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Storia di un’avventura mancata

Nelle foreste popolate dagli orsi della Slovenia, un imprevisto cambiamento del meteo, mette fine a un viaggio appena iniziato. Spesso azione e rinuncia sono inscindibili. L’avventura è innanzitutto poter tornare a raccontare con gioia di vivere

Come preparazione alla spedizione dello Yukon, ancor prima di recarmi in Canada, lo scorso ottobre,  mi recai in Slovenia per attraversare una foresta nota per la presenza di orsi, senza mezzi di comunicazione, da solo.  Per orientarmi: mappa e bussola. Obiettivo: muovermi in autosufficienza in un luogo selvaggio in vista di prove più impegnative.

Questo brano è tratto dal diario che ho scritto al mio rientro, dopo la sfortunata esercitazione: 

Una mattina il mio amico guardiacaccia mi accompagna in jeep all'ingresso di una grande vallata, la zona più fredda della riserva, al confine con la Croazia. Punto di partenza sud-ovest. Zero gradi la temperatura dell’aria,  cielo terso e luce spettacolare. Prima di andar via, il cacciatore mi lascia un’accetta, un paio di pacchi di fiammiferi antivento e mi indica con la mano la direzione da seguire, in linea d’aria, per arrivare a destinazione entro quattro giorni. La mia conoscenza degli orsi, a suo dire, è sufficiente a non dare fastidio agli animali e a non espormi a rischi.
Lo zaino e l’attrezzatura (per un peso di trenta chilogrammi circa) sono ben caricati sulle spalle, l’umore e l’entusiasmo alle stelle. Mi sono allenato tutta l'estate per questa prova. Direzione da seguire:  nord-ovest, spezzando la rotta qua e là per evitare eccessivi dislivelli e le mangiatoie per gli erbivori.

Poi, il silenzio. Un silenzio da profondità marine. Muovendomi fuori sentiero nei tratti meno ripidi e “sporchi”, cerco sin da subito di camminare con un passo controllato e attento.
Ovviamente, essendo nella riserva con più alta densità di orsi per ettaro in Europa (non la seconda, come pensavo), scelgo il compromesso “silenzio, ma non sorprendiamo l’orso!”. Evito quindi di infilarmi in aree troppo intricate e di seguire le numerose orme fresche. La percezione di solitudine senza un mezzo di comunicazione addosso è veramente forte. In questi luoghi la vulnerabilità è alle stelle.

Filmicamente parlando, l'offroad si rivela troppo rumoroso sin da subito e gli unici esseri che arrivano a portata di telecamera sono i cervi giovani. Ingenui e curiosi.  Procedo goffo e pesante come un astronauta. Immortalare animali sulla via era un tentativo che sapevo già essere arduo, ma i risultati ottenuti sono ancora più scarsi del previsto. Pazienza. Ipotizzo allora di fare degli appostamenti mattutini e serali, togliendo alcune ore alla marcia giornaliera. Ma arrivare a destinazione  in quattro giorni in queste condizioni è molto difficile, considerato anche il tempo di allestire il campo, fare il fuoco, rifocillarsi e orientarsi senza sbagliare. La fretta non ha mai pagato nel lavori sulla natura. La natura, per dirla alla  Carmelo Bene “se ne fotte!”.

Cammino sospeso fra pensieri e progetti, immerso in un cadere di foglie in una luce fioca e fredda, che macchiano il sottobosco bagnato. Una gran quantità di funghi, principalmente amanite, emergono prepotenti tra le radici degli alberi.
Ecco manifestarsi, in questo scenario fiabesco, i segni del carsismo. Più di una volta sprofondo fino al ginocchio in buche del terreno coperte dal fogliame, ma per fortuna quelle veramente pericolose sono evidenti e sempre riconoscibili , per via delle rocce chiare che le contornano. Se cadessi in uno di quei buchi neri non mi troverebbero mai. 
Non posso affrettare il passo più di tanto in un tale scenario, me ne perderei l’essenza e sarebbe poco prudente. Non posso neanche temporeggiare troppo. L’ unico modo per comunicare un ritardo al mio amico sarebbe raggiungere una zona abitata da boscaioli, lontana alcune decine di chilometri, e trovare un telefono.
Capisco presto di essere stato incapace di fare un programma adeguato per le riprese e che dovrei scegliere una zona per cominciare gli appostamenti.

Quattro del pomeriggio. L' atmosfera cambia. Cammino in un prato disseminato da escrementi di animali, parecchi sono di orso. Tutto si incupisce. Lascio su un albero un bigliettino con l'orario del mio passaggio. Poi mi prende una strana fretta e mi addentro in una zona che sembra lo scenario di un film di Tim Burton. Inquietante. Salgo di quota fino a millecinquecento metri per un vecchio sentiero di rocce e rami spezzati. Sulla mappa questa zona è segnata come “Inferno” (per la difficoltà delle strade e dei sentieri). Gli antichi avranno avuto non pochi problemi a tracciare queste piste. Ora tuttavia sono in disuso e hanno un’aria sinistra. Il nome mi sembra perfettamente calzante all'atmosfera.

