Cerca

Zibaldone

L’INTERVENTO/L’eterno scandalo de La Dolce Vita

Tutto quanto di imbarazzante riguarda in questo momento l’Italia, risulta essere una versione pallida e in miniatura dei “mostri” dipinti da Fellini in quel fiume marcio e privo di valori che scorre nel film di mezzo secolo fa. Ancora una volta l’arte anticipa i tempi, soprattutto quelli del giornalismo

Mauro Aprile Zanetti in un ritratto di Nina Bloom; in basso a sinistra Karima El Mahroug, ovvero Ruby Rubacuori e a destra Anita Ekberg in una scena de La Dolce Vita

 

 Forse non molti sanno che nel 1960 quando La Dolce Vita di Federico Fellini uscì nelle sale italiane, oltre che durissime critiche preventive da ogni parte politica (il parlamento ritenne opportuno riunirsi per decidere sul valore morale dell’opera), religiosa e istituzionale – dalle colonne infuocate dell’Osservatore Romano, il futuro presidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro, sferzò con toni apocalittici il film; gesto di cui Fellini si ricorderà con grande ironia in un episodio di Boccaccio 70, dove Peppino De Filippo mette alla berlina un episodio della vita di Scalfaro assurto alle cronache per aver fatto coprire una signora vestita con abiti troppo audaci -, la pellicola, il suo autore e il suo protagonista Marcello Mastroianni subirono un vero e proprio boicottaggio per l’alto contenuto di scandalo al limite del "pornografico". Il Vaticano ordinò il divieto di visione ai cattolici con il titolo definitivo di "esclusa per tutti", provvedendo con la minaccia di scomunica per Fellini.

Significativo delle reazioni irrazionali suscitate dal film (soprattutto prima o senza mai vedere la pellicola) restano "lo sputo e gli insulti" a Fellini e Mastroianni alla prima al Capitol di Milano, in un vero clima oscurantista. Tuttavia nulla fermò il volo di Fellini per raggiungere il firmamento internazionale tra i più grandi autori, aggiungendo pochi mesi dopo alla sua precedente lista di premi internazionali (due Oscar rispettivamente per La Strada, 1954 e Le notti di Cabiria, 1957) la Palma d’Ora a Cannes, avendo dalla sua parte alcuni supporter di primissimo livello, quale il presidente della giuria, Georges Simenon e il giurato Henry Miller. Un anno dopo il film avrebbe vinto ancora di tutto, compreso il prestigioso New York Film Critic Circle Award, puntando a varie nomination per l’Oscar l’anno a seguire. Di Oscar alla fine ne arrivò uno solo nel 1962, al grandissimo scenografo Piero Gherardi per i "costumi in bianco e nero", ma il riconoscimento planetario per quel film non era più questione di una o 10 stagioni, perché del film si sarebbe tornati ancora a parlare mezzo secolo dopo fino ai giorni nostri.

Per capire come mai tanta ferocia e ostracismo politico e religioso, non resta che vedere il film, dinanzi alla cui grandezza è molto facile che a qualunque spettatore attento possa sempre accadere di fare vere e proprie scoperte, tanta la visionarietà di Fellini.

A me ne è capitata una tanto eccezionale quanto paradossale, quale quella di aver rivelato per la prima volta al mondo, nella pur vastissima letteratura critica internazionale su Fellini (la fellinologia!), nientemeno che la presenza e la centralità estetica di una natura morta di Giorgio Morandi, rimasta ignota fino ai giorni nostri. Grazie alla retrospettiva di Giorgio Morandi allestita al Metropolitan Museum of Modern Art di NYC nel 2008, su invito del co-curator, Renato Miracco, ho avuto l’occasione di pubblicare la mia intuizione in un libro illustrato da Piero Roccasalvo-RUB: La Natura Morta de La Dolce Vita – A Mysterious Morandi in the Matrix of Fellini’s Vision (Bloc-notes Edition – Istituto Italiano di Cultura di NYC, 2008).

