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Natale all’italiana: il Nord

Inizia con il Nord Italia la nostra guida alle tradizioni natalizie tramandate nel corso dei secoli dalle venti regioni italiane e osservate ancora oggi: un giro virtuale del Belpaese attraverso gli usi e i costumi, inclusa la gastronomia tipica, per non farsi cogliere impreparati dall'arrivo delle feste e godersi appieno uno dei periodi più magici dell'anno, un Natale all'italiana

Regione che visiti, tradizione natalizia che trovi. Così potrebbe, in sintesi, riassumersi l’adagio: la nostra bella Italia, con le sue venti regioni, si caratterizza, durante questo periodo dell’anno, di arcaiche tradizioni diverse, nate e cresciute all’interno dei loro territori d’origine. I modi in cui si festeggia il Natale, difatti, sono diversi e variegati e questo grazie anche a noi italiani, da sempre bravissimi a coltivare usi e costumi tradizionali, inclusa la gastronomia tipica delle feste, e a tramandare nei secoli delle vere e proprie perle di saggezza popolare.

Quello che vi proponiamo è un giro virtuale dell'Italia attraverso il Nord, il Centro e il Sud, una sorta di guida alle tradizioni natalizie locali per non farvi cogliere impreparati dall'arrivo delle feste e godervi appieno uno dei periodi più magici dell'anno. Iniziamo dunque con le regioni del Nord Italia.

Trentino Alto Adige

La prima domenica di Avvento si accende, nelle case e nelle chiese, la prima candela della “corona d'Avvento”. Costruita artigianalmente intrecciando rami di abete bianco, la corona è composta da quattro candele, che simboleggiano appunto le quattro domeniche dell’Avvento, prima del Santo Natale. Per i più pigri, diciamo che questa corona simbolica, può essere anche costruita con altri materiali: rami di vite, rovi, rami secchi, insomma con qualsiasi cosa a disposizione, e le decorazioni sono innumerevoli: nastri colorati, bacche colorate o spezie profumate.Ogni domenica, poi, si accende una candela e ci si riunisce con tutta la famiglia intorno alla corona per pregare, scandendo così l'arrivo del Natale.

In alcune valli viene celebrata ancora l'usanza del Klöckeln. In Val Sarentino, quella del Klöckeln (il cui nome deriva dalla forma dialettale di klopfen che significa “bussare”) è una tradizione che risale al XVI secolo e si è tramandata invariata fino ai giorni nostri. Le tre notti del Klöckeln sono i tre giovedì dell'Avvento. Facendo un sacco di frastuono, gruppi di uomini travestiti vanno di casa in casa a raccogliere offerte e in cambio cantano due canzoni dall'antica melodia.

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La Corona d’Avvento

Il 6 dicembre, giorno di San Nicolò, in molte località viene organizzata una sfilata. Il Santo distribuisce dolci ai bimbi buoni, accompagnato da piccoli angioletti, ma anche dai minacciosi Krampus, diavoli con maschere orribili che anneriscono con il carbone il volto dei bambini cattivi. Una delle sfilate più particolari è quella di Stelvio in Val Venosta con i suoi “Klosn” colorati, mentre quella di Sesto Pusteria raduna ogni anno centinaia di Krampus.

Alcuni giorni prima di Natale, nelle case si allestisce il presepe. Costruito in casa da tutta la famiglia, il tradizionale presepe di Natale viene arricchito con figure di legno o di argilla, utilizzando anche figure in cartone colorate realizzate dai bambini. Notissime sono le statuine in legno della Val Gardena, spesso commissionate direttamente dagli acquirenti; alcune, per fattura e per maestria, sono delle vere opere d’arte, tanto che ogni famiglia, gelosamente, conserva le statuine più antiche, tramandate da padre in figlio.

