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Slovenia: l’uomo che faceva il lavoro di Dio

In uno dei boschi più affascinanti d'Europa, a sud della Slovenia, Anton Marincic, tra i massimi esperti di orsi al mondo, gestisce la fauna locale da più di trent’anni. "Questo è l’unico modo in cui possono coesistere uomo e natura. Tutto il resto è utopia"

In questi ultimi tre anni sono stato spesso ospite della famiglia Marincic, che vive ai margini di uno dei boschi più belli e affascinanti d’Europa, a sud della Slovenia. Durante questi felici periodi passati tra piacere e lavoro, ho avuto la fortuna di seguire  Anton Marincic, tra i massimi esperti di orsi in Europa e nel mondo, cacciatore vecchio stile, guida paziente e meticolosa della riserva naturale della quale “gestisce” la fauna da più di trent’anni.

Definire il suo un normale “lavoro” sarebbe estremamente limitativo. Anton è a disposizione della riserva ventiquattro ore su ventiquattro per sette giorni a settimana per quasi trecentosessanta giorni all’anno. La natura non dorme mai e neanche a lui è concesso dormire molto. Capita per esempio che, come ho potuto vedere di persona, venga svegliato la mattina presto perché un piccolo di orso è finito sotto un treno. Il Marincic e il fedele Gaj, il cane da traccia che lo segue da più di un decennio, partono immediatamente per assistere la polizia e per fare i rilievi sul cadavere. Viene accertato il decesso dell’animale, verificato che non ci sia ancora mamma orsa in giro a sorvegliare il piccolo e vengono fatti tutti i prelievi di tessuto e le misurazioni del caso. Queste verranno poi catalogate dagli esperti che monitorano la popolazione di erbivori e carnivori, effettuando censimenti e collaborando all’elaborazione degli alberi genealogici.

È chiaro che gli animali non seguono i programmi e i confini dell’uomo, ma poiché intorno ai centottantamila ettari di foresta vi è una discreta urbanizzazione, i gestori del parco devono tentare in tutti i modi di mantenere il difficile equilibrio di questo ecosistema, che normalmente è opera della natura, ma che in virtù di confini così ristretti non può non essere sottoposto a un controllo. Insieme ad Anton, diversi guardiacaccia, veterinari, biologi, cercano di tenere i grossi carnivori all’interno dei confini, foraggiandoli con mangiatoie piazzate in punti strategici, stimando il numero degli animali da abbattere periodicamente, in base a condizioni di salute, età e sesso. In natura i predatori sono l’unico vero “filtro” che evita il sovrappopolamento degli erbivori, che possono diventare una vera e propria piaga per il bosco e le piante giovani.

Succederebbe quindi come in Sicilia dove, in seguito allo sterminio dei carnivori, in certe zone sono aumentati a dismisura  i cinghiali, i daini e i conigli, provocando ingenti danni ai boschi e alle coltivazioni. Purtroppo nella foresta slovena non si può arrivare a un numero sufficiente di orsi e lupi che possano contenere da soli gli erbivori, perché avrebbero bisogno, in proporzione, di spazi molto più ampi in cui muoversi. Seguita con attenzione e grandissimo controllo, la politica dei piani di abbattimento, non è che una prevenzione di fenomeni ben più gravi quali il bracconaggio, le vendette da parte dei pastori, i danni alla già fragile economia rurale delle zone limitrofe.

Anton e i suoi guardiacaccia guidano spesso studenti e scolaresche sui palchi di avvistamento, attraverso sentieri che vengono puliti giornalmente, seguendo regole fiscali per non disturbare gli animali e mostrarli ai visitatori senza pericoli. Periodicamente, nelle strutture della riserva, vengono organizzati workshop, mostre, conferenze, per continuare l’importante lavoro di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle coscienze delle nuove generazioni che erediteranno questo patrimonio.

“L’uomo non può pretendere di proteggere la natura lasciandola agire liberamente in territori così piccoli, poiché in breve tempo ci sarebbero dei problemi enormi dovuti alla velocità con cui essa si riappropria del proprio spazio. I carnivori verrebbero presto visti come una minaccia seria per il bestiame e verrebbero cacciati indiscriminatamente, così come gli erbivori al pascolo nei campi coltivati. Nel giro di qualche anno la riserva fallirebbe. Stiamo proteggendo la foresta da noi stessi. Purtroppo è l’unico modo in cui possiamo far coesistere l’uomo e la natura, allo stato attuale delle cose. Tutto il resto è utopia, specie in Europa”. Anton sa bene di cosa parla. Non a caso è stato spesso convocato da numerose riserve del mondo, fino alla Nuova Zelanda, per consulenze in materia, specie di orsi. Anche se all’inizio mi sembravano esagerazioni, ho toccato con mano la sua cura maniacale e la devozione che dimostra per questa causa.

 Il nostro amico prima o poi andrà in pensione, ma per il fatto che non ha mai passato più di qualche settimana fuori dal suo bosco, nessuno crede che riuscirà mai ad allontanarsene. Sul suo successore ha ancora forti dubbi. Quando discutiamo della mia generazione mi dice sempre con un forte accento: “Siete generazione da abbattere, perché no sapete ascoltare e siete bravi a stare seduti, ma qua fuori no sapete fare niente”. Non posso dargli torto. Si è un po’ ammorbidito con me quando ha saputo del mio tentativo di attraversare i boschi sloveni in solitaria, senza mezzi di comunicazione. Mi ha detto “sei stato bravo a non perderti, qua ci perdiamo anche noi e se finisci nei buchi (voragini nel suolo dovute al fenomeno del carsismo. n.d.a.) non possono mai trovarti”. Mi ha poi preso in giro per una settimana quando, durante delle riprese serali, mi aveva lasciato da solo su un albero a riprendere gli orsi ed ero arrivato con notevole ritardo all’appuntamento con lui. Il motivo era semplice: una femmina di orso con tre cuccioli era stata messa in fuga dall’arrivo di un grosso cervo e si era rifugiata proprio sotto al mio albero. Al buio e con la nebbia potevo solo sentirla camminarmi intorno, ma dovevo scendere per andare a piedi al luogo dell’appuntamento. Aspettai a lungo e alla fine, per non fare brutta figura, corsi verso la luce dei fari che trapelava tra le sagome fitte e nere degli alberi.

Nella corsa del ritorno persi la sua mantella (che ritrovammo il giorno dopo rosicchiata dagli orsi) e non perse occasione per ridere con me dell’accaduto “Eh si! Te la sei proprio fatta addosso! Documentarista esperto!”. Certo non avrei mai pensato di competere con un uomo che fa praticamente il lavoro di Dio.

Potete seguire le avventure di Igor D'India sul blog www.igordindia.it/myblog

 

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