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Zibaldone

Buon Compleanno, Italia

Nel nostro ordinamento mistificazione e inganno vogliono riconsegnare all’arbitrio e allo sperpero locale quello che la storia, centocinquant’anni fa, aveva condotto a dignità di soggetto internazionale. L’iconografia dell’Italia come nutrice dalle mammelle turgide e il volto fiero, è immagine degna che si sovrappone a quelle indecorose che il privato/pubblico dei governanti apparecchia quotidianamente a vergogna dei cittadini e in specie delle nostre ragazze

I

 

 

 

   Giovedì festa per tutti, alla faccia, è il caso di dirlo, di Lega e apparentati che, pur mangiando pane e companatico romani serviti sul piatto dei privilegi dalla Repubblica unitaria, risultano nemici giurati di quello che i Cavour, i Mazzini, i Garibaldi, e i tanti Pisacane e patrioti minori, complice la monarchia Sabauda, hanno costruito: una patria per le disperse popolazioni italiche, frantumate per più di un millennio dalla caduta dell’impero romano, in balia di stranieri o tirannelli locali sostenuti da stranieri. Storia grama sul piano politico, fatte salve le stagioni della civiltà comunale e di qualche gloriosa signoria, anche se sotto la crosta continuava a ribollire il genio italico con scienziati pensatori e artisti, scopritori di nuovi mondi, avventurosi capitani d’arme o d’industria che stupivano il mondo per lo splendore intellettuale e la bellezza delle opere.
   In quei secoli Roma, caduta sotto la propria corruzione e la pressione delle popolazioni germaniche e slave, era diventata la sede dei successori di Pietro, luogo di un potere spirituale e temporale insieme, riferimento dell’Europa e dell’intero orbe cristiano, con la Penisola elevata a campione di una nuova civiltà, quella cristiano-latina, nata nella decomposizione dell’impero dei Cesari. Le generazioni di italici succedutesi tra il V e il XIX secolo avevano conservato, nonostante le divisioni politiche, elementi comuni come la religione e la lingua di riferimento generatasi dal latino. Quegli italiani avevano combattuto per secoli tra di loro, separati da localismi e manovrati dallo straniero, oscillando, nel pendolo delle vicende storiche, tra interessi contingenti e la spinta ideale all’unione agitata da grandi spiriti come Dante, Machiavelli, Guicciardini, Leopardi, Foscolo. Quando, grazie a Cavour Garibaldi e re Vittorio Emanuele, riescono a dar vita allo stato unitario, realizzano in ritardo il percorso che britannici, francesi, spagnoli, russi, avevano già compiuto e che anche i tedeschi stavano ultimando.  
   Solo il crollo morale degli ultimi venti anni può spiegare che importanti settori di governo e d’opinione mettano la questione dell’unità nell’agenda politica del paese. Solo l’ignoranza della gente e la demagogia del ceto che li amministra possono imporre, con provvedimenti legislativi che il Parlamento va approvando proprio in questi giorni, un sedicente federalismo che di federale ha niente e ne è anzi eclatante negazione. Testimone l’etimo latino foedus e la storia di Stati Uniti e Germania, eccellenze degli stati federali, federare significa mettere insieme, centralizzare, attribuendo poteri a una autorità comune che è garante del patto federativo. Si tolgono prerogative e poteri alla periferia, agli stati  o regioni che ne sono detentori originari, e si consegnano a un soggetto “altro”, espresso dal patto dei contraenti. Nel nostro ordinamento mistificazione e inganno pretendono di giungere a invertire il processo, riconsegnando all’arbitrio e allo sperpero di califfati locali quello che la storia, centocinquant’anni fa, aveva finalmente condotto al centro restituendo dignità di soggetto internazionale alla nazione italica.
   L’iconografia dell’Italia come nutrice dalle mammelle turgide e il volto fiero, è immagine degna che si sovrappone a quelle indecorose che il privato/pubblico dei governanti apparecchia quotidianamente a vergogna dei cittadini e in specie delle nostre ragazze.  Il 17 marzo 1861 quella donna feconda prese posto tra le nazioni per grazia di Dio e volontà della Nazione”, come votò il parlamento piemontese con legge n. 4671 istitutiva del Regno d’Italia. Appare che di questi tempi la “volontà della nazione” lasci a desiderare. Speriamo nella “grazia di Dio”.

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