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In Africa non si scherza

Quando l'esercito ci prelevò con la forza in Niger: “O pagate o vi consegniamo alla Gendarmeriè”. E anche se le regole erano inventate e applicate in maniera arbitraria, finimmo per doverle accettarle

“In Africa non si scherza” mi disse una volta un bravo fotografo di guerra. Aveva alle spalle dieci conflitti tra cui l' Iraq, l'Afghanistan, la Bosnia, il Libano. Viveva in una mansarda con tetto basso spiovente a Torino. Non si vive nel lusso in questo settore. “Solo in Africa non lavoro mai – diceva – perchè spesso devi muoverti in incognito… e là è impossibile fare finta di essere ciò che non sei. Sarebbe più facile andare in Transnistria!”. Dal basso dei miei ventuno anni, appena di ritorno dall'Ossezia del Nord per un documentario, gli chiesi perchè. Mi sorrise affettuosamente, come farebbe Rocco Siffredi con il figlio che chiede come si fanno i bambini: “Perchè sei bianco”. Ah già.

Pensavo a queste parole mentre viaggiavo a 120 all'ora sul retro di un grosso pickup militare con la sabbia che mi smerigliava la faccia e con Paolo davanti a me che mi faceva segno di sdraiarmi, per non farmi sbalzare sulla terra rossa di quella dannata pista nigerina fuori dal W National Park (Parco Nazionale del Niger a sud di Niamey).

A sorvegliarci c'erano due soldati di alta statura e dallo sguardo perso. Probabilmente stavano bestemmiando anche loro contro l'idiota alla guida che correva sulle buche come fosse in autostrada. Nel furgone che ci precedeva viaggiava uno che diceva di essere il comandante di non si capiva bene quale plotone che rispondeva a non si sa quale generale. Ci aveva ordinato di tornare indietro al parco per pagare una multa. Eravamo stati accusati di riprese non autorizzate, che può essere una situazione spiacevole, specie se interpretata come spionaggio internazionale.

Eravamo a settemila chilometri da casa, in pieno Africa Rally (il video dell'Africa Rally è sul blog Igordindia.it), in ritardo sugli altri team di almeno un mese, con la solita decrepita Y10 rimessa a posto dopo il disastroso Mongol Rally, conclusosi appena sei mesi prima (2009) alle porte della Mongolia. Io non ci volevo tornare su quella macchina. Poi Paolo e la new entry del team, Simone, l'avevano recuperata semidistrutta in Estonia per sistemarla in tempi record e ripartire per il Sud Africa. Accettai dopo innumerevoli telefonate.auto

Pensavo anche a questo quando il convoglio rientrò nel parco dove avevamo fatto due giorni di riprese a elefanti e facoceri. Multa? E per cosa? Le riprese le avevo fatte di fianco alla guida ufficiale! Era lui a doverci illustrare le regole.

Ma in Africa si sa, le regole non esistono, non in Niger almeno. Io vengo da Palermo, un'idea ce l'ho delle regole fatte sul momento, ma non mi aveva mai inseguito un plotone di soldati per non aver pagato una multa. Al massimo dalle mie parti ti trovi a fare la fila all' una di notte fuori l'ufficio del collocamento (che apre alle nove del mattino) perchè qualcuno ha deciso che i numeri al pubblico si danno in base a una lista di nomi raccolti in nottata invece che a inizio servizi.

Certo, di sicuro noi quella volta ne avevamo violata una importantissima di regola: in zone pericolose non si deve mai stanziare nello stesso posto per troppo tempo o da passante puoi diventare bersaglio. All' uscita della riserva, dopo circa trenta chilometri, ci eravamo fermati a fare del the, l'unica bevanda che ci dava ristoro, nonostante i quaranta gradi all'ombra. Sempre meglio dell'acqua sterilizzata con l'ammoniaca, che puzza di piscina alle tre del pomeriggio. Il collettore della marmitta si stava staccando e scaricava i fumi proprio sotto l'abitacolo, rendendo l'auto una fornace.

Ci raggiunse dopo un po' una motoretta con due tizi piuttosto spaventati a bordo, uno dei quali armato di mitra. Ci invitarono a tornare con le buone, indicando spesso lo zaino dove tenevo la telecamera. Avevamo capito chi erano questi due, li avevamo subito ricollegati al personale del parco.

Erano spaventati e avevano un mitra. Pessimo cocktail. Cosa può essere successo di così grave da portarsi un'arma semiautomatica appresso? Alessandra, il quarto membro del nostro team, cominciava, in preda allo stress e al caldo, a vedere gli elefanti rosa volare,  e dopo due ore di minacce e trattative si sdraiò a terra in preda a un malore. Simone cercò di assisterla, mentre io e Paolo fummo prelevati dai rinforzi: l'armata Brancaleone di cui sopra, giunta al suono delle trombe, che ci stava riportando indietro con fretta degna di una retata.

Era quasi sera, come sempre in Africa si fece buio pesto. Anche nell'ufficio del direttore, quello che tutti temevano e che dava ordini al comandante urlandogli al telefonino, era buio e tremendamente caldo. Tutto si svolse alla fioca luce azzurra delle nostra torcia a dinamo.