La sera della Vigilia, la notte di San Silvestro e il giorno dei Re Magi (6 gennaio), quando si fa buio, è usanza in Alto Adige benedire la casa e la famiglia. Il padre, seguito dai familiari, gira per i locali con l'incenso per scacciare gli spiriti del male e invocare la protezione degli spiriti del bene. Si fumiga così anche la casa all'esterno e la stalla, poi ci si raduna davanti al presepe per cantare le canzoni natalizie. Sono i bambini o gli adulti vestiti da Re Magi che cantano di casa in casa particolari canzoni natalizie e raccolgono le offerte per qualche progetto missionario. A chi dà loro un'offerta, essi regalano carbone, incenso e un gessetto: i primi due vanno scaldati in un pentolino per poi benedire la casa, il gessetto per riportare sulla porta delle case e delle stalle la seguente scritta: 20+C+M+B+le ultime due cifre dell'anno nuovo. Sul significato delle lettere le teorie sono due: secondo il popolo, indicano le iniziali dei Re Magi Gaspare (Caspar in tedesco), Melchiorre e Baldassarre; secondo la Chiesa invece indicano la dicitura latina “Christus Mansionem Benedicat”, ossia “Cristo benedica questa casa”.

E per finire, cosa proprio non deve mancare sulle tavole imbandite trentine? Di sicuro, i mitici canederli, polpettine di pane raffermo, speck, pancetta e salame, farina, uova, latte e brodo condite con spinaci, funghi porcini o fegato di vitello, gli strangolapreti (nulla di splatter), ossia, gnocchetti di pane, latte uova e foglie di coste conditi con burro, salvia e parmigiano, il capriolo o capretto al forno con patate, e per dolce lo strüdel e lo zelten, preferibilmente fatto con le più dolci e succose mele di questa magica e fiabesca regione.

Lombardia

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La Fiera degli Obej Obej

Natale, in Lombardia, significa soprattutto “Panetun”; diverse sono le leggende nate attorno a questo famosissimo dolce locale, poi divenuto leggenda in tutta Italia. Parrebbe che il suo nome derivi dal nome del fornaretto che lo inventò a seguito di un errore; in realtà, avrebbe infatti voluto cucinare un altro dolce. Il “pane di Toni”, pare fosse già presente sulle tavole lombarde, attorno al 1200, arricchito da ingredienti per l’epoca costosi e ricercati, quali l’uvetta e la frutta candita, servito come una vera prelibatezza ai commensali e diventato, nel giro di pochi anni, un dolce alla portata di tutti. Ancora oggi, il panettone si contende il primato di dolce “preferito” dagli italiani, con il più giovane “pandoro”, di tradizione veronese.

Celeberrima durante il dicembre lombardo è la Fiera degli Obej Obej, anch’essa di antichissima origine, che ricorre in concomitanza alla festa del patrono cittadino, Sant'Ambrogio: si tratta di uno dei mercatini natalizi più importanti e belli di Milano (il nome Obej Obej deriva appunto dall'esclamazione in dialetto milanese: oh belli, belli!) che per oltre un secolo ha animato la zona adiacente alla Basilica di Sant'Ambrogio. Dal 2006 ha cambiato location e si svolge in Piazza Castello, dove continua a essere un tripudio di bancarelle coloratissime che vendono davvero di tutto.

Tra i piatti più gettonati di questo periodo in Lombardia, ci sono il Consommè di cappone in gelatina, i tortellini o casoncelli in brodo, il cappone ripieno (con tritato di uova grana e mortadella) accompagnato da mostarda di Cremona, gli stecchini (spiedini di pollo e vitello) con insalata, e come dolci, torrone, panettone o la sbrisolona da servire con liquori.

