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Estremo ponente: quando la Sicilia si scopre araba

Viaggio a Trapani e provincia, guardando l’Africa tra archeologia, barocco e sapori esotici

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La chiesa di Sant'Agostino a Trapani

Marsala, Mazara del Vallo, Erice, Favignana, il Belice: Trapani e la sua provincia sono una Sicilia diversa, nella storia di ieri e in quella di oggi, nei colori, nei volti e nella gestualità della gente, nei piatti che profumano d'Africa. Tracce fenice e miti greci, cultura, oliveti e mare

C’è un modo diverso di essere siciliani. C’è un fare lento ma operoso, spontaneo e meno artificioso. Ci sono i profumi del cumino e del couscous, dei vigneti che si affacciano sul mare. E poi c’è l’Africa. Il Nord Africa magrebino che si rispecchia oggi nella parte più occidentale della Sicilia. Trapani e la sua provincia sono una Sicilia diversa, nella storia di ieri e in quella di oggi. Diversa nei colori, con il bianco abbagliante che domina, nei volti della gente, nella gestualità.

Trapani: la falce caduta in mare

Una storia stratificata, quella di Trapani e della sua provincia, che inizia sempre con il mito.  Drepanon o Drepana, in Greco significa falce. È così che i greci chiamarono Trapani: per via della forma curva del suo porto. Questa falce si lega a due leggende. Secondo la prima, Trapani derivava dalla falce caduta dalle mani della Demetra, dea della prosperità, mentre era alla ricerca di sua figlia Persefone, che era stata rapita da Ade. Il secondo mito riguarda Saturno, dio del cielo, il quale eviscerò suo padre Chronos con una falce che, cadendo nel mare, creò la città. A sostegno di quest’ultima versione c’è anche la diffusione del culto di Crono a Trapani e a Messina. A Saturno, nell’antichità protettore di Trapani è dedicata la statua che si trova nella piazza principale.

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Il castello della Colombaia a Trapani

La “città dei due mari” è segnata da diverse stratificazioni storiche che iniziarono ancora prima dei greci con gli Elimi, una popolazione protostorica e proseguirono con i fenici. Furono proprio gli Elimi ad accogliere il corpo di Anchise a Trapani quando Enea giunse in fuga da Troia portando il padre in spalla. Una delle roccaforti dei Cartaginesi, Trapani subì l’influenza dai fenici e, in maniera più marcata, degli arabi, che ne sfruttarono la sua posizione di città-emporio sul mare per i collegamenti con il Nord Africa.

Le chiese tra i vicoli

Trapani bisogna scoprirla nei vicoli del centro storico, tra i palazzi e le chiese barocche. Cento in tutto, che culminano, quasi idealmente, nel Complesso dell’Annunziata, principale monumento cittadino.

In un colpo d’occhio si racchiude il panorama più bello della Sicilia che ha fatto da sfondo all’America’s cup 2007. Per vederlo bisogna salire sulla terrazza della Torre Ligny, costruita sullo scoglio con il tufo proveniente da Favignana. Da lì la vista spazia da Capo San Vito ad Erice fino a Marsala e alle isole Egadi. In mezzo il Castello di Mare, conosciuto come il Castello della Colombaia, fortezza medievale che disegna lo skyline della città.

Così, lungo le strade del borgo, nel quartiere più vecchio Casalicchio e quello ebraico della Giudecca,  disegnate per assecondare le traiettorie del vento, si susseguono chiese, edifici e monumenti, una successione ininterrotta di stili artistici, epoche storiche, leggende perse nella notte dei tempi.

Come il Palazzo Cavarretta, oggi sede del consiglio comunale, risalente al XV secolo e ornato successivamente da una grandiosa facciata barocca, o il trecentesco Duomo di Sant’Agostino, edificato dai Cavalieri Templari, ornata da un superbo rosone cesellato dai simboli delle tre grandi religioni monoteistiche, cristiana, islamica ed ebrea, proprio di fronte alla statua del dio Nettuno.

Il centro storico di Trapani

Il centro storico di Trapani

Il corso principale presenta lo splendore del Palazzo Senatorio e del Palazzo Riccio di San Gioacchino. Lo sguardo si posa sulla Chiesa del Collegio dei Gesuiti e su quella delle Santissime Anime del Purgatorio, che custodisce i Misteri, venti gruppi scultorei raffiguranti la passione  di Cristo celebrati durante la settimana santa con una solenne e commovente processione, mentre poco distante dal centro storico appare il Santuario  Maria  SS. Annunziata, dove si venera la Madonna di Trapani. Sfilano le Chiese di Sant’Agostino e di San Domenico, la Chiesa di Santa Maria del Gesù, la cinquecentesca Giudecca e la severa Cattedrale di San Lorenzo.

