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Zibaldone

L’INTERVENTO/ L’Italia pirandelliana

Stanche celebrazioni per i 150 anni dell’Unità mettono in scena il dramma dello scambio d’identità

 In questi giorni consacrati al 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, sui giornali peninsulari si dà conto di una tenzone veramente singolare tra paladini dell’italianità e suoi detrattori. Ma, dal di fuori, si ha la netta sensazione che si tratti, piuttosto, di una stanca scaramuccia di simboli contrapposti, i cui obiettivi, da una parte come dall’altra, sono assai lontani da quelli pubblicamente conclamati.

È un peccato. Il 50° anniversario, nel 1911, fu anche allora l’occasione di un diluvio di retorica patriottica, culminata con l’inaugurazione del Vittoriano a Roma – uno dei monumenti più esecrati di sempre; ma fu anche l’occasione di una riflessione critica profonda sulle ragioni per le quali l’unità politica non si era trasformata in effettiva unità nazionale, riflessione cui presero parte non solo repubblicani, socialisti e nazionalisti – oppositori “sistemici”, allora, del regno sabaudo – ma anche illustri liberali non sensibili alla facile retorica come, per fare un nome, Benedetto Croce. Cent’anni dopo, la riflessione critica è scarsamente udibile, coperta dal chiassoso protagonismo della Lega – finto oppositore “sistemico”, che si trova al governo – e di qualche sindaco pittoresco in vena di pubblicità e, possibilmente, di rinegoziazione di antichi privilegi. Gli altri, compresi i compagni di cordata della Lega alla testa del paese, si ritrovano in un apparente sventolio concorde di pleonastici tricolori, tutti divisi su tutto, come gli ultimi mesi di cronaca politica italiana hanno dimostrato, e come dimostreranno i prossimi, non appena smessi i doverosi panni patriottici del 17 marzo.

Nella storia italiana di questi 150 anni, la tentazione di coprire di simboli e di retorica le deficienze strutturali del paese non è stata poi così frequente: a parte le contingenze passeggere, come gli anniversari, appunto, o i grandi lutti nazionali, come dopo Nassirya, solo due periodi sono stati contrassegnati da questa opzione politica, assurta a strategia d’accatto: quello crispino e quello mussoliniano. Con i risultati a tutti noti. Per il resto, ha prevalso la gestione spicciola dei diversi interessi, giorno per giorno, tramite alleanze provvisorie, in vista di raggiungere quello o quell’altro obiettivo. Questi accordi contingenti tra interessi particolari – il trasformismo – resi possibili dalla protezione internazionale di cui ha sempre goduto l’Italia, hanno permesso di aggirare gli inevitabili sacrifici che avrebbe imposto la ricerca di un superiore interesse generale.

L’Italia è tra quei paesi che hanno fatto una «rivoluzione borghese senza borghesia», e i sollevamenti in corso in molti paesi arabi dimostrano che non è sola a pagarne gli effetti di lungo periodo (seppure, va da sé, in forme e modi diversi). Per questo è sempre mancata una coalizione di interessi così forte da riuscire ad imporsi sugli altri e disegnare la sagoma di un “interesse nazionale” da cui tutti gli strati della società avrebbero potuto trarre, chi più chi meno, un qualche beneficio. Per imporsi, e per imporre uno “spirito nazionale” agli altri, una tale fantasmatica coalizione avrebbe in primis dovuto dimostrare di esser pronta a sacrificare un po’ del proprio particulare in nome di un superiore interesse collettivo. Nella nostra corta memoria biologica, l’unico precedente di “solidarietà nazionale” che ricordiamo è quella imposta ai lavoratori dipendenti negli anni Settanta, perché accettassero di sacrificare un po’ del loro salario sull’altare dell’interesse nazionale. I lavoratori pagarono, i sindacati furono indeboliti per sempre, l’Italia entrò nello SME, e il PCI, dopo poco, scomparve. Né la distribuzione dei sacrifici né quella dei benefici furono “nazionali” (né, tanto meno, “solidali”).