 Ma una tale rivelazione non deve fare pensare a una mera questione archeologica da Accademia – in fondo ho solo visto e sentito quello che nel film si mostra, nessuna teoria di interpretazione esterna – per cui lo scrissi nella forma quasi di un giallo; un mistero per l’appunto alla ricerca di una natura morta, che però è davanti a tutti nella sequenza colonna centrale del film: il salotto di Steiner. Si tratta della presenza inquietante di una natura morta nel cuore del più mostruoso film-rotocalco della storia del cinema sul fallimento del giornalismo (il fallimento di Marcello Mastroianni-Rubini) risucchiato nell’abisso del gossip, del cinismo da paparazzi e dello sciacallaggio mediatico, che nel film si traduce in un momento lirico e di meditazione incarnato da Alain Cuny-Steiner: un vero e proprio "silenzio nel frastuono" (Gianni Canova, Sky Cinema) o per meglio dire, la più semplice e straordinaria raffigurazione della vanità di tutta la fiera della vanità.

Ora – ci si chiederà – cosa centra tutto ciò con l’attualità di oggi? Vado al dunque, dicendo subito che tutto quanto di imbarazzante riguarda in questo momento l’Italia -vale per gli italiani all’estero e gli abitanti dello Stivale, e chiunque altro al mondo ormai segua le avventure erotiche della vita pubblico-privata del premier italiano (“bunga bunga Italian Job”, come dicono i tassisti a NYC, massima espressione internazionale di quando una notizia ha superato la sua massa critica in America) – risulta essere una versione pallida e in miniatura dei “mostri” dipinti da Fellini in quel fiume marcio e privo di valori de La Dolce Vita mezzo secolo fa.

Se ne ricava ancora una volta che l’arte di certo anticipa i tempi, soprattutto quelli del giornalismo. Un’opera d’arte degna di questo nome, per l’appunto un classico e un monumento come La Dolce Vita, non sta certo dietro i ritmi effimeri di una cosiddetta notizia che scade entro poche ore. Fellini ha descritto meglio di chiunque altro al mondo la categoria spirituale e universale della dolce vita, che dal microcosmo marcescente dei paparazzi e del jet set people di via Veneto (rifatta in studio a Cinecittà dal premio Oscar, Piero Gherardi) oggi ha contaminato il mondo intero.

Esattamente come un untore o un medico che va per mettere il termometro all’ammalato, Fellini fu però imputato di portare lui quella febbre, quella peste sull’immagine dell’Italia. Come a dire una vera e propria tradizione di grandi anti-italiani che va da Dante a Pasolini passando per Leopardi. Ma cosa è il vero amore se non tagliare chirurgicamente la parte del corpo devastata dal cancro per salvare la vita del corpo? Critica e clinica di una passione autentica, altro che anti-italianità!

Alla fine della fiera – comunque la si pensi politicamente – non si può più nascondere che fa un certo effetto questa volta atterrare a JFK, dopo tanti anni di vita da pendolare tra il vecchio e il nuovo Continente (roundtrip lo chiamano adesso questo tipo di emigrato, per non dire schizofrenicamente cotto sull’acqua pazza dell’Atlantico), e vedere che su tutti i monitor dell’aeroporto, in una surreale quanto vera atmosfera da Grande Fratello – in USA tutto è un reality, purché ci sia da guardare qualcuno: si tratti di morire o di avere un orgasmo, di diventare miliardario o di perdere tutto, vedendosi confiscare i beni e la vita sotto le luci delle telecamere; mentre tu, spettatore ipocrita, fai l’happy hour – si ha l’impressione nonostante 9-10 ore di volo di non essersi mai spostati dall’Italia.

Perché l’argomento più battuto con stile proprio da puro entertainment, show e gossip – fino a relegare in un deciso secondo piano la rivoluzione anti-dittatoriale, scoppiata lo scorso dicembre con un uomo che si da fuoco per la disperazione e la fame, su tutta la vasta linea della Cirenaica tra il Nord Africa e il Medio Oriente, e che ora ha raggiunto la Libia di Gheddafi, guarda caso stretto amico di tenda del premier italico – è nientemeno che lo "stile di vita spericolato" e altamente compromettente che il presidente del Consiglio italiano conduce ormai da anni, nonostante sia la prima carica del governo a 75 anni suonati. 

L’argomento, che da qualche mese o più precisamente da un paio di anni scotta in un’inarrestabile crescendo mediatico internazionale, va ora verso il suo culmine, il sublime e il grottesco a teatro: un processo per “concussione e prostituzione minorile”. 