È un racconto senza fine, che prosegue tra le sale del Museo Pepoli, un ex convento carmelitano del XIV secolo con uno splendido chiostro, che raccoglie le testimonianze artistiche più brillanti della civiltà trapanese.

Città di mare e sale

Nel vecchio quartiere del porto il dedalo dei vicoli diventa più fitto, tra le casette in tufo e gli altari improvvisati dal culto popolare. Da qui i pescatori e i “corallai” partivano ogni giorno sfidando le onde, qui le donne li attendevano affidando alla Vergine il loro ritorno. È la Trapani più vera, quella che affonda le radici nel mare. Proprio come la Torre di Ligny, circondata dalle acque, estrema propaggine della città e suo simbolo.

Si scorge il paesaggio piu’ iconico di Trapani: la riserva naturale delle saline di Trapani e Paceco, di origine fenicia. Mulini a vento, colline di sale, uccelli migratori che dall’Africa si fermano per trovare qui  ristoro. Fenicotteri rosa che si fermano al tramonto e la mano operosa dell’uomo che ancora estrae il sale in questa riserva, secondo la tecnica tradizionale antichissima di raccoglierlo nelle vasche. L’occhio si sposta su un villaggio di pescatori. È ora di assaporare Trapani al tramonto.

Presidi di gusto

Ora di gustare le sue specialità, come quelle dichiarate presidi Slow Food: sei in tutto. L’aglio rosso Di Nubia, famoso per le sue spiccate qualità organolettiche e per l’alto contenuto di allicina; il sale marino di Trapani; il melone cartucciaro ed il Melone Purceddu, entrambe le varietà grazie alla lunga conservazione che li caratterizza,  appartendgono ai cosiddetti “meloni d’inverno”; la vastedda del Belice, formaggio a latte crudo e a pasta filata; ed il Pane Nero di Castelvetrano, prodotto con la farina di tumminia, famoso grano antico siciliano.

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Piatti a base dei prodotti trapanesi tutelati da Slow Food

“Tutte le produzioni si distinguono perché regolate da rigorosi disciplinari di produzione e da pratiche agronomiche sostenibili, che garantiscono la qualità e la salubrità del prodotto finito, coerenti con il motto associativo di Slow Food, Buono Pulito e Giusto, afferma Giuseppe Ranieri, fiduciario Slow Food per la Condotta di Trapani.

La provincia di Trapani è caratterizzata da un contesto ambientale unico e totalmente incontaminato: “Coste splendide totalmente libere da insediamenti industriali che purtroppo inquinano l’ambiente e la vista in altre province siciliane –continua Ranieri — Specchio di tanta ricchezza ambientale è la biodiversità che produce prodotti e piatti tipici famosi in tutto il mondo, notevole in proposito lo sforzo fatto da Slow Food, che negli anni ha tutelato attraverso il progetto dei presidi alcuni prodotti locali. Sono nell’orbita dalla tutela dei presidi anche ulteriori prodotti del territorio, e precisamente la sarda di Selinunte, ancora oggi pescata con l’antico sistema della “tratta”; il pomodoro pizzutello di Paceco, pomodoro rustico coltivato a campo aperto ed ingrediente essenziale del pesto trapanese; l’arancia ovoletto di Calatafimi, arancia tardiva dalla tipica forma, e la cipolla di Partanna, riconoscibile dalle grandi dimensioni e dalla dolcezza tipica di questo tipo di cipolla. Oltre al rinomato pesto trapanese con cui si condiscono le classiche “busiate” (tipica forma di pasta), sulla tavola dei trapanesi non manca mai un piatto di cous cous, il “cuscus”, come lo chiamano qui, preparato manualmente con la tipica “incocciatura a mano” e condito con il pesce.

Civiltà Contadina

A dieci chilometri da Trapani, vicino le isole dello Stagnone di Marsala, sorge un antico baglio di famiglia recuperato per portare avanti il connubio perfetto tra civiltà contadina e agricoltura moderna. Un luogo di ristoro dove il cibo siciliano ripercorre le tappe della tradizione, diventando percorso della memoria.

L’Agriturismo Vultaggio nasce da una vocazione che diventa filosofia. Siamo alla terza generazione, oggi portata avanti da Giuseppe Vultaggio, titolare dell’ Agriturismo Vultaggio insieme al padre. Insieme puntano su una certa attenzione per il cibo che diventa rispetto per la natura e per l’uomo. Nasce un menu con le pizze di farine di grani antichi, il pluriplemiato gelato al pistacchio di Bronte e Marsala, i prodotti del presidio Slow di Trapani e quelli di propria produzione.

Erice: bellezza divina

Soltanto 512 abitanti in una città medievale che ha del sacro. Il monte Erice ha un aspetto divino. Lo sapeva anche D’Annunzio, il poeta, che ne ha decantato la bellezza.

