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I nostri angeli che finalmente volano nel cielo sopra Berlino

Fuggono, fuggono i giovani italiani da una Patria sempre più ingrata, da questa Italia che non offre futuro e che fa perdere tempo tra ammiccamenti e disonestà. Nella capitale tedesca i nostri figli trovano quelle opportunità per riconquistare la dignità perduta e poter vivere in una società seria e dolce, severa e giusta 

La Patria li schiaffa nei lager chiamati “call center” dove può capitare di dover chiedere il permesso per andare in bagno… La Patria li costringe nel carcere del “contratto a tempo determinato”. Attraverso esponenti politici il cui ricorso alla menzogna sconcerta, scombussola, esaspera; attraverso sociologi di ben scarso valore e di ben poca fantasia; attraverso guitti profumatamente pagati dalla Rai per condurre al riso masse di italiani privi dell’antico spirito critico italiano, privi dell’altrettanto antico senso estetico; ecco, la Patria li vezzeggia, li corteggia. Promette. Auspica… In Italia oggi non si fa che “auspicare”, il termine va di moda, come “fondamentale”, come “scegliere” quando invece si dovrebbe dire “decidere”. La Patria si proclama loro “amica”; si dichiara “solidale”, “comprensiva”. “Attenta” alle loro istanze…! 

Ma queste altro non sono che parole vuote, drammaticamente vuote. Questo altro non è che il gioco, osceno, condotto da un Potere assai abile nel guadagnare tempo, ugualmente abile nel riscuotere un certo credito.

Così loro se ne vanno… La Patria la lasciano alle proprie spalle. D’altro canto non è che abbandonino la Madrepatria, la Madrepatria è stata assassinata, rappresenta un passato ormai lontano. Essa è diventata una semplice “espressione geografica”: oggi il Principe di Metternich avrebbe ragione.

In molti puntano su Berlino. Sono piccolo-borghesi, medio e alto-borghesi, tutti, o quasi tutti, fra i venti e i trent’anni: non pochi, tuttavia i trentacinquenni, insieme a qualche quarantenne; uomini e donne equamente suddivisi, provenienti dall’Italia Settentrionale come dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Toscana, dalla Campania, dalla Basilicata. Numerosi i laureati, i fuori-corso; ancor più numerosi i diplomati. Berlino li ha colpiti senza che vi avessero ancora messo piede. Qualcosa dell’energia, della magìa, del dinamismo berlinesi li ha raggiunti nelle loro abitazioni della periferia romana, milanese; nei loro borghi sulle Madonie, nei loro borghi sanniti, garfagnini, maremmani. A quel richiamo, inesplicabile, hanno risposto senza perder tempo. Hanno preso la via che conduce, appunto, in Germania, nella Germania secondo noi ancora misteriosa. E’ misteriosa la terra sulla quale è nato il Romanticismo, come vi è nato il Nazionalsocialismo; sana tensione di sentimenti e d’introspezione da una parte; l’efferatezza, la crudeltà, dall’altra.Berlino

Dei numerosi italiani che avvicinai a Berlino nell’estate del 2008 e nel dicembre del 2011, non ve ne fu uno che si rammaricasse d’aver lasciato l’Italia; non uno che a Berlino si trovasse male o ne fosse comunque rimasto un po’ deluso. Mi colpì di loro (romani e romane, milanesi, siciliani e siciliane) un “sentire” comune, un “sentire” netto, chiarissimo: l’amore e il rispetto verso l’Italia dei loro genitori, dei loro nonni; il disprezzo profondo, l’ostilità invincibile verso “questa” Italia; verso l’Italia in cui la Giustizia “non” è uguale per tutti. Verso un sistema politico dimostratosi negli ultimi vent’anni avido di ricchezze materiali, avido di facile popolarità; superficiale, leggero, conformista, cialtrone, ipocrita. Avversione totale, quindi, nei confronti di un’Italia che più non ha colpi d’ala, che più nulla di utile, di gradevole crea, inventa, plasma. Nei riguardi di questo “Paese dimèntico dei propri figli”, come nel 2011 ebbe a dirmi, in un ristorante in Potsdamer Platz un ricercatore scientifico milanese sulla trentina che a Milano aveva lasciato lo stipendio di 1000 euro al mese, e, dopo nemmeno sei mesi di soggiorno a Berlino, aveva trovato un lavoro che gli garantiva 3000 euro mensili, più gli straordinari. E un confortevole appartamentino per 500 euro al mese, acqua, elettricità, riscaldamento compresi.

