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La città d’alabastro. Itinerario toscano tra Volterra, San Gimignano e Certaldo

Volterra: prima tappa di uno straordinario itinerario geograficamente raccolto, da godere tra storia e bellezza

Porta dell'Arco, Volterra.

Alàbastron: la parola arriva dall’antico Oriente, ove indicava un tipo di vaso realizzato solitamente in onice o alabastrite, adoperato per contenere olî profumati e unguenti e diffuso nel bacino del Mediterraneo antico, in particolare in Egitto...

Volterra, San Gimignano e Certaldo: sembrano tutte lì, viste panoramicamente, corone dei rispettivi colli nel cuore della Toscana, ma la trentina di chilometri che separa le prime due necessita di buoni tre quarti d’ora, curve e spettacolo della natura; un’altra ventina di minuti per la dozzina di chilometri dal paese delle torri a quello che ospitò Giovanni Boccaccio. Un itinerario comunque geograficamente raccolto, per il quale basta un week-end, da godere tra storia e bellezza.

Alàbastron: la parola arriva dall’antico Oriente, ove indicava un tipo di vaso realizzato solitamente in onice o alabastrite, adoperato per contenere olî profumati e unguenti e diffuso nel bacino del Mediterraneo antico, in particolare in Egitto. L’alabastrite individua due differenti tipi di rocce sedimentarie, aventi in comune solo alcuni caratteri: quella gessosa o volterrana (solfato di calcio idrato) è compatta e traslucida; quella calcarea od orientale (carbonato di calcio) è compatta con struttura fibrosa o concentrica, in genere zonata e detta “alabastro onice”.

L’alabastro di Volterra  è considerato il più pregiato d’Europa, la sua formazione risale a circa 6-7 milioni di anni fa e si trova in blocchi ovoidali di varie dimensioni,  in cave a cielo aperto o in gallerie. Come precisa la Società Cooperativa Artieri Alabastro (la più antica del comparto territoriale, fondata nel 1985, ogni sito genera una tipologia diversa per aspetto e consistenza, a seconda della composizione del terreno; le varietà meno ricche di inclusioni risultano bianche e più o meno trasparenti (alabastro di Castellina Marittima); possibili inclusioni di argilla e ossidi metallici danno origine ad alabastri tendenzialmente grigi venati (bardiglio), mentre altre colorazioni – ambra, giallo e rossastro – sono dovute ad ossidi e idrossidi metallici, in special modo ferro.

Ma perché proprio Volterra? Occorre scavare nel colle su cui sorge e nelle ere preistoriche, per scoprire una stratigrafia che parte da una base argillosa, ascendendo con passaggio graduale verso un deposito sabbioso, culminante in banchi di calcari arenacei. Una ricerca del locale istituto Carducci –  spiega come si attesti la presenza di depositi gessiferi solo in alcune zone e la completa assenza (del gesso, in superficie) in altre, sebbene limitrofe (qui i depositi possono esistere, ma a profondità tali da non consentirne lo sfruttamento): si tratta di processi paleogeologici che si sono localmente sommati – gradi di evaporazione dell’acqua marina, subsidenza (sprofondamento dei  bacini), alternanza del meteo e del clima nei vari cicli stagionali – e hanno determinato la peculiarità di circoscritte aree. E così, Volterra ha avuto il suo alabastro e ne ha abilmente fatto arte e commercio nei secoli, anzi, nei millenni, poiché già i fondatori Etruschi (sec. VII a.C.) se ne servivano per costruire e ornare sarcofaghi e urne cinerarie, selezionando la varietà più pura.

Una significativa raccolta si ammira al museo Guarnacci  che, tra i più antichi musei pubblici d’Europa, creato nel 1761, ospita meravigliosi reperti, uno per tutti la famosa “Ombra della sera”, bronzo votivo di giovinetto in forma stilizzata allungata, risalente al III sec. a. C., già appartenuto all’erudito Filippo Buonarroti (pronipote di Michelangelo), poi arrivato all’abate collezionista Guarnacci e, che agli occhi contemporanei può ben spiegare un Giacometti, sebbene le correnti critiche siano state discordanti, relativamente all’ispirazione che lo scultore potrebbe aver ricavato dall’antica opera. Il suggestivo nome pare si debba a Gabriele D’Annunzio, affascinato dalla muta iconicità della statuina e all’ombra che gettava al tramonto; tuttavia una vox populi assegna la paternità del titolo ad alcuni contadini, non meno fantasiosi.   

