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Giorno zero: come mi sono ritrovata a vivere a New York

Nella vita si incontrano tanti bivi, tante sliding doors dietro il qui e ora in cui ci troviamo. Il mio qui e ora è un appartamento con la moquette alta come una foresta incolta e con un unico lavandino per bagno e cucina, in una delle zone meno hipster di Williamsburg a Brooklyn. Come ci sono arrivata? 

Sapreste dire a che punto della vostra vita è successo che vi siete trovati a un bivio per cui adesso siete proprio esattamente “qui e ora” – ovunque si trovi il vostro “qui e ora” – ma se non aveste preso quella direzione lì, chissà invece dove sareste? Certo, ne incontriamo a decine tutti i giorni di sliding doors, ma alcune porte mettono di fronte a cambiamenti più grossi e impegnativi di altri.

Io ho perfettamente presente il momento in cui mi sono trovata di fronte al bivio che mi ha portata a essere qui e ora, ma prima di raccontarvelo è bene che vi spieghi che il mio “qui” è un appartamentino con una moquette alta come una foresta incolta e con un unico lavandino per il bagno e per la cucina che si trova in una delle parti meno hipster di Williamsburg a Brooklyn. Il mio “ora” invece sono le 6 P.M. di un giorno di fine Novembre del 2015. Di certo, se anche solo un anno fa, mi avessero chiesto dove immaginavo di trovarmi nel giro di 12 mesi, non avrei dato una risposta che si avvicinasse lontanamente alla realtà. È questo il bello della vita: è sempre così incredibilmente imprevedibile per quelli che hanno voglia di lasciarsi trasportare e vedere dove li può portare.

Sono sempre stata un’incosciente, un’avventurosa e lo sono con una forte dose di ottimismo di base. Mi sono sempre buttata nelle cose della vita in corsa e così, in 34 anni, mi sono ritrovata a chiamare casa tanti di quei posti che non li riesco nemmeno a contare. Ho vissuto in tante città diverse, in tre differenti paesi, in due diversi continenti. A Ravenna sono nata e tante altre cose, Bologna rappresenta per me la noia e il nichilismo di chi pretende di capire tutto non avendo ancora vissuto niente sul serio, trincerandosi dietro a libroni e troppe teorie. Lì mi sono laureata in Filosofia. Milano, invece, per me è stata la città dell’entusiasmo sfrenato per un mondo del lavoro scintillante, quello della televisione, che mi ha riempita di soddisfazioni e glitter. Poi c’è Parigi in cui penso di avere avuto un infarto a 27 anni, mentre lavoravo come una forsennata a un documentario. C’è poco da ridere, sono convinta di averlo avuto davvero, l’infarto, e in ogni caso, da alcuni punti di vista è davvero come se fossi morta. A Londra invece sono letteralmente rinata. In Sardegna ho imparato a respirare, che sembra una cosa molto scontata, ma per una che da più di metà della sua vita soffre d’asma come me, non lo è affatto. Roma, invece, è il posto in cui mi sono persa, fino quasi a non tornare più, ma sono tornata eccome e quando l’ho fatto ero molto più forte, avendo imparato proprio lì ad amare me stessa, amando un cagnolino.

Amo e odio tutti questi posti. Mi sento di tutti questi posti allo stesso tempo. Si sono presi parti di me, parti che non ho più e mi hanno dato qualcosa di nuovo per cui piano piano, impercettibilmente, sono cambiata: espressioni che prima non conoscevo, piccole abitudini che poi mi sono trascinata dietro, immagini a cui pensare nei momenti di sconforto, vestiti a cui sono legate storie uniche che quando la gente mi chiede dove li ho presi non so neanche da dove iniziare, l’accento che cambia e si modella sugli incontri fatti, qualche ruga e quante cicatrici!

Insomma, tutto questo per dire che un po’ per destino, un po’ per lavoro, un po’ per vocazione, sono sempre stata affetta da una buona dose di nomadismo, mantenendomi aperta più o meno a tutto quello che la vita mi ha messo di fronte. Eppure New York non l’avevo contemplata tra le tante possibilità che potevo darmi. Un po’ perché non l’ho mai conosciuta molto bene, un po’ perché non mi era mai “capitata”.

Arriviamo finalmente alla mia sliding door, quella che mi ha portata ad essere qui a New York in questo momento. Qualche mese fa, il mio compagno ha saputo che si doveva trasferire a New York per lavoro e quando mi ha chiesto se lo avrei “seguito”, la mia risposta è stata una delle più frequenti nella mia vita: “Perché no?”. Così, ci siamo trasferiti in un appartamentino pagato dall’azienda per cui lui lavorava, ad Alphabet City. Siamo arrivati a New York nel momento più freddo dell’anno. Se non l’avete provato, non potete capire di cosa sto parlando. Faceva così freddo che quando uscivo di casa avevo la sensazione di essere presa a sberle e quando rientravo, finalmente in un posto caldo, mi sentivo come stordita. È un freddo, quello di New York, che non ti toglie solo la voglia di uscire per strada a divertirti o anche solo a fare la spesa, ti toglie proprio la voglia di vivere. Lo dico per tutti quelli che di New York hanno un’immagine solo da film e non si rendono conto delle difficoltà vere che presenta questa città. Il freddo, per quanto feroce e poco sopportabile, è una delle difficoltà più lievi, per capirci.