In tutto ciò la stampa italiana e straniera sembrano tuttavia accusare un fuori frequenza e un fuori tempo cronico, risultando anche come “una stampa esagerata”, sia in un verso, sia nell’altro. Il linguaggio e il registro dell’iperbole del gossip e della pubblicità sono l’arma prediletta delle due parti. E, a quanto pare sia dai media vecchi, sia da quelli nuovi, questa è la dimensione su cui ci si è schiacciati definitivamente.

Non è un caso che la stampa finisca per riprodurre pur sempre una politica e una visione di governo, così come una di opposizione: da una parte il servilismo al caudillo (populista) italico dei media; dall’altra il completo fallimento di una alternativa politica e peggio ancora intellettuale. Perché non si può dichiarare all’estero, nella fattispecie in Israele, mancando assolutamente di tatto e di delicatezza umana, in virtù della cultura che: “Berlusconi è come Hitler”. Con un simile bizzarro paragone (la diabolica proprietà simmetrica dell’uguaglianza) si compie un doppio falso storico: minimizzare il secondo dinanzi alla Shoah; esagerare iperbolicamente e a torto il primo, che proprio di esagerazione retorica non ha bisogno, essendo indubbiamente il più esagerato anchorman e commerciante degli ultimi 150 anni dell’Italia.

 

Alla vigilia del G8 a L’Aquila (8-10 luglio 2009), il NYT, come scommettesse per una soffiata dell’intelligence (wikileaks docet!), titola sbagliando emblematicamente la definizione di dolce vita, scrivendo: Silvio Berlusconi. The End of La Dolce Vita; invece di, The Acme of La Dolce Vita.

Giorni dopo l’FT, elogiando invece l’operato, certo come chi conosce i risultati dell’organizzazione dell’evento appena avvenuto, tenta un endorsement come portavoce di Londra e Washington, sostenitori dell’idea del trasferimento all’ultimo minuto dalla Maddalena all’Aquila, titolando: Berlusconi the statesman, not the playboy.

A pensarci oggi viene in mente Ovidio, come si legge in un passaggio della sotterranea di Manhattan: gutta cavat lapidem. Ma parlando di goccia perforante si potrebbe dire più appropriatamente di questi tempi, come citando i graffiti del mondo, per l’appunto, Julian Assange. Guarda caso i media, per scegliere l’uomo dell’anno 2010 hanno confluito tutti su Mark Zuckerberg (l’inventore del teatrino dell’FB-I della comunicazione democratica: oggi mangio, poi digerisco! Oppure: che noia, il cielo è grigio; e così via citando tra i migliori i post quotidiani della rete Facebook).

Un titolo più corretto ed eloquente in chiave dolce vita si è potuto invece leggere di recente a firma di Michael Leeden sul Wall Street Journal, con un’osservazione umoristica: Berlusconi. Undone by La Dolce Vita? Imagine Dick Cheney being judged by three women from the Yale Law faculty.

 

L’elenco sarebbe quasi infinito, quanto grottesco, tuttavia se ne ricava, come si dice in gergo, che il giornalismo, così come la politica, non sta proprio sul pezzo: è il fallimento di un intero sistema. A guardare come vanno le cose, la storia stessa sembra essere fallita come scienza (verum ipsum factum, Vico-Dewey), dal momento che tanta informazione non riesce a formare alcuna coscienza, nonostante l’ininterrotto, superpotenziato e aggiornato flusso informatico a tutte le ore e ovunque ci si trovi (mobile media device).

Come temeva Walter Benjamin: “Le quotazioni dell’esperienza sono crollate”. E’ la svalutazione totale della memoria nella borsa dei valori. Ma non si tratta tanto qui della grande memoria, lontana, piuttosto della piccola e vicina, in quanto appena trascorsa e già persa nell’oblio dell’informazione. Non si tratta di sapere cosa avvenne 200 o 1000 anni fa (che non guasterebbe mai), ma di ricordare quello che è trascorso nelle ultime ore, settimane, mesi, pochi anni per tentare di capire. Nulla invece, solo informazione su informazione. Esattamente come avviene nell’anziano, tale è la velocità di invecchiamento del cervello di questa società dello spettacolo e dell’informazione (che alla fine macabramente coincidono), magari si ricorda e si ripete ossessivamente da una parte e dall’altra quello che avvenne durante la campagna di Russia; mentre non si sa nulla di quello che si è mangiato la scorsa settimana e che ci ha fatto ricoverare in ospedale per una grave intossicazione virale al fegato.

