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Non solo New York ha la skyline: quella di San Gimignano è tutta medievale

Seconda tappa dell'itinerario toscano tra Volterra, San Gimignano e Certaldo

San Gimignano.

La skyline a cui oggi il nostro immaginario fa primo riferimento è quella dei grattacieli di New York, ma un precedente non meno suggestivo, tanto più per il prezioso accumulo dei secoli, è quello di molte città d’epoca medioevale, dal centro delle quali si innalzavano le torri delle dimore signorili, svettante traduzione del prestigio di famiglia

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La skyline a cui oggi il nostro immaginario fa primo riferimento è quella dei grattacieli di New York, ma un precedente non meno suggestivo, tanto più per il prezioso accumulo dei secoli, è quello di molte città d’epoca medioevale, dal centro delle quali si innalzavano le torri delle dimore signorili, svettante traduzione del prestigio di famiglia.

Toscana, val d’Elsa, 63 a.C.: Muzio e Silvio, due giovani fratelli patrizi in fuga da Roma, in quanto complici nella congiura di Catilina, trovano rifugio tra i colli, fondando due castelli, Mucchio e Silvia, futura San Gimignano. E questa è la leggenda, tramandata da cronisti locali come Vincenzo Coppi, Mattia Lupi e Luigi Pecori.

Lupi (1380-1468) negli “Annales geminiasenses” scrive di due gemelli scampati da Roma dalle ire del principe: «Fama refert, geminos venisse ad praedis fratres/Et Roma infestas fugientes principis iras» e funge da fonte per Coppi, «(…) il Castello di Mucchio, Territorio S. Gimignanese, come vuole il Padre Ferroni nella sua Vita, trae l’origine dall’istesso Muzio, che fabbricò il Castello quando con Silvio suo germano fratello si partì da Roma, al tempo di Catilina (…)» da “Annali memorie ed huomini illustri di Sangimignano ove si dimostrano le leghe e guerre delle repubbliche toscane del dottore Gio. Vincenzi Coppi al serenissimo principe Ferdinando di Toscana” – 1695.

Piazza Cisterna

Esequie di Santa Fina-Ghirlandaio – Dettaglio con le torri del paese

La “Storia della terra di San Gimignano scritta dal canonico Luigi Pecori” (1853) cita Lupi per rievocare, a sua volta, il romano Silvio e (qui) il fido compagno Muzio, proscritti esuli in val d’Elsa, ove si imbatterono in un vecchio che narrò loro la storia dalla Genesi all’èra volgare; proseguendo il cammino e con il consenso dei volterrani (etruschi discendenti), essi poi fondarono su due colline, rispettivamente, il castello di Silvia e quello di Mucchio.

In tutto ciò, si fiuta il vagheggiamento di costruire una ascendenza nobile per la cittadina, come fece Virgilio nell’Eneide per Roma. In ogni caso, essa può vantare un curriculum lungo ed importante: preistorico, etrusco, romano. Il toponimo mutò da Silvia a San Gimignano nell’alto Medioevo e al poi santo venne dedicata una chiesa, attorno alla quale, nel VI e VII secolo, esisteva una borgata cinta di mura, detta appunto “Castello di San Gimignano” o “della selva”, per i boschi circostanti (e qui si può pensare a giustificare “Silvia” come derivante da silva, bosco in latino. E ricordare i geminos di Lupi insieme al significato del nome Geminus, gemello, e al patronimico correlato, geminianus, diventato anche poi esso stesso nome).

Geminiano (Cognento, 15 gennaio 312 – Modena, 31 gennaio 397) fu vescovo di Modena. Fa parte della sua agiografia l’episodio secondo il quale, quando nel 452, Attila, disceso in Italia, incombeva su Modena,  gli abitanti si appellarono al loro episcopo, che con l’aiuto di Dio fece calare una fitta nebbia sulla città, impedendo al re unno  di individuarla. In realtà all’epoca c’era solo la via Emilia percorribile per arrivare a Modena, c’era poco da sbagliarsi: la spiegazione “terrena” sarebbe il mero disinteresse che Attila avrebbe avuto, già sazio dei saccheggi precedenti (uno per tutti, la magnifica Aquileia).

La storia insegna, ma le storie affascinano e anche qui la digressione sfocia nella vulgata, riportata dal canonico Giusto Marri in un manoscritto dell’inizio dell’Ottocento, conservato nell’archivio della Collegiata di San Gimignano. Orbene: nel 550, l’allora Silvia fu minacciata dai dilaganti Ostrogoti di Totila e si salvò grazie ad una miracolosa apparizione di San Geminiano, analogamente a quanto accadde a Modena.

Altra novella: un chierichetto di Colle di Val d’Elsa si trovò casualmente a Modena durante i funerali del vescovo e cercò di rubargli un anello, ma tirò troppo forte e si staccò anche il dito; spaventato, il giovane scappò con la reliquia, pagando con la successiva cecità l’empio gesto. Si pentì, confessò e riottenne la vista. Cose d’altri tempi. La reliquia, comunque, sarebbe rimasta in Toscana, dando il nome all’attuale San Gimignano, conservata nella Collegiata di Santa Maria Assunta, ovvero il Duomo, a Geminiano consacrato nel 1148. 