Friuli Venezia Giulia

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La Festa del Pignarûl

La regione vanta antichissime tradizioni natalizie, la maggior parte concentrate nelle rappresentazioni sacre dei presepi. Da dicembre a gennaio, le antiche leggende di origine mitteleuropea rivivono nelle piazze delle maggiori città e, tra le mille manifestazioni, una delle più belle è sicuramente quella del Palio dai Pignarulars di Tarcento (UD), l'ultima del periodo natalizio. In occasione della festa, sono molti i falò (in friulano pignarul), che vengono accesi nei paesi di campagna, ma uno dei più famosi e seguiti è proprio quello di Tarcento che viene accompagnato da una festa in costumi del '300 e dalla corsa dei carri infuocati. Al tramonto del 5 gennaio, i Pignarulârs, cioè coloro che si occupano della preparazione e dell'accensione del falò, ricevono dal “Vecchio venerando” il fuoco per accendere il pignarul e si dirigono in corteo lungo le strade della città formando una spettacolare fiaccolata. A questo punto, ha inizio il Palio dei Pignarulars: una corsa di carri infuocati, nella quale si sfidano le borgate di Tarcento. Il pomeriggio del giorno successivo, per l'Epifania, viene acceso il grande Pignarûl di Coja e gli altri più piccoli, un fuoco propiziatorio i cui fumi vengono interpretati dal Vegliardo che si pronuncia sul nuovo anno. Appena cala la sera, poi, parte il corteo storico in costumi d'epoca medievali, in mezzo ai fuochi delle fiaccole, a rievocare la tradizione cristiana dei tre Magi d'Oriente. Una cerimonia di cui si hanno le prime notizie nel 1290.

Nel menu natalizio friulano non potrano mai mancare la Brovada e muset (zuppa di rape e cotechino) con polenta, la trippa con sugo e formaggio, il cappone e come dolce la “gubana” (un impasto di noci, mandorle, uvetta, miele, vino e rhum, avvolto in una sfoglia fragrante) o le castagnole.

Valle d'Aosta

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I canederli

Il Natale valdostano è anch’esso all'insegna della tradizione, tra eventi religiosi e animazioni, concerti e manifestazioni dell'artigianato. Qua, il carattere delle feste è tipicamente “montanaro”: ospitalità, amicizia, semplicità e gusto del folklore. In ogni via si trovano artigiani e artisti che presentano le loro creazioni, tra cui sculture, opere di intaglio, pittura su ceramica, patchwork, addobbi natalizi, composizioni di fiori secchi e candele. Non c’è luogo, ai piedi del monte Bianco, ove non risuoni la musica sacra, popolare o tipicamente natalizia, con suonatori e musicisti addobbati a festa. Gli abiti sono splendidi, ricamati, inghirlandati di nastri dorati e caratteristici da millenni.

In tutte le parrocchie della regione, il Natale è celebrato con la Messa di mezzanotte: la consuetudine vuole che al termine della funzione vengano distribuiti dolci, panettone, cioccolata calda e vin brulé, all’uscita delle chiese. Tipica in numerose località è l'usanza di allestire un presepe vivente, spesso animato dai bambini, mentre gli adulti, invece, sono impegnati a rappresentare le attività del passato per le vie dei borghi, offrendo bevande e spuntini ai visitatori.

Soddisfatto anche chi vorrà provare l'ebbrezza di passeggiare a cavallo o in carrozza nel cuore dei borghi valdostani (c'è in ogni angolo un calesse pronto che l'aspetta) e molto facile per i bambini incontrare Babbo Natale direttamente sulle piste da sci.

Dando una sbirciatina alle tavole valdostane durante il periodo di Natale ,si può trovare: la Mocetta (salume di muscolo di vacca, pecora o capra essiccata e aromatizzato con erbe di montagna, ginepro e aglio) in crostini al miele, il lardo con le castagne cotte e caramellate con il miele,
i crostini con fonduta e tartufo. E poi ancora: la zuppa alla “Valpellinentze” (con cavolo, verza, fette di pane raffermo, fontina, brodo, cannella e noce moscata), la classica salsiccia con patate, a carbonara valdostana con polenta e, come dolci, pere a sciroppo servite con crema di cioccolato e panna montata (pere cotte con zucchero, vaniglia, chiodi di garofano, acqua e vino rosso, ridotte a sciroppo), il robusto caffè Mandolà, con mandorle tritate e servito obbligatoriamente con le tegole (pasticcini secchi).

