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Alla scoperta di New York, con pudore, amore e libertà

Diario di una scrittrice in viaggio nella città che non finisce mai

Ecco, il pudore e la libertà, queste sono le materie prime del mio contenitore, quella grande ciotola che mette assieme i tanti pezzi della mia vita. L’infanzia in un luogo piccolo e chiuso e la conseguente voglia di apertura, il profumo e il puzzo di un mercato cinese...

Tra Union Square e il Flatiron (Foto FC)

È stato un istante. Un istante preciso in cui ho deciso che New York avrebbe rappresentato il mio contenitore, una grande ciotola piena di pezzi di vita, la mia vita. E’ stato l’istante in cui ho ballato, sudato e cantato in mezzo alla gente alla fermata di una metropolitana: ero a Union Square.

Tutte quelle cose del corpo che normalmente nascondi perché certe manifestazioni vanno evitate o, almeno, così ti insegnano. Cose per le quali mia nonna avrebbe detto che ci sarebbe stato da vergognarsi. Comunque anche a New York il pudore è cosa seria. Caspita se lo è. Mai vista una donna in topless tra le sue spiagge, mai. Qui rischi di essere messo alla gogna. Il fatto però è questo.

Sarà pur vero che in America, e quindi anche a New York, ci sono i maniaci del pudore, ma è anche vero che a New York ci sono gli altri. Ecco, ci sono gli altri, e sono quelli che se ne fregano, quelli che per decisione o obbligo, hanno scelto la libertà. I più interessanti sono quelli con la libertà vera, quelli che possono addirittura mettere tristezza perché sono al di là del bene e del male, quelli senza punti di riferimento. Alla fine, però, sono loro, sono loro quelli che ti sorridono, ballano, e sono loro quelli che ti fanno ballare.

Coney Island, Brooklyn (Foto F.C.)

Ecco, il pudore e la libertà, queste sono le materie prime del mio contenitore, quella grande ciotola che mette assieme i tanti pezzi della mia vita. L’infanzia in un luogo piccolo e chiuso e la conseguente voglia di apertura, il profumo e il puzzo di un mercato cinese, l’ordine di un giardino di Tokyo, il caos degli autobus latini e dei treni indiani, un abito esposto in una vetrina di Prada, un burrito messicano, tre falafel ancora caldi, la bellezza e l’eleganza di un luogo, Gramercy Park potrei certamente dire, la tristezza di un altro, la lunga fila di ospedali della First Avenue, potrei ancora dire. E la dolcezza e lo squallore che si affiancano: le spiagge bianche tra le case popolari di Rockaway, o quelle farinose nel cemento dei palazzoni di Brighton Beach.

Ma, alla fine, quale grande amore è perfetto?

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