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Erice

Ma Erice lega insieme, nel racconto del mito, Eracle, Erice ed Enea. Quest’ultimo giunse con il corpo del padre Anchise morto a Trapani ma che viene onorato sul Monte Erice dove giaceva la sua tomba. Eracle, per i romani Ercole, arrivò nell’Isola con la mandria sacra di Gerione, sottratta per compiere la sua decima fatica, giunse nel territorio dove regnava Erice, re autoctono e figlio di Afrodite e di Buta. Il re lo sfidò mettendo in palio il suo regno in caso di sconfitta, in cambio delle vacche sacre e dell’immortalità di Ercole, se vincitore. L’eroe Greco vinse l’incontro e affidò i territori alla popolazione con la promessa di riconsegnarli, un giorno, ad un suo discendente. Erice, per venerare la madre Venere, eresse un tempio. Da lì il culto della Venere Ericina, famoso in tutta l’isola. E nel culto che la sacralità e il mito si fondono nel paesaggio, consegnandogli un’aura di assoluta bellezza.

Da Erice si domina tutta la costa occidentale siciliana. Si tocca Trapani e le sue saline con un soffio, le isole Egadi e l’Africa  allungando il braccio. La città più importante per gli Elimi, rimane architettonicamente medievale. Palazzi, bagli, chiese, conventi e un intreccio di strade sinuose che diventano il centro del mondo scientifico quando gli scienziati di tutto il mondo si riuniscono in congresso al centro Ettore Majorana. Erice si svela tra i vicoli acciottolati, il silenzio rarefatto delle chiese e dei conventi, cortili disegnati da piante e fiori, mentre l’antico borgo fortificato è animato da botteghe di artigianato con ceramiche decorate e tappeti variopinti tessuti a mano, a 750 metri sul livello del mare, è un gioiello che conserva intatto il suo centro medievale, vestendosi del monte e fondendosi con la natura circostante.

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Erice

Tra le chiese visitiamo la Matrice, il centro della città è Piazza Umberto I, sulla quale si affaccia il Palazzo Municipale, che ospita il Museo Cordici, poi troviamo il Quartiere Spagnolo e il Castello Normanno o di Venere mentre a sud-est dell’abitato si trova il Giardino del Balio, all’interno del quale svetta il Castello Pepoli, costruito in età normanna e successivamente modificato per essere trasformato in villa. Lasciamo le mura ciclopiche del lato occidentale, i torrioni e le tre porte normanne: Porta Spada, Porta del Carmine e Porta Trapani, scendendo dal monte Erice e proseguendo sulla strada che da Trapani va verso Marsala, lo sguardo vaga sul basso specchio d’acqua di mare dello Stagnone, oggi divenuto Riserva Naturale Orientata, per la ricchezza di flora e fauna. Qui l’animo entra in una dimensione magica accarezzato dai mulini a vento.

Mandorle amare

Ad Erice aleggia anche un’altra leggenda, questa volta vivente. È Maria Grammatico, storica titolare della pasticceria Grammatico che inizia l’avventura con soli tre chili di mandorle e finisce con un due negozi, un bar e una scuola di cucina dove si impara l’arte della pasticceria siciliana.

Una storia, quella di Maria Grammatico, molto intensa, che Mary Taylor Simeti, ha raccontato nel suo libro Mandorle amare (Palermo 2004). La morte del padre quando era ancora una bambina, l’infanzia trascorsa nel convento delle suore dove ha imparato l’arte dei dolci.

La Sicilia fenicia

Durante il viaggio di Eracle in Sicilia, i briganti gli rubarono la mandria, che per lui rappresentava la decima fatica.

Fu allora che Mozia, la personificazione della bellissima isoletta delle Egadi, gli indicò la strada da seguire per recuperare i suoi buoi.

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Le saline di Mozia

Mozia, spesso trascurata dai turisti, è una tappa che riconsegna la Sicilia ai fenici che la fondarono e la considevano il centro più importante. Distesa sullo stagnone di Marsala, racchiusa da una cinta muraria in bianco calcareo con un impianto che ricorda altre città di fondazione fenicia (come  il sito moderno di Kerkouan, a Capo Bon, in Tunisia), Mozia è un viaggio dentro un viaggio. Perché la Sicilia si pensa greca, normanna, spagnola. Araba per forza. Ma raramente fenicia. Perché quella fenicia è una Sicilia misteriosa, nascosta, tra la scienza e il sacro. Tra il commercio, la navigazione e i riti. Fenicia nei riti, nei santuari, nelle necropoli. Punico-africana nei bastioni e nelle fortezze, nei porti. Una Sicilia apparentemente lontana ma dal passato cosmopolita. Un mondo fatto di mercanti, di commerci, forse meno universalista dei greci ma non per questo meno intrigante. Questo è il luogo dei Feaci e di Nausicaa, la fanciulla che avrebbe sposato volentieri Ulisse ma che non riuscì a trattenerlo.