Veneto

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I Banchéti de Santa Lussia

I festeggiamenti, in Veneto, prima e durante il Santo Natale, sono concentrati sul culto di Santa Lucia, in in dialetto veneto Santa Lussia. In suo onore, viene infatti allestito un antichissimo mercato, in cui oltre 300 bancarelle espongono dolci, prodotti tipici veneti e articoli da regalo, ovviamente: i cosiddetti “Banchéti de Santa Lussia”. Secondo la tradizione veronese, la Santa siciliana vissuta alla fine del III secolo, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, accompagnata dal suo asinello e dal Gastaldo, porta dolciumi e giocattoli ai bimbi buoni e pezzi di carbone a quelli cattivi (un po' come la conosciutissima Befana); la sera del 12, infatti, ciascun membro della famiglia lascia sulla tavola un piatto vuoto che la Santa riempirà (oppure no) di dolci. I bambini vanno a letto presto e chiudono forte gli occhi, nel timore che la Santa li accechi con la cenere se li trova svegli. Questa tradizione risale al XIII secolo, quando si diffuse a Verona una pericolosa malattia agli occhi che colpiva soprattutto i bambini; genitori e familiari iniziarono dunque a compiere come voto un pellegrinaggio nella chiesa di Santa Agnese per far cessare l’epidemia, al quale anche i bambini venivano convinti a partecipare, ma a piedi nudi, con la promessa che Santa Lucia avrebbe riempito scarpe e calze di doni e dolciumi.

L’abitudine di accompagnare i figli nella chiesa di Piazza Bra continuò fino all’Ottocento e l’affluenza di tanti bambini e genitori nella piazza più grande di Verona richiamava i venditori di dolciumi e giocattoli. Da qui nacque la “Fiera di Santa Lucia”, che ancora oggi, apre il periodo pre-Natalizio.

Curiosiamo ora nella tradizione veneta culinaria sotto le feste. Si servono salumi vari (soppressa e salsiccia luganega, soprattutto); tra i primi: brodo di cappone, risotto al radicchio, gnocchi al sugo d’anatra; tra i secondi, invece, polenta e baccalà, lesso di manzo “al cren” (salsa di rafano) con contorno di purè di patate; e per finire, come dolci, immancabile il pandoro di Verona, cui si aggiungono anche la mostarda con il mascarpone e il mandorlato di Cologna Veneta.

Piemonte

Il Natale in Piemonte viene spesso celebrato attraverso sacre rappresentazioni, presepi scultorei e viventi. Il presepe piemontese è meno famoso di quello di Napoli, ma ha anch’esso il suo personaggio tipico: Gelindo, il pastore che per primo si reca a venerare Gesù. Raffigurato come un vecchio con un agnello in spalla, con cappello, giacca e calzoni corti, la piva (la zampogna) e la cavagna (il cesto) al braccio, Gelindo è, prima che una statuina da presepe, il protagonista di un antico testo teatrale (La favola di Gelindo), un tempo recitato negli oratori e nelle stalle, oggi presentato in vari teatri piemontesi.

Il personaggio ha generato alcuni modi di dire dialettali: “Gelindo” (o Gilindo) si dice di un bonaccione, sempliciotto, ma di buon senso; “Gelindo ritorna” significa “Di nuovo!”, perché nei suoi dialoghi con la moglie Alinda dimentica sempre qualcosa e perciò entra ed esce continuamente di scena; “Viene Gelindo” sta per “Arriva il Natale”.

Nella gastronomia natalizia piemontese, spiccano gli “agnolotti”, pasta ripiena dei giorni di festa (prelibati gli agnolotti del plin, termine che indica il pizzicotto con il quale si richiude con le dita la pasta in un minuscolo fagottino); tipici anche i grissini di Torino, l’insalata di carne cruda “all'albese”, i peperoni in bagna cauda (salsa a base di olio, aglio e acciughe), le acciughe al verde, flan del cardo, tortino al porro, il risotto con radicchio o al barolo, l’arrosto di cappone, il misto di bollito con salse, carote e patate al forno e, come dolci, la torta gianduia e zabaione, e ovviamente, il celebre torrone d'Alba.

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