Vista su piazza del Duomo dall’androne del palazzo vecchio comunale

Tertium datur: un soldato avrebbe portato il dito all’antico castello di Silvia, in epoca longobarda, durante le guerre contro Firenze e le preghiere degli abitanti davanti alla reliquia avrebbero evitato l’assalto nemico. Certo è che nel Medioevo il culto delle reliquie era  – con licenza – un vero trend e si estendeva pure all’acqua servita per lavare le ossa di un santo; nel caso di San Geminiano, la cerimonia si tenne a Modena il 30 aprile 1106, alla presenza di Matilde di Canossa, vicaria dell’imperatore nei suoi possedimenti italici.

Storicamente, non esistono nessi tra il santo modenese e la città toscana; il toponimo è attestato dal 929, 30 agosto, allorchè Ugo di Provenza (880-947), in veste di re d’Italia (926-947) donò al vescovo di Volterra il monte “della Torre” «prope Sancto Geminiano adiacente», poggio ove il prelato feudatario pose dimora.

È ora di entrare nella storia dalla porta del presente e di visitare, naso all’insù, il centro storico odierno, che ha mantenuto mirabilmente l’impianto urbanistico due-trecentesco, al punto da esser stato inserito tra i patrimoni Unesco . Delle 72 torri originarie, 14 ne rimangono. Due le piazze principali: piazza della Cisterna – caratterizzata da un pittoresco pozzo ottagonale – e  la collegata piazza del Duomo, alla cui sinistra sorge il palazzo Comunale e davanti il palazzo dei ghibellini Salvucci, acerrimi nemici dei guelfi Ardinghelli, che abitavano nella piazza contigua. Le due torri di palazzo Salvucci sono gemelle fittizie: si narra che le dimensioni non siano identiche perché la famiglia, aggirando gli statuti comunali del 1255 che impedivano di costruire torri più alte di quella del Podestà, ne abbiano erette due progettate in modo che la parte alta della prima corrispondesse alla base della seconda; idealmente sovrapposte, andavano a superare arrogantemente la torre comunale.

Piazza Cisterna

A destra del Duomo si trova palazzo Chigi-Useppi ed il vecchio palazzo del Podestà con (quella) torre, detta Rognosa perché era usata come prigione ed un ampio androne d’entrata, con sedili in pietra,  un affresco – Madonna col Bambino ed i santi Geminiano e Nicola – del Sodoma del 1513, ed il portone al teatro dei Leggieri, nato su un teatro del 1534 e rifatto nel 1794. Il Podestà si trasferì nel nuovo palazzo Comunale, costruito a fianco del Duomo nel 1298, e il vecchio fu adibito ad albergo per ospiti illustri e poi a scuola pubblica maschile

Piazza della Cisterna (realizzata nel 1273 e ampliata nel 1346), che prima si chiamò piazza delle Taverne e poi, per un grande albero presente, piazza dell’Olmo, ha forma restringente verso via del Castello, guardando a destra della quale si ammirano le bifore di palazzo Tortoli, la torre mozza della famiglia Pucci, l’albergo della Cisterna (un tempo palazzo dei Cetti e Bracceri, poi ospizio dei Gettatelli), palazzo Ridolfi, le torri e le case dei Becci e Cugnanesi, palazzo Pellari e palazzo Ardinghelli con le due torri.

Dall’altro lato della piazza, su palazzo Lupi si alza la torre del Diavolo, a cui si lega un’altra suggestiva leggenda; il proprietario, tornando da un lungo viaggio, la trovò più alta di quando se ne era andato e non riuscendo a darsene spiegazione razionale, attribuì l’opera al demonio.

Per equilibrare, ora parliamo di santi: la patrona del paese è Fina, nata nel 1238 e morta nel 1253, appena quindicenne, colpita a 10 anni da una grave malattia che la immobilizzò. Iosefina o Serafina Ciardi, detta Fina, fu esempio di pia vita cristiana, pazienza nell’infermità e nel dolore – accresciuto dalla perdita del padre e poi della madre – e scelse di giacere su una tavola di quercia, anziché su un letto, assistita da due nutrici. Piagata, sofferente, ma sempre còlma di devozione e di parole illuminate per chi la visitava, la fanciulla abitava in una piccola casa nel centro, ancora oggi visitabile (da piazza della Cisterna, direzione via Castello, a circa 100 mt. sulla destra, oltrepassando un arco, si imbocca il vicolo di residenza). Il suo biografo, il frate domenicano Giovanni del Coppo, nella “Historia vita et morte di Sancta Fina da San Gimignano” scrive che al momento del trapasso, il 12 marzo, le campane della città suonarono da sole; da  quel momento, il culto si diffuse, arricchendosi di episodi miracolosi. In onore e memoria di Fina, nel 1255 fu costruito un ospedale grazie alle offerte lasciate sul suo sepolcro; nella cappella dell’edificio fu conservata la tavola di quercia, ora esposta nella cappella di Santa Fina, nel Duomo, creata per volontà del Consiglio del Popolo nel 1457 e contenente anche le sue spoglie.  Va precisato che, nonostante l’appellativo popolare, la giovane fu dalla Chiesa beatificata, ma mai canonizzata.

La sua memoria si conserva, teneramente, anche nella gialla fioritura delle cosiddette “viole di Santa Fina”, che spuntano nel periodo delle celebrazioni della Beata e sembra non crescano altrove, se non a San Gimignano.

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