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Gli antichi frutti dell’Umbria

Un'agronoma e suo padre hanno salvato dall'oblio 150 varietà arboree

di Nicole Di Giulio e Antonella Spinelli
archeologia arborea
Fico permaloso, pera volpina, mela rotolona, uva passerina. Sono i nomi di alcune delle varietà antiche che per secoli hanno disegnato il volto della regione e che oggi sono custodite, come in un parco archeologico, nel giardino di Isabella Dalla Ragione a Città di Castello

Ogni primavera alberi ormai dimenticati rifioriscono nel giardino di Isabella Dalla Ragione, un luogo fuori dal tempo dove i frutti hanno forme inusuali e odori autentici. Si nascondevano in giardini di antiche famiglie nobiliari, orti abbandonati, poderi di conventi e abbazie. In luoghi come questi Isabella Dalla Ragione, agronoma, si è spinta per ritrovare le radici di un patrimonio millenario che stava per essere perduto per sempre. Lo ha fatto seguendo gli indizi contenuti in antichi documenti, nelle edicole votive, negli affreschi e nelle memorie di anziani contadini.

“Oggi in tutta Italia e in tutto il mondo le varietà di frutti si sono ridotte sempre di più – racconta Isabella mentre prepara il caffè nel suo casale arroccato sui colli umbri – Ormai vengono commercializzate solo le qualità di frutti più resistenti, facili da trasportare e da mantenere in frigo”. Così, in pochi decenni, l’Italia ha perso i sapori con cui generazioni intere sono cresciute e gli alberi attorno ai quali girava l’economia domestica delle famiglie. Dal dopoguerra in poi le campagne vennero progressivamente abbandonate, nel corso dell’esodo di massa figlio dell’industrializzazione. E così a custodire quegli alberi, emblema di memoria e tradizioni, rimasero solo pochi anziani contadini.

archeologia arborea

Un uomo però andò controcorrente. Nel 1960 Livio Dalla Ragione, antropologo e pittore, decise di lasciare Roma per tornare nella sua terra d’origine: l’Umbria. Qui comprò una chiesa sconsacrata con accanto la canonica, abbandonate dall’ultimo prete nel ’46 perché “diceva che arrivare qui era troppo scomodo”, racconta Isabella davanti al grande camino acceso. “Tutti dicevano a mio padre che era un matto a voler comprare un rudere invece di una bella casa nuova in città”.

Livio, ex capo partigiano, era convinto che la memoria storica del proprio borgo andasse preservata. Così iniziò a raccogliere oggetti e mobili di cui tutti volevano disfarsi perché vecchi. Ma per Livio quelle non erano solo “cose” da buttare. Ognuna di loro aveva qualcosa da raccontare. “A un certo punto mio padre volle andare oltre e ricostruire anche le storie della vita rurale umbra e dei suoi protagonisti. Una vita simboleggiata dagli alberi da frutto”.

archeologia arborea

In questo modo è iniziata una ricerca insaziabile, che ha dato vita a una nuova disciplina: l’archeologia arborea. Ad accompagnarlo nelle sue indagini per tutta l’Umbria era la piccola Isabella che, diventata agronomo, ha apportato alla ricerca antropologica del padre un importante contributo tecnico. Man mano che la storia di ogni singola pianta da frutto veniva riscoperta, questa era poi innestata nel loro giardino che oggi vanta ben 150 varietà da frutto tipiche della sola Umbria, come la ciliegia limona, una ciliegia gialla ritrovata a Gubbio. Così, a seconda della stagione, da oltre cinquant’anni le susine scosciamonaca, le pesche sanguinelle e le pere cannella crescono sui rami degli alberi di questo strano orto.

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Una volta raccolti, gli antichi frutti vengono conservati tra le imponenti mura della ex chiesa romanica e trovano posto sui banchi, davanti al confessionale, sui due altari della navata. Quando il portone della chiesa si spalanca si è travolti da un profumo forte e sconosciuto. L’occhio è rapito dai colori soffusi che creano un’atmosfera onirica. Il rosso e il giallo dei frutti si mescolano con l’azzurro dell’altare, l’oro del tabernacolo e l’ocra dei cesti di vimini intrecciati a mano.

archeologia arborea

Intorno a questo mondo segreto, ancora regolato dai ritmi della natura, domina il silenzio rotto solamente dal ronzio, fortissimo, di migliaia di api. “Sono loro le mie operaie”, dice Isabella mentre si avvicina al mandorlo mandolino, carico di fiori bianchidai cui calici le api sono impegnate a succhiare il nettare.

Ancora in pochi però giungono fin quassù a scoprire questo giardino sospeso nel tempo. “Vengono dei turisti soprattutto dall’America, dall’Australia, dal Belgio e dalla Germania ma si tratta per lo più di esperti e studiosi. In una regione che ha puntato tutto sulla sua immagine di cuore verde d’Italia, bisognerebbe dare più spazio alle varietà locali. Perché i colori, i sapori, i profumi di questi frutti – conclude Isabella – sono una parte fondamentale della tradizione umbra”. Una tradizione fatta di gusti irripetibili che solo l’Umbria può offrire.

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Le piante che riempiono il giardino sui colli che si affacciano su Città di Castello, infatti, non possono crescere ovunque, perché solo in questa terra trovano il loro habitat ideale. E solo qui il passato rivive e rifiorisce ad ogni stagione.

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