Altri esempi, non ne ricordiamo. Anzi, alcuni mesi fa Sergio Romano scriveva sul Corriere che l’assenza di una classe dirigente nazionale può essere attribuita anche all’abitudine degli imprenditori a misurare ogni atto della vita pubblica del paese «con il metro del loro interesse individuale e corporativo», rinunciando a «dirci quali sono le riforme economiche e sociali di cui il Paese ha bisogno e soprattutto quali sacrifici siano disposti a fare perché il Paese cambi». Che lo si voglia intendere come la constatazione di un esito cui hanno concorso mille circostanze storiche determinate, oppure come accusa corredata da un’esortazione morale, comunque il fatto resta, e attraversa da un capo all’altro tutta la storia di questi ultimi 150 anni: l’Italia manca di senso nazionale.

Se le cose stanno così, si possono trarre due conclusioni. Una, più spicciola, è di non confondere i simboli con la sostanza. Alcuni anni fa, a Brooklyn, ho incrociato una processione accompagnata da un pimpante sventolio di tricolori. Dopo essermi accertato che non si trattasse di bandiere messicane, mi sono mescolato alla folla per notare, quasi subito, che nessuno parlava italiano e che, negli stand alimentari, le consonanti di “mozzarella” e “soppressata” erano disposte random. Fuor d’aneddoto: non sempre ai simboli corrisponde la realtà simboleggiata; sovente, il simbolo è il vestigio residuo di un ricordo, l’anelito di un’improbabile speranza, o – come ancor più sovente accade in politica – la foglia di fico intesa ad occultare impudiche vergogne.

Seconda conclusione, a carattere politico: se le cose stanno così, allora la singolar tenzone in corso in Italia ha un’altra posta, che non è quella tra “nazionali” ed “antinazionali”. È quella, ben più seria, tra interessi che non riescono più a trovare una rappresentanza. Mettendo da parte i simboli e scavando in questa realtà, quel che ne viene fuori ha del sorprendente: la Lega è il partito più radicato sul suolo patrio, forse il solo, mentre gli altri hanno già la testa altrove, ovverosia a Bruxelles e a Francoforte, ed è da lì che cercano di governar l’Italia e ricondurne i molteplici interessi e conflittuali al superiore interesse europeo.

In realtà, alcuni strati sociali, la loro rappresentanza politica l’hanno trovata: la piccola e media borghesia del Nord, col supporto elettorale di chi in cuor suo aspira a quello status, l’ha trovata nella Lega. Questo significa che la Lega è il solo partito “reale” presente in Italia, perché il solo che affondi le sue radici nella società. Gli altri – compreso, e forse soprattutto, quello berlusconiano – hanno i piedi d’argilla, figli macilenti dell’idea pseudo-gramsciana secondo cui sono i partiti a fare la società e non viceversa. L’equazione è complicata poi dal fatto che i nemici di Berlusconi sanno (o almeno, dovrebbero sapere) che una volta uscito di scena l’arconte eponimo, è la Lega che ne erediterà una parte di elettorato; e che, quindi, con la Lega dovranno trattare se vogliono ancora una volta vedere dal di dentro la stanza dei bottoni.

Tutti i partiti sanno che ha ragione Tremonti quando afferma (9 febbraio): «la nostra agenda è dettata e definita dall’Europa in Europa»; ma solo la Lega può trattare con l’Europa difendendo interessi specificamente italiani. Non è un caso che, regolarmente, questo o quel gruppo sociale, questo o quell’imprenditore vagheggino un partito-valigia con cui andare a Bruxelles portandosi qualcosina dietro.

Le stanche celebrazioni del 150° anniversario finiscono quindi per mettere in scena l’ennesimo dramma pirandelliano della storia del paese: uno scambio di identità (padane, italiane ed europee) nella quale gli attori stessi finiscono per non capire più chi è chi.

 Manlio Graziano, autore di The Failure of Italian Nationhood. The Geopolitics of a Troubled Identity (Palgrave, 2010), insegna Geopolitica delle Religioni all’università ParisIV La Sorbonne

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