Il tempo e gli scavi archeologici hanno restituito alla storia e a questa piccola isoletta il tofet  (o tophet), un santuario fenicio-punico a cielo aperto, dove venivano deposti e sepolti ritualmente i resti combusti dei sacrifici e dalle sepolture infantili, il santuario fenicio-punico del Cappiddazzu, parte della necropoli arcaica, la cosiddetta Casa dei Mosaici, le zone di Porta Nord e di Porta Sud e della Casermetta.

Paragonato addirittura al santuario detto “Maabed” di Amrit in Siria, luogo di culto fenicio è il Tempio del Kothon, una piscina sacra annessa ad un tempio e ad un bastione rinforzato.

Nel 1902, Giuseppe Whitaker, appartenente alla storica famiglia inglese che arrivò in Sicilia e iniziò il commercio del vino Marsala, acquistò l’isola riconoscendone la bellezza e il valore.

Un paesaggio unico a Mozia. Un mare liscio, luogo di saline, acque basse, canne, imbarcaderi e barche dal fondo piatto. Lo sguardo che si allunga al tramonto, segue lo Stagnone e arriva fino alle Egadi.

A coronare la bellezza di Mozia è L’Efebo di Mozia, una statua greca in marmo bianco che rappresenta un giovinetto, forse un auriga o forse il dio Ercole. Si trova la museo Whitaker di Mozia, dopo essere stata al British Museum di Londra e al Getty Museum di Los Angeles.

Marettimo: l’isola di Ulisse

Selvagge, rocciose, incontaminate. Raccontano di mare e di sirene. Paradiso da ebbrezza primordiale, incastonato in mezzo al canale di Sicilia, fra Trapani e Marsala. L’arciperlago delle Egadi (soprattutto Levanzo e Marettimo), prova a resistere alla dominazione del turismo di massa. Nell’Isola di pescatori, Marettimo, lo scrittore inglese Samuel Butler, rovescia geograficamente il mito nel suo saggio L’Autrice dell’Odissea. Tra fantasia, mito, anni vissuti in Sicilia, Butler sfida la storia giungendo alla conclusione che l’Odissea è stata scritta non da Omero ma da una principessa trapanese realmente esistita, secondo lui celata nel personaggio di Nausicaa. Calcolando tempi e distanze diverse, Butler sostenne anche che Ulisse non errava nelle isole ioniche e nel Peloponneso bensì alle Egadi, e Marettimo, la più impervia e lontana dell’Arcipelago, era la mitica Itaca.

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La grotta del Cammello

Marettimo regala, con la sua costa frastagliata, luoghi nascosti e racconti di antiche grotte, capolavori scolpiti da Madre Natura che svelano antichi misteri. Come la Grotta del Tuono il cui nome deriva dal rumore dell’infrangersi delle onde sulle pareti di roccia, la Grotta del Presepe o la Grotta del Cammello ornata di stalattiti e stalagmiti. Tra le sue spiagge più belle c’è Cala Bianca mentre il relitto di un mercantile evoca storie lontane a chi vorrà immergersi fuori dalla costa. Si ode ogni volta il sordo rumore del mare in tempesta nella Grotta della Bombarda, un soffio che si crea durante le mareggiate mentre dal centro abitato ecco il dipinto delle case dei pescatori.

Favignana e Levanzo: tramonti per dispetto
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Vista di Favignana dal porto

L’isola più amata dai Florio, la famiglia siciliana di origine calabrese, che grazie al commercio e alla produzione di olio, vino, la lavorazione del tonno rosso, divenne la famiglia più potente del Mediterraneo, si veste di bianco e di azzurro. Favignana è un viaggio tra mare e cielo. Tramonti al profumo di gelsomino, ville nascoste tra agavi e fichi d’india, hotel ricavati da cave di pietra, magazzini abbandonati, ex cinema, case colorate, un mare nascosto tra insenature e angoli e uno a cielo aperto.

Cala Rossa, all’interno delle cave di tufo, ornata da un mare cristallino dalle mille rare sfumature e dimensioni, tra le varie insenature lascia intravedere una piccola spiaggia di recente formazione. Tra le spiagge disegnate dalla sabbia, c’è poi Cala Azzurra, che appare dipinta dai suoi fondali rosa, visibili dalle acque trasparenti e Lido Burrone che è invece una spiaggia ben attrezzata. Vicino al centro del paese, ben raggiungibile c’è la Praia mentre se ci si vuole perdere tra le calette di scogli e sabbia, si dovrà andare verso Punta Faraglioni.

