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Zibaldone

L’INTERVENTO/ Perche’ si vota Berlusconi

Alla preghiera laica per le dimissioni del Premier, rispondo: e poi? Dubito che verrebbero governanti “puri”... Per non continuare a castrarci, bisognerà votare per e non contro

 

 Caro Stefano Vaccara, scrivo dopo aver letto il recente “Visti da New York” del 16 gennaio. Carità di Patria, Lei dice. Un’espressione potente, una preghiera laica. Berlusconi, dunque, dovrebbe dimettersi, auspicandosi un moto di coscienza autocensorio e finalmente risolutivo. Pare sia preda di un deliquio senescente. E si stima, ancora una volta, che il Pubblico Ministero abbia ricostruito verità certe. E sia. Berlusconi, come avrebbero detto le nostre nonne, sarebbe (anche) uno sporcaccione. Né porrò la questione se vizi privati inibiscano pubbliche virtù. Anche perché da Milano ci fanno sapere che l’illustre pluriindagato, abusando dell’alta carica, avrebbe anche indotto un ufficio della Polizia di Stato ad omettere un atto dovuto (trattenere la minorenne Ruby), concutendolo. Sicchè, non foss’altro che per quest’aspetto, la giovane odalisca catalizzerebbe l’insana commistione fra Stato e ormoni.

Ora, si supponga che l’auspicio dimissionario sia accolto. E che, stante il grave e delicato momento politico (in Italia non ne mancano mai), per scongiurare elezioni inopportune, si imprigioni un qualche personaggio vistosamente riconducibile a Berlusconi entro una cornice di granitica e iugulante Salute Pubblica: in modo da lasciare intatta la facies democratica della successione. Si supponga che la compagine regga, pour case, giusto il tempo necessario ad alcune operazioni, “coperte” dal manto delle immancabili riforme. I tempi sono duri. E tutti tengono famiglia. Supponiamo ancora che, ad un certo punto, le elezioni cessino di apparire inopportune perché, ad esempio, certe tensioni saranno scomparse: tensioni interne ad organizzazioni politiche, tensioni interne ad organizzazioni di categoria, sia di lavoratori che di imprenditori. E che, nel frattempo, le insane passioni di Berlusconi, grazie alla immediatezza del giudizio, siano state interamente esibite. Così Berlusconi, già caduto, è definitivamente eliminato.

Ma questa sarebbe politica domestica (alta o bassa, non saprei dire) immortalata in uno svolgimento di matrice badogliesca a cui siamo abituati. Ma sarebbe tutto? Vediamo.

Si afferma che la questione stia qui, in effetti. Che non sarebbe più politica, ma etica, morale, estetica. In questo fiorire di parametri metafisici, ahimè, mi smarrisco. E rilevo la consueta sindrome da Piazzale Loreto (pure evocato nel Suo articolo). Perché dubito che dopo Berlusconi verranno governanti puri. Eh sì, puri. Dopo etica, morale, estetica, l’unico paradigma ammissibile sarebbe quello della purezza, della illibatezza, dell’ascesi laica. Dubito, tanto per parlare, che la Melandri, festaiola con bandana nel Kenya di Briatore, imperiosa ministra che giochicchia con reperti etruschi su aree destinate ad un volenteroso concorrente delle Coop (finito in mesta ritirata) possa alimentare speranze incoraggianti; o che Draghi possa concorrere alla guida della BCE senza che l’indispensabile appoggio del (nuovo) governo italiano possa costare qualche dismissione strategica, magari suggerita dal rodato e “coperto” patronato di Goldman Sachs; e dubito che le “disinteressate” news di SKY” manterranno il loro appeal “democratico” se non si rivedrà l’imposizione fiscale su certi suoi prodotti; dubito infine che, compiuto il riscatto democratico del Paese, qualcuno ci spiegherà perché il valore reale dei nostri soldi si è dimezzato, nei primi tre anni (2000-2002) di circolazione della misteriosa moneta figlia di Maastricht, senza più reintegrarsi; perché esiste un’oligarchia inquisitoria terribile e forte della sua stessa irresponsabilità; perché, prima o poi, in Italia chiunque, persino il ricchissimo, spregiudicato, egocentrico e tentacolare Berlusconi può finire, ma mai, dico mai, un magistrato che sbaglia incorre nell’equivalente di una multa per divieto di sosta, persino se discute le ordinanze di custodia cautelare mentre fa sesso col suo G.i.p.; o è sorpreso a fare l’orco con un bambino in un cinema a luci rosse; o riceve in regalo denaro o automobili da suoi indagati, o inquisisce una persona e poi gli si candida contro. E si potrebbe mestamente continuare.

La ragione di tanta scepsi risiede in quello che Sciascia definiva il voto contro. Notava il Maestro che in Sicilia non si vota per qualcuno, ma contro qualcuno. E che il piacere, la sottile libidine che si trae dal torto inflitto, è infinitamente più gustosa della noiosa soddisfazione che può dare il merito riconosciuto Nel noto avanzamento della linea della Palma (autentica Weltanshauung sciasciana) si è esportato il modello in Italia. Riannodandolo a fili antichi e ben più possenti. Quelli per cui l’insano impulso contro conduceva alla catastrofe nazionale e al saccheggio perpetrato da un sempre nuovo dominatore straniero. Fili che risalivano alla calata dei Longobardi, secondo il Manzoni dell’Adelchi. A furia di votare contro, gli italiani hanno sviluppato una vera e propria malattia, capace di effetti funesti e distruttivi, identici a quelli lamentati dal poeta: Il forte si mesce col vinto nemico, Col novo signore rimane l’antico; L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.

