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Libano, terra dai mille volti. Scatti da un viaggio insolito e indimenticabile

Perché Beirut? Nonostante i tanti problemi che affliggono il Libano, terra di contrasti e di difficili convivenze, la meta merita di essere esplorata

Le rovine della città-palazzo omayyade di Anjar, paesino armeno al confine siriano.

«Lo sguardo spazia oltre le mura, fino ai ciuffi verdi dei pioppi dai tronchi bianchi; oltre ancora, al Libano scintillante in lontananza di toni violacei, azzurri, oro e rosa. E poi scende seguendo le montagne fino al vuoto: il deserto, solitario mare di pietra. Bevi l’aria vibrante. Accarezza la pietra con mano delicata. Da’ il tuo addio all’Occidente, quindi volgiti a Oriente, turista». Robert Byron, La via per l’Oxiana

Libano. Come mai, chiedevano gli amici? Neppure io avevo idea del perché della mia scelta, ma complici un’offerta imperdibile di andata e ritorno via Istanbul, hotel magnifici e panorami inediti, ho scelto di visitare Beirut in una fase dell’anno delicatissima per me, l’autunno. Lo confesso: il freddo mi paralizza e influenza il mio umore. Anche le prime brezze e le prime nebbie della stagione mi turbano. Una mia particolarità infatti è indossare capi estivi anche in inverno, incapace di invogliarmi di maglioni di cachemire e stivali di pelo e abituata ormai alle occhiate perplesse di chi mi vede passeggiare per Padova in jeans stracciati anche in gennaio. Beirut aveva, e ha tuttora, temperature stabili intorno ai venti gradi – l’entroterra ha un clima più rigido, che naturalmente ho sottovalutato durante le escursioni –, quindi ero certa che il sole mi avrebbe strappato agli sbalzi emotivi del disturbo bipolare per una settimana. Il viaggio è incominciato in modo tragicomico. In pieno stato confusionale dopo giorni di depressione profonda, sbaglio giorno. Sì, avete letto bene. Arrivata a Venezia mi rendo conto che il mio biglietto aereo per Istanbul era per il giorno successivo. Come ho fatto a non accorgermene? Viaggio moltissimo, non è da me, ma in qualche modo è successo. Trascorro la giornata in un vicino hotel per non rientrare a casa, malinconicamente seduta al bar in attesa del mio volo. Appena arrivata all’aeroporto di Beirut dopo un breve scalo in Turchia scopro senza meravigliarmi troppo, mi ero informata in anticipo, che le sim card libanesi sono già esaurite come spesso accade nel tardo pomeriggio. Attimi di panico: come chiamare un Uber senza neppure una rete wifi funzionante? Ho grande esperienza di trattative con tassisti regolari e abusivi, ma non avendo ancora valuta locale ero determinata a rilassarmi per una sera e chiamare un autista via app. Un signore gentilissimo collega il mio iPhone al suo, permettendomi di sfruttare la sua connessione internet all’interno della hall degli arrivi. Intercetto una macchina, che arriverà al parcheggio di fronte all’entrata. Senza più connessione attraverso la strada, raggiungo il piazzale e miracolosamente un uomo si ferma e chiede di Isabella. Riusciamo così a trovarci senza internet. Il volto dell’autista non è troppo rassicurante e io non so più dove sono, con la sim italiana che smette di funzionare, forse, per credito insufficiente. Arrivo finalmente in hotel e crollo sfinita. Oltre a vestirmi da spiaggia in montagna, ho un’altra passione bizzarra: cambiare sistemazione, albergo o Airbnb che sia, un paio di volte nei soggiorni di almeno una settimana. Mi divido così tra due hotel, due camere, due piscine e quartieri diversi. Beirut mi piace, mi conquista in pochi giorni. La città è povera e la guerra civile, durata quindici anni e terminata nel 1990, ha lasciato segni profondi. Il cibo è ottimo – imperdibile, com’è ovvio, l’hummus dei ristoranti cittadini – e i libanesi cortesi, ma non alla guida, che è sempre spericolata, e ancor meno con i pedoni. La corrente elettrica è sospesa per diversi minuti ogni giorno e i trasporti pubblici sono inesistenti – non ci sono treni, autobus o tram. Le linee ferroviarie abbandonate ormai quasi trent’anni fa sono visibili dal pullman che ci porta ad Anjar. Nonostante i molti problemi che affliggono il Libano, terra di contrasti e di difficili convivenze, la meta è interessante e Beirut merita senza dubbio qualche giorno per essere visitata a fondo. Ecco una galleria di scatti realizzati durante il viaggio.

La nuova Beirut che emerge. Città vivace e ormai sicura, nuovi grattacieli lussuosi sorgono nei pressi del porto turistico.

La vista dalla camera del Four Seasons al tramonto e il porto sullo sfondo.

Il sito archeologico romano di Baalbek, a circa settanta km dalla capitale e quasi mille e duecento metri sul livello del mare. Dal 1984 Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, sorge nella valle della Beqā. Sotto Costantino I, Teodosio I e Giustianiano, con l’avvento del cristianesimo, molte furono le modifiche apportate al santuario e otto colonne vennero addirittura rimosse per la costruzione della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli. La città divenne presidio sciita e sede degli Hezbollah durante i quindici anni di guerra civile per poi tornare gradualmente meta turistica negli anni novanta.

Una statua di Baalbek.

Un campo profughi siriano. Numerosissime tendopoli affiancano le ville dei più possidenti nei paesi e per le strade a ridosso del confine. Il numero crescente di profughi illegali, che sottraggono il lavoro ai libanesi, costituisce ora un problema per il paese.

Decine di migliaia di case sono state abbandonate durante la guerra civile, altrettanti i libanesi che non sono tornati in tempo di pace. È possibile vedere ancora, in città come nella valle, chilometri di abitazioni fatiscenti che il governo non può rilevare e abbattere perché di proprietà di residenti all’estero.

Le vie di Hamra, quartiere centrale e cuore pulsante di Beirut.

Anch’esse Patrimonio dell’Umanità, le rovine della città-palazzo omayyade di Anjar, paesino armeno al confine siriano, sono spettacolari e risalgono all’ottavo secolo, snodo della via commerciale tra Beirut e Damasco.

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