e facevo colazione in attesa dell’invasione, che era diventata un pensiero ossessivo.

Il fatto che non riuscissi neanche a leggere, mi convinse che la mia permanenza si sarebbe potuta ridurre a una banalissima, grottesca, guerra personale contro dei mosconi.

Ero furioso, stavo dando di testa. Nonostante il team di supporto avesse posto un telo all’ingresso, era chiaro che gli insetti non si sarebbero mai fermati. Venivano infatti risucchiati, attraverso varie fratture in superficie, dal respiro del pozzo e intrappolati poi dalle tenebre e dal freddo.

Questo avvenne anche con delle api e con le zanzare.

 

Nel prossimo episodio: l'ossessione degli insetti e soluzioni alternative, terremoto in grotta e i momenti magici al confine tra il sogno e la realtà.

Il blog di Igor

 

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