 

A vedere quello che succede in Africa – chissà perché l’ultimo visionario Pasolini indicasse, prima di morire, l’avvenire del mondo proprio nell’antico continente africano?! – viene da chiedersi se forse è questione di qualità e di stile di vita occidentale? Qui in Occidente le lucciole sono veramente scomparse, mentre in Africa c’è ancora una resistenza di questo fuoco fatuo nella notte dell’umanità? Significativo a tale proposito un piccolo recente saggio scritto da Gorges Didi-Huberman in merito alla scomparsa di queste lucciole dall’Occidente.

La potenza dell’informazione luminescente nel palmo della tua mano: comodamente tutto dentro il tuo iPad appoggiato sulle gambe alle 6.45 del mattino mentre sei seduto sulla tazza del tuo regno. E nonostante ciò nulla o poco che sia?

E’ esattamente come il 3D al cinema: la gente si mette in fila e consuma, poco importa cosa, basta che possa mettersi sulle gambe accanto ai popcorn e alla coca cola un leone o un elefante tridimensionale, e spegnere il cervello.

Ma per tornare al capolavoro di Fellini: si può indubbiamente dire, alla luce di quanto viviamo a livello globale e non solo italiano, che a segnare il miglio di una coscienza sulla deriva attuale ci aveva dunque pensato, più di mezzo secolo fa, ancora una volta un artista, il maestro del cinema, par excellence. Il quale piantò nel corpo sociale italiano dell’epoca una pietra miliare dello scandalo, al costo di una feroce e cieca scomunica da parte di una borghesia politica e religiosa, tartufa e bigotta, che non tramonta mai.

La Dolce Vita – termine degli anni ’30 per definire una vita abietta e cinica, priva di ogni valore di dignità; altro che la traduzione per l’internazionalizzazione dell’Italian Life Style come passeggiare per le viuzze vestiti alla moda, caffè e cappuccino al Pantheon e conversare in amenità della primavera che tarda ad arrivare – oggi è più che mai un fiume cancerogeno universale, che privilegia e sfregia il corpo del sistema dell’Italia in maniera specifica ed eccezionale.

Sulla sua superficie oscura (l’opacità della poesia di un film di 50 anni fa) noi tutti possiamo e dobbiamo specchiarci senza paura – come indicò paradossalmente controcorrente in encomio per l’opera di Fellini l’austero Cardinale Siri rispetto alla parola d’ordine di boicottaggio del Vaticano, il cui maggiore portavoce fu nientemeno che il progressista e moderato Arcivescovo Montini, futuro Papa del Concilio Vaticano II – per riappropriarci del senso sacro della vergogna (Primo Levi) per il nostro totale fallimento. Grazie a quell’insuperabile mago di Fellini, il quale aveva saputo fare tesoro di una lezione di Pasolini sulla pittura di vanità (natura morta, still life, vanitas) di Giorgio Morandi, noi ora non possiamo più dimenticare, né ignorare, se vogliamo provare a capire e non solo ad informarci dell’ultima informazione.

E’ da un simile memento mori che bisognerebbe ripensare, nel 150° dell’unificazione dell’Italia, una nuova Giovane Italia (ancora: fare gli italiani sul merito e non sul nepotismo e la politica di veto) per resistere e risalire i gironi dell’Inferno di questa Dolce Vita universale e raggiungere non dico il Paradiso, ma per lo meno il purgatorio terrestre della dignità umana.

 


 

Il libro:

La Natura Morta de La Dolce Vita

A mysterious Morandi in the matrix of Fellini’s vision.

Preface, Renato Miracco. Illustrations, Piero Roccasalvo.

Bloc-notes EditionItalian Institute of Culture NYC, 2008

 

L’autore:

Scrittore, film-maker e reporter italiano NYC-based.

Internazionalmente riconosciuto come

uno studioso interdisciplinare de

La Dolce Vita di Fellini.

Lecturer su film-making, critica letteraria, teatro

e arte italiana in numerose

università americane, italiane e israeliane.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter