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Zibaldone

FUORI DAL CORO/La festa del lavoro e quel quotidiano harakiri

La Sinistra dovrebbe essere una risorsa, un’essenziale risorsa culturale e umana del Paese e invece si priva di sé stessa e priva di sé l’Italia. E’ una mancanza che ci sta seppellendo vivi.

A sinistra, Susanna Camusso, leader della Cgil 

Susanna Camusso è una testimone. Involontaria ma preziosa. Meglio ancora, è una testimonianza vivente dell’asfittica e primitiva condizione politica e culturale in cui versa oggi la Sinistra italiana. Ed è questa, a ben vedere, la tragedia delle tragedie, quella da cui le altre sono venute (e anche chi considerasse Berlusconi la maggiore criticità dell’Italia, dovrebbe apertamente riconoscere che, molto probabilmente, essa è anche il frutto inatteso di questa involuzione). E non perché la Sinistra sia il problema, ma proprio perché la Sinistra dovrebbe essere una risorsa, un’essenziale risorsa culturale e umana del Paese e invece, essendo impegnata in un quotidiano harakiri, si priva di sé stessa e priva di sé l’Italia. E’ una mancanza che ci sta seppellendo vivi.

In vista della Festa del Lavoro (nomenclatura vagamente trinarciuta) si è posta la questione se aprire o meno i negozi per quella data. La CIGL si è fieramente opposta. Si può fare, per carità. Ma a prescindere dal dubbio in sé non proprio capitale (che verosimilmente troverà una sua spontanea soluzione per la concomitante cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II), l’osservatore rimane perplesso, se non prosternato, dalla fissità degli argomenti, dal sedimento di luoghi comuni e banalità che veicolano. E, ciò che è peggio, in nome di un pensiero che si pretende di sinistra. Ora, il 1° Maggio è una festa laica fondativa della coscienza e della memoria democratiche, ci dice che si può essere schiavi e sudditi e non cittadini e lavoratori, e che trascorrere dall’una all’altra condizione è stato ed è un cammino faticoso, doloroso ed esaltante. Ma siamo sicuri che l’affluenza indisturbata ad un concerto innervi quella coscienza, quella memoria, quella condizione, quel cammino, più e meglio del lavoro prestato? E proprio quando si fa questione di simboli? Tanto più in un contesto segnato da una depressione dura e ignota nei suoi reali sviluppi? L’adesione alla proposta avrebbe avuto quasi il senso di un sacrificio, di una sacralizzazione del lavoro cioè, di una moderna offerta alla mensa comune, ornata di coraggio e di tenacia. Lavoriamo perché è un onore (l’esercizio di un diritto onora e nobilita, proprio perché è un diritto), lavoriamo per quelli che non possono farlo, lavoriamo per una celebrazione avanguardistica e non rituale dell’uomo emancipato dal lavoro. E invece Camusso ne ha fatto una triste questione comparativa con le festività religiose e ha rivendicato (amaro sarcasmo delle parole): “lo shopping non è un servizio di pubblica utilità”, aggiungendo tronitruante, “i valori non si monetizzano”. Un avvitamento su un terreno, quello delle similitudini chiesastiche, già lungamente battuto e coltivato. E si vuole immaginare, nonostante le contrarie apparenze, abbandonato. Ma forse da un dirigente sindacale, espressione di un movimento sindacale che, forse non a caso, nel complesso non rappresenta più del 25% dei lavoratori attivi (l’altra metà degli iscritti sono pensionati) non ci si poteva attendere molto di più. Peccato.

