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Zibaldone

COMMENTI/ Ma la giustizia non é cosa loro

Quelli del “Bagaglino” sono, al confronto, dei dilettanti. Prima i distinguo e le dissociazioni quando si tratta di festeggiare l’unità d’Italia; poi la proposta dei venti eserciti regionali; poi la gara dei due Roberti a chi la spara più grossa: Calderoli che auspica e invoca il ritiro dei militari italiani dal Libano; e l’altro, il ministro Maroni, rilancia mettendo in discussione l’appartenenza alla Comunità Europea. Barzellette che non fanno ridere nessuno, si potrebbe dire a prima vista, se non fosse che queste “sparate” leghiste tradiscono in modo evidente che tipo di paese hanno in mente: isolamento internazionale e ritorno a una suddivisione in marche e signorie.

Il Governo e l’attuale inquilino di palazzo Chigi condividono? Può tacere il consigliere di Silvio Berlusconi, quel Giuliano Ferrara che su “Panorama” di qualche settimana fa si è prodotto in un indimenticabile articolo nel quale si sosteneva che Umberto Bossi “sta assumendo proporzioni mitiche. Malato, saggio, solido, indipendente, leale, il Senatùr combatte le sue battaglie come una sorta di Cid Campeador…”. Ferrara può tacere e sperare di far dimenticare affermazioni spericolate come quella che vorrebbero Bossi e la sua Lega pilastri, colonne doriche, “con il profilo, lo slancio e gli ornamenti giusti per sostenere questo difficile paese…”. Non può però tacere Berlusconi, non può far finta di nulla il Governo. O meglio: lo faranno, perché pur essendo buoni a nulla, sono anche capaci di tutto.

Del resto, cosa vogliamo, che Berlusconi dedichi la sua attenzione a queste cose? Lui è impegnato in una lotta allo spasimo per la sua e la nostra libertà. Perché i processi che lo vedono coinvolto, come dice lo stesso cavaliere di Arcore, non riguardano tanto presunti reati commessi: «Nemmeno per sogno, ma che condanna. C’è una magistratura che lavora contro il Paese», come ha arringato i sostenitori ieri accampati davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, prima e dopo l’udienza del processo Mediaset sulle presunte irregolarità nella compravendita dei diritti tv.

Procomberò, procomberò sol io”, tuona Berlusconi; e se ne ha un esempio con il siparietto in aula ieri, riferito prontamente dalle agenzie e ripreso dai giornali. Un qualcosa che neppure Steno avrebbe saputo immaginare per il suo “Un giorno in pretura”:
«Lei è il cattivo», Berlusconi apostrofa il PM Fabio De Pasquale.
«Si contenga», replica il magistrato.
«Lei si contenga con le accuse», contro-replica il Cavaliere.
«Le accuse sono il mio lavoro, le battute no», contro-contro-replica De Pasquale.

Col che Berlusconi ha raggiunto il suo obiettivo: macchiettizzare un processo che lo vede imputato per un reato molto serio, e occultare tutto con sapienti cortine fumogene; e indossare i panni del perseguitato: quelle dei PM sono «accuse assolutamente inventate e demenziali», «Abbiamo sentito alcuni testimoni e vengo via con una impressione drammatica del tempo che si perde per le fantasie di certi PM, ho trascorso una mattinata surreale», «sono commosso per l’affettuosa partecipazione che vi assicuro mi merito tutta», «accuse e processi mediatici e fatti solo per gettare fango sull’avversario, unico ostacolo alla sinistra per tornare al potere».

 

Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.

 

Non sono mancate le barzellette. Riferendosi al caso Ruby, l’inquilino di Arcore sostiene: «Sono sempre cortesissimo e ho chiesto un’informazione preoccupato per una situazione che poteva dar luogo ad un incidente diplomatico. Ho dato dei soldi a Ruby perché non si prostituisse. Non c’è questa accusa infamante e non c’è nulla di reale perché la stessa ragazza che avrebbe dovuto essere la vittima ha dichiarato sempre, ha giurato, ha sottoscritto, il fatto di non aver avuto avance da parte mia. La ragazza ha raccontato davanti a me e a tutti una storia dolorosa che ci ha persino commosso. L’avevo aiutata e le avevo persino dato la possibilità di entrare in un centro estetico con un’amica che lei avrebbe potuto realizzare se portava il laser antidepilazione per un importo che a me sembrava di 45 mila euro. Invece lei ha dichiarato di 60 mila e io ho dato l’incarico di darle questi soldi per sottrarla a qualunque necessità, per non costringerla a fare la prostituta, per portarla anzi nella direzione contraria». Imbarazzante, vero? Come dice il saggio: “L’acqua è poca e la papera non galleggia”.