In epoca medievale e rinascimentale l’interesse per l’alabastro decadde, per risalire nel Seicento e, in maniera significativa, agli inizi del Settecento quando si diede vita, grazie ad abili mani, ad una produzione di alta qualità che diffuse la conoscenza dell’arte. Una relazione del granducato di Toscana individuava a Volterra, nel 1780, otto/nove botteghe artigiane; nel 1830 arrivarono ad oltre sessanta, inaugurando l’èra dei “viaggiatori”,  ovvero produttori che si facevano promotori itineranti nel mondo, cercando opportunità commerciali attraverso apertura di negozi, partecipazione a fiere ed aste.

Oggi il centro storico di Volterra è punteggiato da vetrine in cui si ammirano cesti colmi di frutti dal realismo incredibile, candidi piatti da portata traforati come trine, lucide scacchiere ispirate alle geometrie escheriane: tre degli esempi più rappresentativi di una tradizione che conta ora una cinquantina di artisti scultori e sei botteghe. In una di queste, a pochi passi dall’etrusca porta dell’Arco, lavora Federico Pruneti, il più giovane alabastraio del luogo, che a soli 23 anni si dimostra padrone di un mestiere che, dopo il liceo artistico, ha appreso da Velio Grandoli, rilevando poi l’attività di Dino Scarselli e mettendosi in proprio. «Al liceo ho scoperto la passione per lavorare con le mani e per l’arte dell’alabastro; Dino era il più vecchio alabastraio di qui, ultranovantenne; purtroppo è mancato prima che io rilevassi la bottega, ma dentro ho mantenuto tutta l’atmosfera che ha lasciato, anche sue opere, a memoria».

Scarselli diceva che se avesse dovuto acquistare la pietra, non sarebbe riuscito anche a trarre un guadagno, e Federico conferma: «E’ un’attività che permette di campare, sì, ma con alti e bassi, questi ultimi soprattutto nel periodo invernale. A chi sente la vocazione, consiglierei senz’altro di intraprenderla, come ho fatto io, ma consapevole che la partenza è difficile ed implica spese. Serve pazienza, arriva l’esperienza e i risultati. Dino aveva ragione: a comprar la pietra, non rientrerei, ma a me piace andare a cercarla nelle ex-cave, nei boschi, nei campi. La mia è una filiera monopersonale!».

Entriamo in bottega: come, cosa, quanto lavori? «Innanzitutto sfato il detto “duro come il marmo”, perché il marmo è un carbonato, mentre l’alabastro è solfato di calcio bi-idrato – CaSO4 2H2O NdA – e sono proprio le due molecole di acqua a conferire la caratteristica trasparenza; inoltre la polvere d’alabastro non danneggia i polmoni. Tempi? Tutto dipende dall’oggetto che si desidera realizzare e dal grado di elaborazione della scultura: un gufetto, ad esempio, ora posso farlo in mezz’ora, ma un principiante può impiegare anche tre o quattro ore; a seconda del progetto, si va da qualche ora a qualche giorno, fino ad anche un mese per opere particolarmente rifinite. Come varietà, l’alabastro agata volterrano è quella più pregiata» 

Quale la creazione a cui sei più legato?  «L’ho in bottega, una lampada traforata dalla particolare forma e colore, che coniuga la tradizione della scultura con la modernità del design. Un “matrimonio” che ritengo oggi come la miglior via per valorizzare e spingere questa arte un po’ nell’ombra». Federico è consigliere nella Società Cooperativa Artieri Alabastro e illustra il panorama attuale del comparto: «Non subiamo concorrenza dalla Cina, come in molti altri settori del made in Italy, tuttavia per trasmettere e far conoscere questa arte, serve un po’ di aria fresca nei modelli comunicativi. Occorre, data l’immediatezza d’uso, incrementare intanto il lavoro di diffusione attraverso i social, poi estenderlo ai mass media come la televisione: creare un giusto ed ampio palcoscenico per un’abilità che fa parte del patrimonio artigianale italiano».

(Continua, prima parte di tre).

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