Peccato perché la CIGL, prima di essere fischiata dagli operai della ThyssenKrupp è stata molto altro. E’ stata dentro il Paese: lo è stata, per esempio, il 17 Febbraio 1977, quando con Luciano Lama, per testimoniare e simboleggiare che il “Movimento”, fornace di giovanilismo violento e ciarliero, era un nemico da fronteggiare, non un equivoco da stuzzicare, andò alla Sapienza e si prese l’urto di quel fronte; oppure il 23 Luglio 1993, quando, insieme a CISL e UIL, nella oscura temperie pre-Maastricht, per testimoniare comunque che, a quel punto, occorreva in primo luogo non affondare, permise l’accordo sulla politica dei redditi e sull’occupazione, che arginò i marosi valutari in cui la Repubblica era stata incautamente (e forse cinicamente) condotta. Dentro l’Italia, non di fronte o da qualche altra parte. La Camusso ha invece rilanciato uno stanco e allucinato antagonismo e, prima ancora, ha certificato un’immedicabile sordità al discorso della storia. Proprio in occasione di una data di riflessione e di testimonianza, vicina ad un’altra analoga, parimenti preziosa, parimenti fondativa: quella del 25 Aprile. Proprio un 25 Aprile infatti segnò, e con un’attitudine spirituale e istituzionale tutt’affatto diversa e generosa, una celebrazione nuova e proiettata verso una (sperata). nuova fecondazione della nostra Repubblica.

Era il 1992 e Francesco Cossiga, allora Presidente della Repubblica, con una clamorosa esternazione televisiva, annunciò che si dimetteva dall’Alta Carica. Come tutti subito notarono, la scelta della data non era stata casuale: fu il suo modo sincero e originale per imprimere un suggello, per tracciare un crinale. Caduta la cortina di ferro, la Prima Repubblica aveva compiuto la sua missione. Tutti, cittadini, autorità, intellettuali, partiti dovevano prenderne atto e, per quanti ancora dubitassero, quell’annuncio, con tutta la sua carica di inquietante turbamento, stava lì a conclamarlo. Come si era liberata dal nazifascismo, così l’Italia doveva ora liberarsi dai liberatori. E liberandosi dai liberatori, cioè ritracciando nuove e più adeguate coordinate istituzionali, avrebbe intrapreso un cammino repubblicano più libero e maturo. Se non l’avesse fatto, sarebbe rovinata. Naturalmente, come spesso gli accadeva, la forza delle intuizioni cossighiane venne presto coperta dal manto dell’apparente paradosso e perciò i destinatari del suo accorato appello, in primo luogo i partiti politici, non vollero intendere. O finsero. O non poterono. Così, si lasciò fare a Mani Pulite e alla “Rivoluzione italiana”. Ma Cossiga aveva invocato un battesimo, magari dopo un intenso e impegnativo catecumenato, non un funerale. Quella violenta cesura, malamente calata sulla storia politica e civile della nostra comunità nazionale, scacciò a furor di popolo un difficile ma insostituibile processo politico di rifondazione della Repubblica. E il furore, si sa, è sterile quanto dannoso. Ne venne un duplice, principale effetto, emerso chiaramente già nel giro di pochi anni: per un verso, annientò le residue speranze che le forze politiche e culturali a cui l’Italia si era affidata per cinquant’anni potessero intraprendere, o anche solo tentassero, una reale revisione delle proprie strutture, delle proprie strategie e, soprattutto, delle loro visioni culturali e ideali; per altro verso, fornì un’alibi, invero prospetticamente suicida, visti gli approdi successivi, alla rimozione e alla fuga da panico messe in atto dal P.C.I. dopo l’89. Con la finale e nota conseguenza, di creare, da un lato, un vuoto innaturale nel campo sociale e culturale moderato, presto trasformatosi in vortice magnetico per Berlusconi e la sua sorprendente e indecifrata interpretazione tribunizia e di chiudere, dall’altro, la necessaria e, in quel contesto, ancor più indispensabile elaborazione politica della Sinistra già comunista in una risacca tardigrada e reazionaria, che l’avrebbe precipitata in un limbo di stupidità e di ferocia. Dal quale non pare si sia riscossa, come si diceva. Questo sfacelo non inevitabile lo si è chiamato, con ineffabile gusto vittimistico, eterna transizione.