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Il mare di Levanzo

Per chi ama tuffarsi sono da visitare Punta Fanfalo, Scalo Cavallo, Grotta Perciata, Bue Marino e invece per chi si vorrà immergere, potrà scoprire Galeotta, un isolotto dove appariranno provenienti da altri mondi branchi di polipi e murene e Cala Rotonda all’interno di una grotta. Il profumo del couscous con pesce, spezie e pomodoro, del tonno alla griglia, all’agrodolce o come carpaccio con le erbe inebriano i vicoli mentre la voce del mare racconta storie antiche.

Levanzo è la più piccola delle Egadi, con le sue grotte di interesse storico e archeologico, tra queste ricordiamo la Grotta del Genovese mentre spiagge e spiaggette si susseguono lungo il sentiero che porta al faraglione. Nella zona sud-est appaiono la selvaggia Cala Fredda fatta di sassi e Cala Minnola, situata a nord-est dell’isola, per chi vorrà invece percorrere un itinerario archeologico-subacqueo sarà possibile tra Cala Minnola e Punta Altarella visitare i resti di un relitto romano.

Levanzo al tramonto, quando i pescatori tornano a casa e ci si leva di dosso il profumo del sale: il giorno finisce per dispetto.

Mazara: l’isola di Allah

Meno di 100 chilometri da Tunisi. Scelta dai fenici prima, come sosta per i loro lunghi viaggi in direzione Spagna, poi, come sede ideale per un emporio fenicio, a Mazara del Vallo si respira profumo di Africa del Nord. Il Maghreb è qui. Quando gli Arabi del Nord Africa ufficialmente conquistarono la Sicilia nell’827, approdarono a Mazara del Vallo. Iniziando un sodalizio che ancora oggi continua e fa di  Mazara del Vallo il comune più “arabo” d’Italia con una percentuale di tunisini e marocchini che costituisce quasi un quarto della popolazione. Perché a Mazara del Vallo tra le vie del centro, avvolti dal bianco della luce e dei suoi palazzi, si prova la sensazione di essere a Marrakesh o Tunisi.

Chiesa di Sant'Ignazio a Mazara del Vallo

Chiesa di Sant’Ignazio a Mazara del Vallo

È l’itinerario dei vicoli, una treccia di stradine e vicoli che si snodano nel centro storico, formando una vera e propria kasbah, che ha la stessa struttura di quella di Marsiglia e Il Cairo.

Simbolo di una Sicilia tollerante e dell’accoglienza che unisce l’Europa al Nord Africa e al mondo arabo, nelle acque internazionali fu ritrovato da un peschereccio di Mazara, nel 1997,  il Satiro Danzante, una statua bronzea dell’arte greca classica che rappresenta un satiro, un essere mitologico che faceva parte del rito orgiastico del greco Dionisio. Dal mare azzurro di Mazara al Museo del satiro, ricavato all’interno della Chiesa di Sant’Egidio, dove oggi ha casa la statua greca, dopo aver fatto il giro nei più importanti musei mondo.

Nella città delle “cento chiese”, non perdetevi la bellissima cattedrale normanna in Piazza della Repubblica, la Chiesa di San Michele, la Chiesa barocca di San Francesco e quella all’aperto di Sant’Ignazio, il  Teatro Garibaldi e l’antico chiostro del Collegio dei Gesuiti. Si arriva a piazza Mokarta e ci si spinge fino al lungomare Mazzini per una passeggiata.

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Tramonto alla Torretta Granitola

E se voi avete deciso di fermarvi in questa parte del mondo, gustatevi il famoso gambero rosso di Mazara, ormai piatto gourmet in tutto il mondo perchè la pesca in alto mare e nelle acque cristalline ne garantiscono un sapore unico.

A Mazara il ritmo è lento e la Sicilia diventa Sicilia due volte. La spiaggia di sabbia fine e dalle acque cristalline di Tonnarella, i tramonti nella vicina Torretta Granitola, gli aperitivi all’Approdo dei Saraceni, da dove si assiste ad uno dei tramonti più belli al mondo. La città si sveglia con il rumore delle barche che prendono il largo per una battuta di pesca e si addormenta coccolata dalla musica dei lidi, le passeggiate nella battigia.

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La casbah di Mazara

Tutto è autentico, spontaneo, meno artefatto, ricercato, rispetto alla Sicilia orientale e alla sua vocazione modaiola e futurista.

Mazara è una città che se la conosci e la vivi ti appartiene subito — dice Loredana D’Asaro, originaria di Campobello di Licata e  proprietaria  della struttura ricettiva Villa Amanda, che gestisce insieme al marito Luca — È quel luogo che non ti aspetti e per questo ti cattura; il suo mare è grande anche tra la gente che negli anni è stata esempio di accoglienza e integrazione vera verso i popoli del mediterraneo. Qui si mescolano culture usi e pensieri che convivono serenamente lasciando spazio ai visitatori di viverne la storia, la bellezza e la civiltà senza stereotipi che la definiscono a priori. Sei libero di amarla a modo tuo, certo che un giorno tornerai a risentire suoni, profumi e colori che non si dimenticano.