Solo che al posto dei Longobardi e di Desiderio, per stare agli ultimi anni, ci sono stati i Partiti della Prima Repubblica. Come oggi c’è Berlusconi. E al posto dei Franchi abbiamo avuto le divisioni velenosamente corazzate della finanza anglo-americana. La stessa dei sub-prime. Con annessi ruffiani e manutengoli locali, pronti e proni, in cambio di benefit cash e carrieristici, ad aprire le porte di casa perché nottetempo vi penetrassero truppe fameliche. Le privatizzazioni ci hanno impoverito non meno del trattato di Maastricht; le une e l’altro imposte nel terrore del triennio 1992-1994, con la minaccia-beffa del congelamento dei Titoli di Stato, poi di fatto realizzata, in termini reali, con l’Euro, che ha eroso il patrimonio medio di ciascuno come ciascuno è in grado di testimoniare. E tutto questo con Ruby che c’èntra? C’entra, c’entra.

Perché carità di Patria, per chi ha goduto del privilegio degli studi (non è una fissazione, ma coscienza degli oneri conseguenti), è anche decrittare le complessità, riannodare i fili della storia, illuminare le analogie, cogliere e sezionare le costanti e presentare al popolo un concetto chiaro e utile di quello che è il suo interesse: l’interesse nazionale. Non per decidere se sia meglio, nell’interesse nazionale, avere o non avere Berlusconi. Questa è polemica contingente. Ma per istruire ciascuno a votare per e non contro. Per non seguitare a castrarci pur di dispiacere alla suocera. Perché tutto si paga. Perché due generazioni di giovani italiani privi di ogni prospettiva, mille euro che non valgono un milione di lire, non sono uno scherzo. Sono effetti enormi di cause enormi. Che nessuna Ruby, per quanto deprimente possa risultare la scena, può valere a spiegare.

Ma carità di Patria è anche chiedersi e chiedere, sempre, Cui prodest? Chi può, a servizio del proprio interesse, dispiega mezzi adeguati, alcuni destinati ad apparire, altri no. Analogamente, alcune mete si possono dichiarare, altre (magari quelle più importanti) no. Ciò premesso, di fronte ad un fenomeno di rilevantissima portata, per esempio il mutamento di un assetto geo-politico, un osservatore curioso si metterà alla ricerca di quelli, fra i mezzi, e di quelle, fra le mete, rimaste in ombra. Perché sa o intuisce che a complessità corrisponde stratificazione e che per sapere bisogna scavare. Così, se a Berlino viene abbattuto il “Muro” e finisce simbolicamente la Guerra fredda, è a tutti evidente che la Storia si è rimessa in movimento. Anche se noi continuiamo ad occuparci cocciutamente solo del nostro condominio. In questa sorta di nuova deriva dei continenti è indiscutibile il liberarsi di energie immense: che provocano effetti immensi: E immensamente duraturi. Dopo Berlino la potenza dominante, cioè gli Stati Uniti, si sono rimessi in moto. Come nel 1941. E’ comprensibile allora che, di fronte a fenomeni complessi ci si possa interrogare sulla esistenza di mezzi e mete non dichiarate. Maastricht e l’Euro sono mezzi noti; una meta nota, l’unificazione europea. Siamo sicuri che chi è stato capace di strutturare, previo studio meticoloso della nostra storia, delle caratteristiche del nostro popolo, delle sue condizioni socio-economiche, una relazione così delicata e intricata come quella che ha legato gli Stati Uniti all’Italia sia stato colto di sorpresa dall’89? O che invece non abbia per tempo predisposto un apparato di interventi e di mezzi, magari attraverso il rodato uso delle istituzioni interne del Paese (Procure comprese), per perseguire i suoi interessi e le sue riservate mete geostrategiche? E si può senz’altro affermare che qualsiasi dubbio o riflessione in questa direzione sia vile e infondato? Sommessamente credo di no. E che non valga irridere (magari smentendo, indignati, relazioni di tipo fumettistico, che nessuno afferma) o scomunicare. Allora, sarebbe del pari auspicabile che di ogni evento rilevante nella vita italiana si cercassero i mezzi in penombra, le mete nascoste. Sapendo che alle folle si devono assicurare panem et circenses, ma che poi, le scelte vere, quelle che incidono, si fanno al riparo dai clamori e dai “programmi di approfondimento”.

Altrimenti non resterà che seguire chi temeva un Pinochet italiano allo stesso tempo in cui la sua figliolanza bizzosa insanguinava il Paese, magari cantando soavi melodie andine mentre distoglieva lo sguardo da Pol Pot o da Mao; o inneggiava alla questione morale in pieno compromesso storico, seguitando per tutti gli anni del consociativismo; o contesta l’evidente conflitto d’interessi di Berlusconi tacendo sull’altrettanto evidente agglomerato delle cooperative, ricche di privilegi fiscali e commistioni amministrative e partitiche (quelle stesse esemplificate dai giochini etrusco-melandreschi), per dimensione (almeno) altrettanto rilevante del Biscione; o dà del “palo”, come in una rapina, ai trenta milioni di italiani che, bon grè mal grè, stanno con Berlusconi, e che rimangono distanti dalle elites finanziarie e colte, dalla loro egemonia sui creduli di sinistra, come furono distanti da tutti i Pasolini che nei decenni li hanno voluti processare (riuscendovi, infine) e dal “Paese migliore” propagandato e immaginato da Scalfari col suo giornale in mano.

E quei versi torneranno ad essere la nostra epigrafe sepolcrale. Bisognerebbe almeno tentare di evitarlo. Per carità di Patria.

 

Fabio Cammalleri, avvocato, è un lettore che da Catania ci segue sul sito www.America Oggi.info

 

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