Eppoi, Berlino è un incanto. Il suo stile architettonico trionfa nella purezza delle linee, nel rispetto delle proporzioni, nell’impeccabile accostamento dei colori, nella conservazione, “religiosa”, di quel poco scampato ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Berlino è tanto maestosa quanto raccolta. Qua e là un poco severa, ma ancor più leggiadra, soave. Ne avverti subito il bacio, l’abbraccio. Ci stai che è una meraviglia. Intorno a te, per strada o nei ristoranti, sul bus o in uno dei tanti, traboccanti parchi, trovi sguardi puliti, sguardi schietti. Sei circondato da uomini e donne pronti con naturalezza al dialogo, al contatto umano. La Berlino d’antica tradizione socialista non si smentisce.

Anche mia figlia Lavinia vive e lavora a Berlino. Ci vive felicemente dal 18 ottobre 2011. Uno o due giorni prima di partire con Piermaria, l’uomo della sua vita, mi disse pressappoco queste parole nella nostra casa che già mi sembrava vuota… “Papà, ti devo dire la verità: me ne vado perché non ne posso più delle promesse mancate, delle anticamere senza fine, dell’imbroglio sempre in agguato, dell’insinuazione, dell’ammiccamento… La mia vita la voglio mettere a frutto, ma questo l’Italia me lo impedisce”. Anche lei e Piermaria per alcuni mesi, a Roma, avevano conosciuto l’inferno dei ‘call centre’. Sfido io: in Italia si è assistito al vittorioso ritorno del Padrone delle Ferriere…

Oggi Lavinia (fuori-corso a Filosofia, eppure aveva cominciato così bene!) lavora presso “Booking.com”, settore del Turismo. E’ apprezzata dai superiori tedeschi, dai colleghi tedeschi, “gente sempre con un sorriso gentile sulle labbra”, come mi dice la “piccolina”- La quale guadagna 1700 euro al mese e badate che avere in tasca 1700 euro a Berlino, è come averne 3400 a Roma. Non solo: “Booking.com” a disposizione dei propri dipendenti mette una mensa la quale offre cibi abbondanti, d’alta qualità: e gratis!

A Berlino, Lavinia e Piermaria, e quelli come loro, hanno trovato la dignità, il rispetto, l’attenzione che gli venivano negati in Italia. Hanno trovato una società aperta, ma rigorosa. Severa, ma giusta. Il Comune di Berlino e il Governo federale prevedono stanziamenti a beneficio degli immigrati appena giunti in Germania. Si tratta di sussidi anche cospicui, necessari per tirare avanti decorosamente finchè non si trova un lavoro. Ma le autorità ti tallonano, ti controllano con regolarità: se scoprono che quel denaro lo usi per una gran bella vacanza o lo sperperi nell’acquisto di generi altamente voluttuari, o te ne vai ogni sera in discoteca, ebbene, dalle istituzioni tedesche non riceverai mai più un soldo. In certi casi non è nemmeno escluso il rimpatrio.

Ma è necessario acquisire una buona conoscenza della lingua tedesca: se si aspira a ottenere lavori ben remunerati, senza la padronanza del Tedesco, l’impiego ben retribuito te lo puoi scordare. Berlino vanta eccellenti scuole di Tedesco per stranieri: per accedere a una di queste scuole devi sborsare 100 euro, ma alla fine del corso, sempre biennale, e qualora tu abbia superato gli esami finali, l’amministrazione ti rende metà della somma versata. Tutto questo raccontato con gioia da Lavinia.

Benchè cresciuta sulla base di un entroterra familiare di prim’ordine, benchè conscia degli alti servigi resi all’Italia dai suoi antenati, benchè abituata fino da bambina a passare in estate quindici o venti giorni al Forte dei Marmi, benchè discendente collaterale dei Granduchi di Lorena, mia figlia intorno ai vent’anni cominciò ad accusare complessi, forti complessi d’inferiorità. Ne ero sgomento. Ne ero rattristato. Ne facevo una malattia. Tentavo con una certa dialettica di dissiparglieli quei recalcitranti, soffocanti complessi, ma m’accorgevo che la mia era impresa impossibile: non potevo con le mie sole forze sbloccarla dall’assedio in cui era finita per via di insegnanti di liceo non adatti all’insegnamento, per via del nepotismo dilagante a partire dagli anni Novanta, per via della protervia, della gratuita aggressività da parte di “nuovi ricchi”.

A Berlino questi devastanti stati d’animo sono scomparsi dalla sua psiche, come forse anche da quella di altri come lei. Berlino mi ha restituito la ragazza di tredici, quattordici anni; la ragazza in pace con se stessa, in pace col prossimo; la donna che attende con dolce ansia il domani.

L’Italia, anzi, “questa” Italia, me la stava distruggendo. Come distruggeva chissà quanti altri come lei.

Tornerò fra pochi giorni a Berlino, e vi tornerò in letizia.

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