Ma crediamoci; come crediamo alla storia dell’ex ministro Claudio Scajola che si trova la casa vista Colosseo pagata a sua insaputa. Vogliono passare per coglioni, va bene. Ma se davvero sono quello che dicono di essere, allora si tolgano dai piedi, che nella loro azione di governo, molte altre coglionerie possono aver commesso. Hanno già dato.

La giustizia, invece è cosa seria, tremendamente seria, non è “cosa loro”. Fin dal primo momento, quando il ministro della Giustizia Angiolino Alfano aveva illustrato le sue “riforme epocali” ci si era permessi scetticismo e incredulità; e, sia pur flebilmente, avevamo provato ad obiettare che non un passo verso l’auspicata riforma americana, ma era la sua pietra tombale. Autorevolmente ci si è detto che si era in errore, e abbiamo incassato. Poi è accaduto quello che è accaduto, “processo breve” e “processo lungo” alla Camera e al Senato per bloccare i processi che vedono coinvolto il presidente del Consiglio, e le riforme epocali finite nel dimenticatoio.

Come nel dimenticatoio sembra essere finito una bella inchiesta di Damiano Iovino, pubblicato da “Panorama”, “Tritacarne De Magistris: chi risarcirà le sue vittime?”. Si dirà che “Panorama”, essendo il settimanale di casa Arcore ha un suo particolare taglio nel riferire certe notizie. Vero. Ma l’inchiesta di Iovino non per questo è meno vera. C’è un incipit che vale la pena di riportare integralmente:“Ristorante la buvette di Catanzaro: è il cuore politico della città all’ora di pranzo. Il peperoncino abbonda, si parla a bassa voce, ma in un angolo la discussione sale fino a quando un anziano signore si alza, batte i pugni sul tavolo e grida: “Io non devo dire niente. Io sono Mariano Lombardi e lui non è nulla. La verità verrà a galla”. Così il magistrato dell’accusa al processo per la strage di piazza Fontana, capo della procura di Catanzaro per 40 anni, nel 2007 gridava a chi gli chiedeva di rispondere a Luigi De Magistris che lo accusava di avergli sottratto le inchieste Poseideone e Why not per tutelare i poteri occulti. Lombardi immaginava sarebbe stato rinviato a giudizio dai giudici di Salerno, come poi è avvenuto il 18 dicembre 2010. Lombardi voleva difendersi in aula, ma il 1 marzo è morto a 76 anni. Se n’è andato così uno dei protagonisti delle indagini dell’ex PM De Magistris, oggi eurodeputato dell’IdV e candidato sindaco al comune di Napoli. Inchieste oggetto di dure polemiche e di guerre tra procure, finite nel nulla ma costate cifre colossali ai contribuenti. Dieci milioni il costo dell’inchiesta Why not, alcuni milioni quella di Toghe lucane, che il 19 marzo scorso è finita al macero con il marchio del GIP Maria Rosaria di Girolamo: mancavano le prove e non c’era neanche la notizia di reato. “Gigineddu Flop”, avevano ribattezzato De Magistris”.

Iovino poi raccoglie le opinioni di alcuni suoi indagati: Clemente Mastella, Enza Bruno Bossio, Antonio Saladino, Felicia Genovese, Michele Canizzaro, Vincenzo Vitale, Giancarlo Piattelli, e sono racconti che fanno una certa impressione anche a chi dovrebbe averne fatto una certa abitudine. La questione va al di là di De Magistris, e le sue inchieste; ma è questione che nelle settimane e nei mesi scorsi abbiamo sentito sollevato solo da “Radio Radicale”, nelle sue rassegne stampa e nei suoi speciali giustizia. E non si tratta certamente di un caso.

va.vecellio@gmail.com

 

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