Da Mazara non vuole andare via Amanda Bono, giovane chef che con il suo home restaurant ha deciso di far conoscere Mazara al mondo attraverso la sua cucina: “Nessun posto al mondo offre materie prime come la Sicilia, il pesce fresco, le verdure e la frutta di stagione. Il profumo del mare, i vigneti”. La sua cucina parla di mare, di storia, di popoli, di integrazione, di cultura di ieri e di oggi.

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Amanda Bono

Quando le chiediamo come e in che modo la comunità tunisina e islamica si sia integrata nel tessuto sociale e storico, lei risponde: Noi mazaresi ci siamo integrati e oggi siamo diventati una grande famiglia”.

“Mazara, da sempre approdo di popoli che hanno lasciato impronte di civiltà ancora oggi apprezzabili in tutta la loro bellezza. I profumi ed i sapori di questi luoghi rimangono per sempre indelebili nei ricordi di chi vi è passato. Passeggiando sul lungomare ci si sente avvolti da una luce che si spegne in meravigliosi tramonti infuocati — Parla così della sua Mazara, Luca Bono — Questo è  il  luogo dove sono nato, grande testimonianza di integrazione, un bellissimo balcone sul Mediterraneo, il luogo dove il satiro ha scelto la sua dimora”.

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Mazara del Vallo

Marsala: oracoli e vino

Mars-Allah: Porto di Allah, in arabo, è anche la città dove vi sbarcò Garibaldi con i suoi mille. Anticamente sorgeva sulle rovine della città punica chiamata Lilibeo (Lilibeum in latino) che significa “città che guarda alla Lybia” cioè all’africa occidentale, chiamata in passato Lybia.

Se negli anni Marsala è diventata sempre più araba, il suo tessuto si intreccia con quello degli oracoli e delle profezie. Mistero e magia sul promontorio di Lilibeo dove è attestato il culto della sibilla Lilibetana, il cui sepolcro era venerato nello stesso luogo.

Diodoro Siculo parla di un pozzo, chiamato “Lilibeo”, scavato da Annibale e non di una sibilla, che compare in epoca romana durante la quale la tradizione ha voluto associare questo pozzo alla dimora della Sibilla Sicula. La funzione oracolare ha un’origine lontanissima ed è perfettamente rappresentata dal pozzo e dalla sua forma che ben si presta a luogo per responsi. Le acque del pozzo erano considerate miracolose al punto che, nel XVI secolo, fu eretta la Chiesa di San Giovanni Battista, noto alla tradizione cattolica per i suoi poteri divinatori. Acque miracolose che dotavano di poteri da indovino chiunque le bevesse. Si perde così nella notte dei tempi il culto praticato a Lilibeo, le cui monete raffiguravano Apollo, il dio dell’oracolo di Delfi con il volto di una donna velata. Acqua propiziatoria e feconda, che unisce mito e mistero.

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Il faro del porto di Marsala

Nel 1776, il famoso commerciante inglese Woodhouse sbarcò a Marsala e fu rapito dal gusto del vino liquoroso più famoso: il Marsala appunto. E fu amore a prima vista. Al punto da volere iniziare subito la produzione e commercializzazione. Marsala oggi ha un fascino rarefatto e un gusto da non perdere nel giro delle sue cantine più famose (Florio, Pellegrino, De Bartoli) dove tra botti di rovere, magazzini, cantine, attrezzi dell’epoca, si assapora la Sicilia aristocratica del vino e contadina.

Di  Marsala si innamorò il regista Michelangelo Antonioni che del tramonto sullo Stagnone, disse che è “il tramonto più bello del mondo”.

Marsala, città di mare e di commercio, svela la sua anima barocca nel centro storico, oggi interamente pedonale e nel suo lungomare Capo Boeo. Quattro porte delimitano il quadrilatero cittadino che esploriamo partendo dal Duomo dedicato al vescovo di Canterbury perché costruito dagli inglesi. Una piazzetta coperta da alberi secolari vi porta a piazzetta Purgatorio con la Fontana barocca e la chiesa del Purgatorio. Si sente nell’aria la vecchia Lilybeo su Via Garaffa piena di reperti archeologici fino a Piazza del Carmine dove ha sede la Pinacoteca comunale.

Il cuore della città è Piazza dell’Addolorata con il suo splendido palazzo spagnolo, sede del Comune e l’Antico Mercato testimonianza della dominazione araba di cui ancora oggi si sentono le voci e  i profumi dei souk marocchini.

Arriviamo a Porta Garibaldi, da dove entrò Giuseppe Garibaldi e i suoi Mille alla conquista della Sicilia appena sbarcato nell’isola. Anche lui, forse trovò ristoro tra i tavoli del bar, oggi numerosissimi, che popolano la via Garibaldi.

