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Viaggio in India nel Meghalaya, “lo stato tra le nuvole” che conserva le tradizioni

Ancora oggi, in Maghalaya, quasi la metà della popolazione appartiene alla tribù Khasi, ma ci sono anche membri delle tribù dei Garo e degli Jaintia.

Una donna con i vestiti tradizionali del Meghalaya (Foto GP)

L'apparenza di un rapporto sereno, però, ha anche dei limiti. I contrasti tra una regione impegnata a preservare la propria unicità e il governo centrale non sono certo nuovi, ma si sono acuiti dopo le ultime mosse di Modi per rafforzare il potere della maggioranza indù.

Dall’India che tutti conoscono, dalla splendida architettura musulmana di Agra e di New Delhi, dalla vivacità culturale di Mumbai, ma anche da Calcutta, Shillong è lontana. Lo stato di cui è la capitale, il Meghalaya, è stato uno degli ultimi ad entrare a far parte della federazione indiana nel 1972, è nascosto tra le montagne e confina a sud con il Bangladesh. A far conoscere al mondo la bellezza del suo paesaggio e del suo clima erano stati, a metà dell’ 800, i nobili inglesi, che ne avevano fatto una meta preferita per le loro vacanze. In sanscrito, il suo nome significa ”lo stato tra le nuvole”.

Molto prima dell’arrivo dei conquistatori europei, però, lo sconosciuto NordEst dell’India attuale ha avuto una lunga storia, fatta di tribù indipendenti fiere delle loro straordinarie tradizioni. E visitarlo oggi significa scoprire una cultura antica che può essere molto utile a capire la complessa realtà con cui il primo ministro indiano Narendra Modi si deve confrontare ogni giorno e che ha causato, negli ultimi mesi, proteste e manifestazioni.

In apparenza, la città, come la vicina Imphal, capitale dello stato di Manipur, ha molto in comune con il resto dell’India. Le contraddizione che saltano all’occhio a New Delhi si notano ovunque. Accanto al mercato dove si vedono ancora le donne sedute per terra, intente a offrire ai passanti la loro frutta, sorge il sofisticato centro commerciale che vende le magliette di Benetton e i jeans della Levi’s. Vicino alle povere case di legno o di lamiera ci sono i lussuosi e appena decadenti alberghi costruiti dagli inglesi. I militari sono dappertutto, pronti a intervenire quando è il caso.

Le similitudini, tuttavia, raccontano solo una parte della storia.

Ancora oggi, in Maghalaya, quasi la metà della popolazione, circa un milione e trecentomila persone, appartiene alla tribù Khasi, ma ci sono anche membri delle tribù dei Garo e degli Jaintia. Originari probabilmente dal Sud Est asiatico, hanno conservato la loro lingua e una cultura per molti versi straordinaria per la sua modernità, anche se oltre l’ottanta per cento ha abbracciato la religione cristiana. E, adesso più che mai, sono determinati a non lasciarla morire.

Sweetymon Rynjah ha 85 anni. Dopo una lunga carriera come funzionaria governativa ha trovato la sua missione e ha pubblicato più di venti libri per spiegare a chi non le conosce le tradizioni della sua antica tribù, ha trascritto i racconti orali e spiegato in ogni dettaglio il significato dei coloratissimi costumi.

”Il mio obiettivo è di attirare l’attenzione degli studiosi e di tutti gli interessati sulla ricchezza della tradizione della tribù Khasi, e anche sulla saggezza dei nostri antenati nel tramandare, attraverso la tradizione orale, la loro sapienza ai loro successori” , spiega la scrittrice quando riceve i visitatori nell’accogliente salotto della sua casa sulle alture di Shillong,

”Io sono cristiano”, racconta Alex, il giovane laureato in scienze a cui l’Indian Tourist Board ha affidato il compito di accompagnare i visitatori più curiosi, ”ma secondo la nostra tradizione porto il nome di famiglia di mia madre e sarà mia sorella a ereditare i beni familiari. Prima di lasciarci sposare, le famiglie si accertano che gli sposi non appartengano allo stesso clan, in modo da evitare matrimoni tra consanguinei” .