Arrivo a un trivio che è un insieme disordinato di alberi secchi e pietre. Sono titubante, non so che direzione prendere. Dovrei seguire a nord ovest, ma un intricato cimitero di alberi abbattuti mi fa desistere. Faccio qualche passo verso est e un groviglio di legna secca mi respinge come una falange. Potrei fare il primo appostamento, ma vorrei prima preparare il campo e capire meglio dove sono. Non è più orario per mettersi a girovagare. Nel silenzio assordante preparo il mio bivacco e mangio qualcosa. Preparo il fuoco e nascondo il sacco dei viveri su un albero. Questa tecnica è stata giudicata inutile dai locali, ma è buona norma dormire lontano dal cibo.

Guardo e riguardo la carta. Non c’è un trivio, solo foresta! Seguire la stessa rotta potrebbe significare, domani, cimentarsi in un pezzo di offroad che richiede lavoro con l’accetta e un buon intuito. Altro che riprese! Sia a destra che a sinistra mi guardano alberi morti e fitti arbusti che fanno passare qualsiasi voglia di affrontarli. Sono stanco.

Il fuoco mi tiene compagnia per qualche ora, mentre attendo la notte per fare qualche foto al cielo stellato. La vita dell’uomo primitivo deve essere stata più dura di quanto immaginiamo. Solo, in allerta costante, con il pericolo di essere mangiato vivo da chissà quali bestie del passato (che lo temevano ben poco!),  con la consapevolezza di poter morire di fame  e senza mappe!
Penso a questo mentre guardo calare le tenebre. Alle otto è buio pesto. Il silenzio è ora rotto solo da qualche animale che fa rotolare pietre qua e là. Lo stesso rumore viene poi da direzioni diverse. Sussulto di continuo, raggomitolato nel mio telo di plastica. Improvvisamente tutto tace. Si alza una lieve brezza notturna. Prendo sonno con un brutto presentimento. La temperatura si aggira intorno ai cinque gradi quando apro gli occhi, disturbato da una folata di vento umido. È ancora buio, da lontano bramisce un cervo. Mi rassereno. 

Sorge il sole, il cielo è grigio e piove. Ma non erano previsti tre giorni di bel tempo? Le nuvole sono dense e ricoprono già la cima di millesettecento metri che sovrasta il campo. Non vi sono macchie di azzurro fino all’orizzonte. Mi fidavo già poco di quel bollettino! Avrei dovuto guardarne altri! La scelta è continuare per un percorso difficile e incerto (nonchè inquietante e lugubre), o tornare su un sentiero noto e poi mettermi su una sterrata in direzione di un villaggio. Passo diversi minuti nell’ incertezza. Poi prevale il buonsenso. E se peggiorasse? Se la nebbia scendesse di quota? Sarebbe già difficile con il bel tempo, non posso rischiare che mi vengano a cercare.  Se si sollevasse un pò di bora spazzerebbe via le nubi e rientrerei nel bosco, ma è una vana speranza! Addio appostamenti. Addio marcia e riprese. Un grosso cervo maschio corre davanti a me, tra le rocce. Sembra invitarmi a imboccare la strada di ritorno. Lo guardo sparire tra gli arbusti. Le strade che attraverso sono abbandonate da anni. Mi sento davvero solo adesso. Devo tornare, o vagherò presto nella nebbia in quel labirinto.

Percorro sedici chilometri in poche ore, a passo spedito, indovinando tutte le deviazioni. Arriva la nebbia, come temevo. Fisicamente non avverto molta fatica, la cosa mi fa piacere da un lato e mi mette tristezza dall’altro. In totale camminerò per venticinque chilometri.
Giunto al villaggio più vicino cerco un telefono. È finita ancora prima di cominciare. Il mio amico è contento di sentirmi: "Il tempo è cambiato in peggio, giù non fa altro che piovere e la nebbia è fitta già a ottocento metri". È andata bene.

Mi ero giocato un livello di esposizione più elevato del solito: la traversata di una foresta di decine di migliaia di ettari senza mezzi di comunicazione. Parallelamente, ho dovuto alzare il livello di prudenza. Azione e rinuncia sono spesso un legame inscindibile. L’avventura è innanzitutto poter tornare a raccontare con gioia di vivere. Ricomincerò a sognare a occhi aperti in Canada,  a novembre. La Slovenia rimarrà nei ricordi come un mare verde, gente fantastica, ma soprattutto come un suono lungo e vibrante: il bramito del cervo che dirada la nebbia nelle mattine di settembre.

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