Ora la Sinistra italiana, piaccia o non piaccia, sin dalla costituzione della Repubblica e fino ai governi di solidarietà nazionale, pur fra ingenti errori e ambiguità, ha oggettivamente assunto un ruolo propulsore ed eclettico: spazio laico, emancipatrice di masse, antipiretico rivoluzionario, reale rappresentanza democratica, fucina d’arte e d’intelletto. E con Craxi ebbe la sua occasione e la sua sconfitta. Se oggi, infatti, si è perlopiù ridotta ad un’accolita di celerini lo deve, in gran parte all’involuzione del c.d. secondo Berlinguer (quello rimasto orfano di Moro) che, anziché cogliere e legittimare le spinte riformiste provenienti dal campo socialista, gli oppose sempre un’inossidabile carica di diffidenza, quando non di vero e proprio disprezzo, lasciando in questo modo che il peso di quella solitaria battaglia (compreso, e in primo luogo, quello derivante dall’illecito finanziamento del partito) lo piegasse, ne favorisse gli (evitabili) errori e, infine, lo finisse. Si preferì lo “splendido isolamento” della “diversità comunista”, arroccando il partito, le speranze e l’anelito di riforma della sinistra italiana nella ridotta della “questione morale”, propagandistica ma vacua insegna del partito dalle (sedicenti) “Mani Pulite” (quando si dice le coincidenze!). Scelta tanto più improvvida quanto più urgente si poneva il tema dell’alternanza: con l’eccidio di Moro che aveva ripiombato la Democrazia Cristiana in un immobilismo progettuale e politico, a quel punto, solo in attesa di essere sostituito da un’alternativa riformista e definitivamente socialdemocratica e mentre, sul piano internazionale, già nel primo incedere del decennio ’80, si era vieppiù incrinato il vetusto reazionarismo d’oltrecortina, ulteriormente scopertosi in Afghanistan ed esposto al garrire di Solidarnosc e del nuovo corso vaticano. Eppure, dopo, a Italia ripulita, dalle riforme elettorali, a quelle istituzionali (presidenzialismo nelle varie aspirazioni paradigmatiche: francese, tedesca, statunitense), dal ruolo del pubblico (pronto ma non opprimente), a quello del privato (libero e necessario ma non esclusivo e anarcoide), dalla politica interna (una decisiva presenza socialdemocratica non disgiunta da una valorizzazione degli storici e tradizionali tracciati del vissuto e della sensibilità cristiani), a quella estera (attenta e vigile custode della collocazione geostrategica mediterranea, unica declinazione possibile di un autentico ruolo europeo per l’Italia), quel patrimonio ideale e progettuale, gira gira, costituisce (o dovrebbe costituire) il fondamento di ogni identità politica appena degna di chiamarsi Sinistra. Le uniche varianti a quell’impianto, perniciosissime varianti negative, sono state la goffa e servile acquiescenza ad un devastante vento liberalizzatore, sospinto da Prodi, Ciampi e Scalfari e l’affastellamento, codino e miope, di una panoplia giustizialista, scioccamente scambiata per svolta strategica e velenosamente ammannita proprio dalla lobby di De Benedetti & Co.: fuori loro, dentro noi.

In queste variazioni mutagene si è per il momento consumata la nostra Sinistra, o, per lo meno, la maggior parte di essa, cui non fanno da efficace contrappunto né le fibrillazioni senescenti della Camusso,né il velleitario turbinio vendoliano, icona spettacolare del non discorso. Renzi è un volenteroso sergente, ma non molto di più. Pare che le due menti più moderne di questa confusissima Sinistra siano Emanulele Macaluso e il Presidente Napolitano. Chapeau. Ma, vista la deriva generazionale, urge un’adozione. Per il momento, l’unico ad essere stato definito (o ridefinito) “socialista” (dal pacchiano neoministro Galan), senza che constino repliche stizzite o indignate, è Giulio Tremonti.  

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