Provammo a chiamare il console italiano in Niger. Dopo innumerevoli tentativi ci rispose e ci disse quasi infastidito: “Evidentemente hanno qualcosa da contestarvi, se avete infranto la legge io posso farci ben poco, vi ricordo che le leggi gliele abbiamo scritte noi!”. Perfetto.

Il nostro “giudice”, al contrario del console, sapeva fare bene il proprio lavoro. Era uno che la sapeva lunga e aveva il regolamento scritto a portata di mano. Paolo è forse il più abile oratore in queste situazioni e lo lasciai parlare, convinto che, come gli avevo visto fare nel Caucaso e in tutta l'Asia Centrale, avrebbe risolto il disguido in pochi minuti.

Ma il gerarca era di acciaio inossidabile. Era impassibile, forte del fatto che, all'ingresso del parco (sotto una pianta nascosta dietro un casolare), c'era un cartello che indicava che per effettuare riprese professionali avremmo dovuto pagare duecentocinquanta euro. Scripta manent… e lui le scritte le aveva sia sul cartello che sul regolamento cartaceo.

Di solito la polizia di mezzo mondo, avendo a che fare con stranieri, si inventa leggi e multe che il povero viandante non può contestare e, ovviamente, paga. Ne avevamo già passati a decine di interrogatori, in diverse lingue, e non avevamo mai speso un soldo, ma quello proprio non c'era modo di risolverlo. Giocava tutto a nostro sfavore per il semplice fatto che stavolta uno straccio di legge esistente c'era davvero. Nonostante il cartello con le tariffe fosse nascosto e sebbene le guardie, consapevoli della telecamera all'opera, ci avessero ignorato, esisteva una legge che poteva comunque essere applicata contro di noi. Non eravamo stati messi in in condizione di scegliere prima se usufruire di un'autorizzazione a pagamento, dovevamo pagare a cose fatte e dopo aver già lasciato il luogo in cui era stata compiuta l'infrazione. Così il guadagno per chi applicava tale legge sarebbe stato superiore.

Se non ci fossimo fermati per il the questa storia sarebbe morta sul nascere ovviamente. Paolo giocò la carta più rischiosa: “Eh vabe, abbiamo capito signore, non abbiamo rispettato una regola che non era scritta da nessuna parte e non ce l'avete neanche contestata al momento del misfatto… non è grave. Basta, ora ce ne andiamo e la chiudiamo qua”.

“Mi dispiace, qua la legge sono io. Io decido cosa è grave e cosa non lo è”, rispose il boss gelandoci il sangue nelle vene. Può sembrare una risposta ovvia, ma eravamo abituati a funzionari che leggevano i fogli dei documenti sottosopra e questo tizio era ben sopra la media. Si capiva anche dal suo francese piuttosto elegante e forbito. In nessun posto di blocco, in nessuna dogana, avevamo mai trovato tanta determinazione e coscienza di causa.

Intervenni in un francese quasi incomprensibile, imparato per strada nel mese precedente, per fare la parte del criminale collaborativo: “Ci dispiace, abbiamo sbagliato, che scelta abbiamo?”. Mentre Paolo mi mandava bestemmie, intestardito come non mai a vincere la sfida, la risposta fu lapidaria: pagare la multa e andarsene o non pagarla e consegnare il materiale video e la telecamera. A quel punto però il nostro caso sarebbe stato inoltrato alla Gendarmerie locale e saremmo stati trattenuti dalle autorità, ricominciando nuovamente snervanti interrogatori e magari finire sotto processo.

Un processo in Niger per delle riprese a quattro elefanti? Neanche morto! Pregai Paolo di accettare di pagare o ne avremmo viste di tutti i colori. Ci avevano raggiunto intanto anche Simone e Alessandra che aspettavano in macchina fuori dalla baracca e avrebbero sicuramente accettato di pagare, a malincuore, pur di andarsene. Paolo sentenziò: “Ok, ma questa me la studio bene e l'anno prossimo torniamo qua e facciamo la stessa cosa perchè abbiamo ragione noi! Piuttosto mi faccio arrestare, ma a queste truffe non ci sto proprio!”

Il dado era tratto, dovevamo ancora arrivare in Sud Africa (la macchina si distruggerà invece a qualche chilometro dal lago Ciad in Cameroun) e non avevamo intenzione di stare in mezzo a quelle guardie armate che ridevano di noi.

Finalmente liberi, viaggiammo a gran velocità per tutta la notte, con l'adrenalina folle nelle vene e un po' di soldi in meno. La sera dopo a Niamey un cooperante di una ONG in Niger ci disse “E vabbè ragazzi che vi aspettavate? Qua fanno un colpo di stato alla settimana! I militari hanno potere di fare quello che vogliono e il consolato è inutile in questi casi. Vi è andata bene”.

Aveva ragione il fotografo: non si scherza in Africa.

Per questa e altre avventure di Igor: www.igordindia.it

 

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