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Caso “Virgilio” a Roma, tra illegalità e nostalgia (sbagliata) dei tempi andati

Bombe carta, sesso, spaccio: non si respira affatto una bell’aria al Virgilio, lo storico liceo di via Giulia a Roma

di Angelo Perrone

Foto di una finestra del Virgilio, da uno degli ingressi del Liceo (Da Youtube)

Dietro i fatti gravi che hanno scosso la vita dello storico istituto scolastico di Roma, le reazioni divergenti dei genitori rivelano come sia controverso il ruolo degli adulti nell’educazione dei ragazzi. Come eravamo, quando avevamo i capelli lunghi? C'è chi chiede il ripristino della legalità e chi mostra un'inadeguata nostalgia dei propri tempi. Ma i figli non sono amici e non devono diventarlo

Non si respira affatto una bell’aria al Virgilio, lo storico liceo di via Giulia a Roma, dopo le polemiche scaturite dalle dichiarazioni del preside dell’istituto, Carla Alfano, che ha denunciato l’esistenza di un atteggiamento di intimidazione e di minacce (ha parlato addirittura di un “clima mafioso”) da parte di un gruppo ristretto di studenti sui 1300 che lo frequentano. Un’esagerazione? A novembre, erano scoppiate nel cortile due “bombe carta”. A ottobre scorso, 400 alunni avevano occupato l’istituto dopo il crollo di parte del solaio dell’ala seicentesca della scuola provocando danni per circa 20.000 euro.

Di recente è stato diffuso sul web un video che ritrae scene di sesso con una ragazza minorenne avvenute proprio durante quell’occupazione. Nel 2015 erano dovuti intervenire persino i Carabinieri che procedevano all’arresto di uno studente che in cortile cedeva droga ad altro minorenne. Eppure a fronte di genitori e insegnanti che, preoccupati, chiedono, anche in appoggio all’azione del preside, il ripristino della legalità e una azione ferma per contrastare questi episodi gravi di spaccio, di video rubati, di lancio di petardi, altri minimizzano l’accaduto, riducendo l’esplosione delle bombe carta ad una “goliardata”, la diffusione di alcol e droga durante l’occupazione ad una condotta in qualche modo non preoccupante e quasi “normale” (c’è ovunque, evidentemente “la droga era buona”, è stato osservato) infine l’ attenzione dell’opinione pubblica alla conseguenza di un “attacco mediatico” contro l’istituto, che “dura da cinque anni”. Sul banco degli imputati alla fine il preside stesso, colpevole di aver usato un linguaggio “inadeguato” perché capace di “diffamare” l’intero istituto, e di non aver informato i genitori e chiesto la loro collaborazione.

Si confonde tra la durezza del linguaggio usato e quella della realtà che viene rappresentata, come se oggetto del giudizio debba essere chi lo usa, prima che la situazione denunciata. Vediamo di che si tratta, poi valutiamo come ci si è espressi. Una posizione che ridimensiona la gravità dei fatti, ne minimizza il disvalore anche rispetto al contesto scolastico, e, in mancanza di chiarezza, finisce per equiparare colpevolmente i pochi facinorosi alla grande maggioranza degli studenti. Un rapporto squilibrato rispetto ai figli e agli insegnanti, i primi (e quindi anche i responsabili di singoli gesti) che appaiono comunque compresi e giustificati, i secondi colpevolizzati rispetto agli studenti “diffamati”.

Quei genitori – scegliendo la strada della strenua amicizia con i figli senza alcun distinguo e della sottovalutazione delle imprese di alcuni, – sembrano mostrare nostalgia di quando avevano i capelli lunghi e conducevano altre battaglie nello spirito libertario dei loro tempi. Un’ideologia però, quella libertaria (la voglia di libertà dei figli, nessuna museruola da parte dei genitori), che disconosce la differenza tra le generazioni e aggira il ruolo degli adulti (genitori od insegnanti) nel processo di formazione dei giovani. Una abdicazione, di fronte al loro compito di responsabilità nella educazione dei ragazzi.

 

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