Insomma, sono arrivata qui e non è stata immediatamente una passeggiata per mille motivi, primo tra tutti, il fatto che ero venuta qui per la ragione sbagliata. Ero qui per “seguire” qualcuno. A prescindere dal fatto che quella era una persona veramente tanto sbagliata e negativa per me, non trovo sia sano il concetto di “seguire” qualcuno. L’unica cosa che ha senso per me seguire, o meglio ancora perseguire, è il proprio destino. Così, da subito mi sono rimboccata le maniche e ho cercato di capire se il mio destino poteva essere a New York, a prescindere da quella persona. È stato incredibile perché in pochissimo tempo mi sono piombate addosso, tante di quelle nuove entusiasmanti occasioni ed esperienze e conoscenze che sono arrivata a pensare che sì, io e New York siamo realmente “meant to be”. Non lo avrei detto un anno fa e chissà se tra un anno lo dirò ancora, ma per ora è così. L’amore che mi ha portata qui, se di amore si può parlare, è finito in fretta, ma ha lasciato lo spazio per sentirmi libera di innamorarmi di New York perché certo, è una città veramente durissima, ma mai come qui mi sono sentita viva e mai come qui ho provato l’inebriante sensazione di un nuovo inizio.

Questo è il diario della mia nuova vita a New York, a partire dal “giorno zero”, in senso neanche troppo figurato in cui mi sono portata via le mie cose dall’appartamento del mio ex compagno per iniziare la mia avventura, al seguito di nessuno. Siamo solo io, i miei sogni, le mie aspettative e i miei troppi vestiti e ripartiamo da zero.

Ah, non vi ho detto come sono finita in questo strano appartamento a Brooklyn. In pratica, avevo trovato attraverso un’amica del cugino di una mia amica un subaffitto favoloso per cinque mesi. Era perfetto per me perché io qui in America non ho ancora credit history, quindi affittare casa per me è davvero complicato. Quei pochi mesi in subaffitto mi avrebbero dato il respiro per crearmi un po’ di credit history e aspirare poi ad avere un affitto regolare. Tra l’altro l’appartamento in questione era in pieno Greenwich Village, piccolino, ma luminosissimo, in un building tutto nuovo con ascensore, lavatrice (poi una volta parliamo di come la lavatrice qui sia un lusso assoluto) e rooftop. Persino il rooftop! Ok, nei mesi invernali non me ne sarei fatta molto del rooftop, ma ci pensate?! Sembrava troppo bello per essere vero…e infatti non lo è stato!

La stronza – scusate, ma non saprei proprio come altro chiamarla – quattro giorni prima che io mi trasferissi, mi ha comunicato di averci ripensato e di aver deciso di partire per il suo lungo viaggio in Israele un po’ più avanti. Non sapeva ancora se tra due, tre o quattro settimane e che per il disturbo mi avrebbe certamente fatto uno sconto sul prezzo pattuito per il subaffitto. Certo, il disturbo! Questa non ha capito che io mi trovavo dall’altra parte del mondo rispetto a qualunque persona con cui io fossi in confidenza e a qualsiasi posto io avessi mai chiamato casa e che si trattasse di due, tre o quattro settimane di ritardo, per me il disagio era che non avrei proprio avuto un tetto sotto a cui stare.

Mi sono messa subito alla ricerca di un’alternativa e l’ho trovata in fretta: la casa del solito cugino della mia amica. Lui si sarebbe trasferito per un mesetto dai suoi, lasciandomi il tempo di guardarmi attorno e trovare un’altra soluzione. Fantastico, anche perché l’appartamento di questo tipo era pure meglio del precedente! Più spazioso, più luminoso se possibile e proprio in University place, sopra al caffè in cui lavora il mio amico Marco. Meglio di così non si può, no?! Sembrava troppo bello per essere vero…e infatti non lo è stato!

Ero di nuovo nei guai! Non avevo idea di dove andare e di certo non volevo stare a casa del mio ex, così mi sono messa a scrivere a tutte le persone che mi sono venute in mente che potessero avere delle connessioni con qualsiasi tipo di sistemazione a New York. Credo ciecamente nel potere grandioso dei sei gradi di separazione! Fidatevi, è il miglior modo per risolvere quasi tutti i problemi del mondo: semplicemente parlarne al più grande numero di persone possibile. Se la persona con cui ne parlate non può aiutarvi direttamente, è molto probabile che conosca qualcuno che può aiutarvi o qualcuno che conosce qualcuno che può aiutarvi. L’importante è mettere in circolo la comunicazione! Così ho fatto e anche stavolta ha funzionato! Ecco come mi sono ritrovata nell’appartamentino dalla folta moquette: si tratta della casa di un’amica di un’amica di una mia ex collega. La proprietaria di casa ora non c’è, sta dal fidanzato giusto il tempo di farmi guardare attorno e cercare una soluzione un po’ meno precaria. Insomma, non so quanto durerà questo mio “qui e ora”, ma per adesso lo trovo elettrizzante e non vorrei essere da nessun’altra parte nel mondo. Questo è il punto di partenza di tante di quelle esplorazioni che neanche riesco a immaginare. Fuori da questo appartamentino c’è tutta New York da scoprire e sono davvero impaziente di farlo.

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