C’è una Marsala che si nasconde, anche agli stessi abitanti. È l’Ipogeo di Crispia Salvia, dedicata da Iulius Demetrius alla moglie Crispia Salvia, splendido esempio di arte funeraria romana con i temi e le decorazioni che ricordano i Campi Elisi. E poi c’è Marsala archeologica, quella che svela il suo passato romano nel Parco Archeologico di Capo Boeo e al Museo Archeologico regionale, sede nel Baglio degli Anselmi, ex stabilimento enologico.

C’è la cultura del Regio Teatro San Francesco, dove cantò Andrea Bocelli e del Museo degli Arazzi fiamminghi.

Nella lunga passeggiata del lungomare, dal monumento ai Mille fino alla Salinella, Marsala vi porta  alla punta estrema dell’Italia: Capo Boeo.

Selinunte: acropoli sul mare
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Vista di Selinunte

Sfidando la calura estiva, si raggiunge Selinunte, che i greci chiamarono “Selinon” , per via del sedano selvatico che ancora oggi cresce in questo territorio, non lontano da Trapani e appartenente al comune di Castelvetrano.

Nonostante sia stata colpita da diversi sismi, Selinunte ha mantenuto una superba e grandiosa bellezza.

Sull’Acropoli, questo altopiano calcareo a strapiombo sul mare, si aprono, come fianchi di un’avvenente donna, colline morbide che, con gelosia, custodiscono i resti di templi greci maestosi.

Il più famoso, quello di Hera: moglie e sorella di Zeus che i romani chiamarono Giunone. Ma anche le rovine del tempio G, concepito come uno dei più grandi ma mai ultimato a causa della distruzione dei Cartaginesi. A trasformare la bellezza di Selinunte in un luogo prezioso fu anche l’uso di adornare i propri templi con sculture in pietra: le preziose metope.

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Tempio di Hera a Selinunte

In questo angolo di paradiso, che una volta fu così potente e splendente tanto da fondare la colonia di Heraclea Minoa, fu popolare il culto di Poseidone. Per far riabbracciare terra e mito, si dice che Selino, il fiume di Selinunte, fosse figlio dei dio del mare. A Selinunte, si diffuse anche il culto dei dioscuri, Castore e Polluce, eroi spartani, dorici per eccellenza.

Tra gli scavi, le pietre, i resti dei templi, le mura delle acropoli, fu ritrovato l’Efebo di Selinunte, simbolo di una bellezza classica che perdura nel tempo, custodito oggi nel Museo di Castelvetrano.

Segesta: il senso dei Greci per la perfezione

“Il tempio di Segesta sembra essere stato posto ai piedi della montagna da un uomo geniale che aveva avuto la rivelazione del punto unico in cui lo si doveva erigere. Anima infatti, da solo, l’immensità del paesaggio che vivifica ed abbellisce divinamente”, scriveva Guy de Maupassant nel suo Viaggio in Sicilia.

Chissà quali sentimenti non trasformati in parole e racconti hanno attraversato l’animo di Goethe e Guy de Maupassant e di tutti i viaggiatori che si sono fermati di fronte al Tempio di Segesta, detto il Tempio grande.

Stupore, eternità, bellezza. Come vuole spesso la tradizione, anzi il mito, due popoli e due miti si legano alla nascita di Segesta, la più importante delle città elime, adagiata su un sistema collinare, il monte Barbaro, che accoglie i suoi monumenti principali: il teatro, il santuario e il tempio.

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Segesta, tempio greco

In eterna competizione con la vicina Selinunte, Segesta  ha una leggendaria  e misteriosa origine troiana che rende omaggio alla figura della donna e della fertilità. Segesta, ninfa troiana, sbarcata sulle coste siciliane, diede alla luce Egesto, fondatore della città, insieme al dio fluviale Krinisio. I due elementi e miti ricorrono sia nella rappresentazione delle monete di Segesta (che raffiguravano il dio fluviale che per unirsi alla ninfa si era trasformato in un cane) sia nel magnifico Tempio, che pare fosse dedicato proprio alla ninfa Segesta.

Gli studiosi ancora oggi dibattono sul perché di un tempio costruito in una città non greca e sull’unicità della struttura , che presenta delle variazioni rispetto ai canoni classici (niente cella né tetto). Un’opera incompiuta oppure un recinto sacro a cielo aperto? Lasciamo agli storici il dibattito. A noi resta un esempio tra i più magnifici di architettura dorica meglio riusciti e conservati in Sicilia. Un respiro a cielo aperto a pochi chilometri dal mare.

Nella stessa area archeologica, fu costruito il teatro, esempio di architettura di passaggio dal tipo Greco a quello romano, ancora oggi utilizzato per le rappresentazioni teatrali e il santuario di contrada Mango, di cui è avvolto nel mistero il culto destinato.