Da quando i missionari protestanti e cattolici hanno cominciato ad arrivare, spesso a rischio per la propria vita, il cristianesimo ha spesso preso il posto dell’antica religione monoteistica che previlegiava lo stretto rapporto tra la divinità e la natura, la lingua, da orale, è diventata scritta grazie all’aiuto del missionario gallese Thomas Jones.

Le cascate di Nohkalikai, nello stato di Meghalaya (Foto Wikimedia/Sujan Bandyopadhyay)

Gi stessi religiosi cristiani, però, hanno fatto uno sforzo per non distruggere la cultura originale. Nel 2000, ad esempio, l’ordine dei Salesiani ha aperto a Shillong il Museo Don Bosco della cultura indigena, che ha una splendida collezione di artefatti, strumenti originali e costumi delle varie tribù. ”L’identità dell’India come confluenza di diverse culture deriva, in larga parte, dagli stati del Nord Est”, ha osservato Sonia Gandhi all’inaugurazione del Museo.

La convivenza delle culture si nota dappertutto. Nell’Orchid Lake, a pochi chilometri da Shillong, la famiglia che vive di pesca in una tenda montata su un’isoletta in mezzo al lago accoglie con un sorriso i visitatori. Al Mawlynnong Village, il paese che ha la fama di essere il più pulito dell’India ed è una delle mete preferite dei turisti in arrivo da tutto il mondo, si può passeggiare sul ponte costruito secondo la tradizione con le radici vive degli alberi, ammirando i costumi colorati delle donne che portano nel loro sacco, sulle spalle, le pietre da frantumare.

L’apparenza di un rapporto sereno, però, ha anche dei limiti. I contrasti tra una regione impegnata a preservare la propria unicità e il governo centrale non sono certo nuovi, ma si sono acuiti dopo le ultime mosse di Modi per rafforzare il potere della maggioranza indù.

Per capirlo, basta andare al Bosco Sacro di Mawphlang. La foresta ha più di 700 anni , è il più ricco tesoro di biodiversità dell’India, non è stata mai toccata e testimonia, per la tribù dei Khasi, l’indistruttibile rapporto tra la divinità e la natura. Per difenderla gli anziani e il governo della tribù sono disposti a tutto.

”Il governo centrale continua a chiederci di bonificare il bosco, ci offrono dei soldi, ma noi rifiutiamo”, racconta Alex,”finirebbero per commercializzare le nostre piante antiche e distruggerlo”.

Adesso, dopo aver a lungo trascurato l’economia della regione, Modi si è impegnato a favorirne lo sviluppo.

Da alcuni anni, il governo di New Delhi ha iniziato a promuovere il turismo. A Imphal, in Manipur, viene organizzato a novembre l’International Tourist Mart for the North East Region, una  grande festa per cui si mobilitano i politici nazionali e locali, gli ambasciatori dei paesi vicini, la stampa e gli agenti di viaggio internazionali. A tutti, vengono offerti dei magnifici spettacoli di danze e musiche tradizionali e fastose cene a base di cucina tipica locale.

A guastare in parte la festa, però, è stato quest’anno il boicottaggio che gli espositori locali, su invito del Comitato per l’integrità del Manipur , hanno dichiarato contro il Sangai Festival, il grande festival all’aperto in cui artigiani e produttori locali avrebbero dovuto esporre la propria merce. All’ultimo momento, il boicottaggio è stato ritirato, ma le bancarelle, in gran parte, sono rimaste vuote.

Nel piccolo villaggio di Kongthong, impervio da raggiungere dopo una strada tutta a curve, i membri della piccola tribù locale hanno continuato testardamente a utilizzare il loro antico linguaggio fischiato, nato quando la tribù viveva di caccia.

Per Narendra Modi, che vorrebbe un’India tutta induista, resta ancora molto lavoro da fare. 

 

 

 

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