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Trentaquattro anni fa la Camorra uccideva il giornalista Giancarlo Siani

Per le sue rivelazioni sulle trame delle cosche campane Giancarlo Siani ha pagato il prezzo più alto del giornalismo di cronaca nera

Nella foto, il murale dedicato a Giancarlo Siani nella strada dove il giovane giornalista fu ucciso

Come è lecito attendersi da un ragazzo di ventisei anni, dopo aver lasciato la redazione del quotidiano napoletano Il Mattino, Siani si stava dirigendo verso la sua casa in via Romanelli con l'intenzione di recarsi poi ad un concerto di Vasco Rossi in programma per quella sera allo stadio San Paolo. I killer della Camorra lo intercettarono sotto casa e lo uccisero per fermare il lavoro che stava portando avanti sulle attività delle cosche campane

Sicuramente Vasco Rossi la sera del 23 settembre del 1985 non immaginava minimamente che un suo fan, alle prime ore della sera, uscendo dalla redazione del quotidiano Il Mattino, con la sua Mehari sarebbe passato velocemente da casa sua per poi andare ad assistere al concerto al San Paolo di Napoli. Il concerto iniziò con la solita apparente puntualità delle grandi rock star con la gente accorsa a migliaia in un tripudio di urla gioiose, luci colorate ed effetti di fumo che si propagavano per tutto il palco ma quell’ammiratore, quel ragazzo appassionato di giornalismo e della musica di Vasco non era presente nel pubblico.

Il ventiseienne Giancarlo Siani stava compiendo il suo praticantato professionale di giornalismo in attesa che i cinque anni previsti si concludessero con l’assunzione al quotidiano Il Mattino dove con passione, dedizione e talento scriveva articoli di cronaca pubblicati nelle pagine centrali del giornale e lo faceva in un periodo in cui il capoluogo campano viveva lo strazio di conflitti sanguinosissimi tra famiglie affiliate alla camorra. Famiglie che, complice la scarsa presenza dello Stato, gestivano traffici di stupefacenti in una costante lotta per l’egemonia territoriale che ha fatto innumerevoli vittime nei quartieri di Napoli e dintorni.

La cronaca nera da sempre viene percepita come un terreno pesante e rischioso per ogni giornalista perché richiede la descrizione di eventi, nomi, dettagli e testimonianze che spesso urtano in modo diretto i colpevoli dei misfatti e, grazie a commenti, deduzioni e chiavi di lettura di certi eventi, si possono svelare le motivazioni nascoste di certe trame criminali fino a renderle pubbliche. Giancarlo Siani in questo era un vero talento perché i suoi scritti giornalistici mostravano da un lato una preziosa ampiezza nel suo modo di analizzare il fatto e dall’altro un notevole spessore descrittivo con cui riusciva a farsi comprendere sempre in modo chiaro da tutti.

Il fratello Paolo, orgoglioso delle capacità di Giancarlo di rincorrere sempre il cuore della notizia, ravvisò un certo timore per la pericolosità di certe argomentazioni così dettagliate e analisi così approfondite ma Giancarlo era convinto che quello che scriveva fosse in qualche modo già noto ai cittadini stessi quali testimoni in prima fila delle drammatiche vicissitudini dell’epoca.

Nella sostanza, l’idea era che Siani non stesse “pestando i piedi” a nessuno tanto che, nel suo lavoro, non si fermava alla scrittura di inchieste e articoli in redazione ma spesso presenziava e prestava il suo contributo di giornalista in vari incontri nelle scuole o presso altri centri di dibattito su micro-macro criminalità e sulla Camorra.

Quel che emerge è quel filo corto e sottile che sembra esistere tra la passione per il mestiere del giornalismo in costante e inarrestabile crescita giorno dopo giorno, e quella incauta, coraggiosa e famelica esigenza di non fermarsi mai e di raccontare tutto senza tralasciare alcun dettaglio.

Giancarlo, dopo soli due anni di collaborazione con il quotidiano, in uno dei suoi tanti articoli si spinse ad analizzare l’arresto di un esponente di una delle cosche reso vulnerabile alle forze dell’ordine quasi si trattasse di un pegno dovuto, un prezzo da pagare necessario per un accordo di pace tra famiglie che poteva andare in porto solo grazie a quell’arresto. Una chiave di lettura indovinata ma fatale perché mandò su tutte le furie la cosca coinvolta, consapevole del talento del giovane giornalista grande conoscitore della sua terra e delle oscure trame camorristiche.

Si era fatto un po’ tardi quella calda sera di settembre, il concerto sarebbe iniziato nel giro di un paio di ore e la Citroen Mehari di Giancarlo nelle vie di Napoli si dirigeva verso la sua abitazione. Un appartamento in via Romaniello, una strada interna a due vie entrambe senza uscita. Giancarlo posteggiò la sua auto ma non fece in tempo a scendere e tantomeno ad accorgersi che alle sue spalle due sicari lo avevano raggiunto a piedi per freddarlo con diversi colpi di pistola lasciandolo riverso nel suo posto guida. Il più giovane giornalista a cadere sotto il fuoco delle cosche in Italia.

Chissà quante volte Giancarlo Siani durante il suo lavori di reportage si era soffermato ad osservare attentamente un cadavere riverso a terra nei vicoli di Napoli e di Torre Annunziata in una pozza di sangue; lo sguardo innaturale di un corpo senza vita con una ultima e definitiva espressione in un macabro equilibrio tra terrore e dolore. Difficile credere che possa aver pensato di poter fare anch’egli quella fine, troppo giovane per pensarlo. A ventisei anni ci si muove per il proprio futuro e Giancarlo forse stava pensando di osservare una persona priva di futuro ma in modo distaccato, si è meglio credere sia stato cosi.

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