La Cappella Sistina siciliana
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Chiesa di San Domenico a Castelvetrano

La città dove fu trovato morto il bandito Salvatore Giuliano, famosa oggi per il suo pane nero, nasconde un tesoro che a molti siciliani è sconosciuto: la Cappella Sistina siciliana. Un capolavoro quasi nascosto che si leva in tutta la sua magnificenza di fronte allo sguardo stupito di chi si affaccia timidamente all’ingresso della Chiesa di San Domenico a Castelvetrano. Un capolavoro architettonico e decorativo che si snoda in una serie di statue, affreschi, bassorilievi, stucchi, figure grottesche, realizzati dalla famiglia Ferraro nel Cinquecento per raccontare scene del Vecchio e Nuovo Testamento.

Per entrare nell’anima della città si inizia a scoprire il suo cuore nevralgico dalle sue piazze. Un sistema di piazza unico che forma una singolare scenografia urbana. Un susseguirsi di piazze (Umberto I e Carlo d’Aragona Tagliavia), le cui quinte sono costituite dai prospetti di alcuni monumenti emblematici della cittadina: Palazzo Pignatelli Aragona costruito sulle fondamenta di un castello federiciano;  la Chiesa Madre con raffinato disegno cinquecentesco ispirato alle cattedrali normanne e l’imponente Torre Campanaria; la seicentesca Fontana della Ninfa; la chiesa del Purgatorio costruita tra il XVII e il XVIII secolo (oggi adibita ad auditorium).

Dalla città alle sue colline. Da dove si vede il Mediterraneo e si domina la valle fino alla foce del fiume Belice. Siamo nel cuore della Riserva Naturale dell’Oasi del Belice. Anche qui, nell’agriturismo Dimina, si continua la civiltà contadina da generazioni e la storica ospitalità siciliana. Turismo rurale semplice ed essenziale dove la cucina parla del territorio, di uomini e di altri luoghi. Come la vicina Tunisia del gestore e chef, che tutti chiamano affettuosamente “Francesco”. È lui a prendersi cura degli ospiti ed è con lui che conosciamo una Sicilia ospitale, tollerante e simbolo di integrazione.

Pane nero
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Gli oliveti di Castelvetrano

Famoso in tutto il mondo per il suo colore scuro, il pane nero di Castelvetrano è anche presidio Slow Food. Realizzato con la farina di tumminia, prezioso grano antico siciliano, macinata in mulini a pietra naturale, il pane ha anche una lunga conservazione oltre che una grande digeribilità. Da tre generazioni viene preparato nella Bottega del Pane di Castelvetrano, dove oggi a continuare la tradizione di famiglia ci pensa Tommaso Rizzo.

Animato da una forte passione per il pane e per le farine, Tommaso sforna ogni giorno anche biscotti di tumminia, dolcetti alle mandorle e sfincioni.

Partanna: la vergine della terra scura

Se si tiene fede all’origine greca il suo nome nella lingua di Aristotele significa “vergine” (παρθένος, parthenos, “vergine”) mentre per gli arabi è “terra scura” (bartannah).

Partanna, tra le Valli del Belice e del Morione, è legata alla storia della famiglia dei Grifeo, sulla cui origine bizantina ci sono molte leggende. Nel Castello Grifeo di Partanna, che domina dall’alto la collina, un affresco sul muro del salone principale racconta le origini dell’intitolazione del Feudo: Giovanni I Grifeo salvò il Gran Conte durante un duello contro il condottiero arabo Mogat, la stessa scena è ripetuta sull’ingresso principale della Cattedrale di Mazara del Vallo. Tra oliveti, valli, colline, il mare della vicina Selinunte, Partanna è una sosta per il viaggiatore che esplora la Valle del Belice e il suo mare. Il Castello, la Chiesa Madre, la luce bianca delle strade e dei palazzi, ci raccontano di una Sicilia feudale dal passato glorioso che rimpiange i fasti dei tempi che furono.

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Marinella di Selinunte

Tra Partanna e Castelvetrano, abbracciando le spiagge di Marinella di Selinunte, cresce la nocellara del Belice, la famosa cultivar e olio che ha anche ottenuto il marchio DOP. Lo produce da 100 anni l’oleificio Asaro, tra Castelvetrano e Partanna. Sono loro quest’anno a celebrare il compleanno di una realtà aziendale nata negli Stati Uniti un secolo fa e che continua ancora oggi con la quinta generazione. Sarà una festa legata al territorio, alla terra, alle bellezze di una provincia che in pochi ancora conoscono. Un ponte tra la Sicilia e gli Stati Uniti cui la famiglia Asaro vuole ancora dare continuità, donando ad alcuni clienti americani 100 alberi tra gli oliveti di Castelvetrano e Partanna.


Alcune parti di questo articolo sono tratte dal libro di Liliana Rosano Sicilia e Mito, in uscita per Lighthouse publisher.

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