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INCHIESTA IN SICILIA: I CONTI CHE NON TORNANO/ L’isola dei “miracoli”

I conti che non tornano: l’Assemblea regionale della Sicilia approva il bilancio presentato dal governo Lombardo andando “oltre i numeri...” Come scrisse Leonardo Sciascia, “i siciliani diventano temerari quando amministrano la cosa pubblica”

Raffaele Lombardo, Presidente Regione Sicilia  

Da qualche giorno la Sicilia, regione italiana autonoma per eccellenza, ‘festeggia’ l’approvazione del proprio bilancio. E lo fa con soddisfazione. Gongolando. Al ritmo di una musica che somiglia tanto a quella che, nell’aprile di quasi cento anni fa, andava in scena nel Titanic poco prima che un ‘mostro’ di ghiaccio travolgesse quella che allora era la nave più grande del mondo, mandandola a picco nel cuore dell’oceano Atlantico.

       La differenza è che la Sicilia si trova nel cuore del Mediterraneo. E che non è una nave, ma un’isola di oltre 5 milioni di abitanti. Ma l’iceberg pronto a mandarla a fondo è ormai dietro l’angolo. E anche se non ha le sembianze di un ‘mostro’ di ghiaccio non è certo meno insidioso, trattandosi di una crisi finanziaria di dimensioni mostruose.

       Non è facile raccontare ai nostri lettori americani, che pure i morsi della crisi economica e finanziaria la conoscono, un disastro economico che è già tutto nei numeri del già citato bilancio appena approvato dal parlamento dell’Isola. Ci sono, infatti, due sentimenti, tipicamente siciliani, che ai lettori americani vanno illustrati a mo’ di premessa: la temerarietà dell’attuale, ‘presunta’ classe dirigente siciliana e una forma patologica di ottimistica incoscienza. Senza una preventiva analisi su questi due requisiti si rischia di non comprendere quello che sta succedendo e, soprattutto, quello che succederà nei prossimi mesi.

       Leonardo Sciascia, il mai troppo compianto scrittore siciliano scomparso oltre venti anni fa, in una celebre raccolta di saggi dal titolo ‘La corda pazza’ (metafora assolutamente pirandelliana), cita una lettera di Scipio da Castro a Marco Antonio Colonna che si apprestava ad assumere il ruolo di viceré di Sicilia. Correva l’anno 1577. Nel metterlo in guardia dalle insidie a cui andava incontro andando a governare una terra complicata e difficile, gli raccomandava, in particolare, di tenere sempre a mente che i siciliani “sono più acuti che sinceri” e, soprattutto, che “diventano temerari quando amministrano la cosa pubblica”.

       E, in effetti, l’attuale presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo – che in America potrebbe essere l’equivalente del governatore di uno Stato – di temerarietà ne ha da vendere. E anche se non brilla per acutezza, quando c’è da illustrare i conti pubblici della Regione che amministra si guarda bene dall’essere sincero. Anche senza l’acutezza, sostituita comunque dalla furbizia, per temerarietà Lombardo sta perfettamente dentro la descrizione di Scipio da Castro circa il carattere dei siciliani.

Se fosse dipeso da lui, infatti, non avrebbe nemmeno raccontato al parlamento siciliano che su, un bilancio di circa 27 miliardi di euro, c’è un ‘buco’ di appena 2 miliardi di euro. Perché il bello della Sicilia è, per l’appunto, la capacità di andare oltre i numeri. Anzi, di ignorarli. Con quella temerarietà descritta, appunto, da Scipio da Castro.

E se si trattasse solo di 2 miliardi di euro, beh, i problemi sarebbero quasi risolti. Il fatto è che c’è un secondo ‘buco’ provocato dalle società partecipate dalla Regione. Anche in questo caso dobbiamo raccontare ai lettori americani di che cosa stiamo discutendo. Visto che in Sicilia nessuno vuole investire (e quei pochi imprenditori non siciliani che, malaguratamente, decidono di investire i propri soldi in Sicilia vengono fatti letteralmente impazzire da una burocrazia kafkiana, per non parlare del sistema delle tangenti che spesso fa il paio con la burocrazia), ad investire ci pensa la stessa amministrazione regionale.

Così il governo della Regione, a partire, grosso modo, dal 2002, ha inventato una ventina o giù di lì di società per azioni. Di queste società, ovviamente, la stessa Regione è azionista di maggioranza. Queste società, che di fatto vivono di denaro pubblico, in meno di dieci anni hanno assunto circa 10 mila persone. Come? Per chiamata diretta. In pratica, i politici siciliani hanno assunto mogli, figli, fratelli, sorelle e persino amanti. Tutti assunti a tempo indeterminato e pagati con i fondi della Regione. Vi chiederete: cosa producono queste società? Debiti e basta. Solo debiti.

 Ve l’immaginate se in uno Stato del vostro Paese un governatore costituisce dieci società, assume 10 mila persone, scegliendole tutte tra amici e parenti? E li assume per non fargli fare nulla di produttivo, pagandogli lo stipendio con il denaro pubblico e accumulando, così, debiti stratosferici? Nel vostro Paese, nella migliore delle ipotesi, il governatore verrebbe arrestato e internato in un centro di salute mentale. In Sicilia, invece, questo avviene sotto gli occhi di tutte le autorità, che non fanno nulla per impedirlo. Paese che vai, usanze che trovi.

Ovviamente, alla fine qualcuno il conto lo deve pur pagare. E a pagare, neanche a dirlo, sono i conti pubblici (cioè gli ignari contribuenti siciliani che un giorno ormai non più lontano verranno chiamati a sanare i ‘buchi’ con tasse e imposte).

A quanto ammonta il deficit di queste società collegate alla Regione siciliana? E qui viene il bello. Su 90 parlamentari regionali (tanti sono i deputati del parlamento siciliano) solo uno, in occasione dell’approvazione del bilancio, ha chiesto ‘lumi’ su questa babele di società. Si tratta del parlamentare Cateno De Luca, una ‘cane sciolto’ che non risponde a nessuno dei partiti ufficiali.

De Luca, legge alla mano, ha chiesto di conoscere i reali numeri di questo enorme ‘buco’ finanziario. Ma il governo Lombardo, in barba alla legge, si è guardato bene dal renderli noti. Dopo di che il parlamento dell’Isola, in barba a De Luca, ha approvato il bilancio. Vi chiederete: in democrazia, se c’è un governo, ci deve essere anche un’opposizione. E se in America ci sono democratici e repubblicani, in Sicilia ci sono centrodestra e centrosinistra.

Solo che nell’Isola lo scenario si complica, in barba alla democrazia. Dal 2001 al 2008 in Sicilia ha governato il centrodestra e quindi le assunzioni clientelari nelle società collegate le hanno fatte i politici di centrodestra. Nel 2008 Lombardo è stato eletto governatore della Sicilia dagli elettori di centrodestra con oltre il 65 per cento dei voti. Ma lo stesso Lombardo, nel 2009, ha effettuato il cosiddetto ribaltone: grazie alla decina di deputati del suo partito (Movimento per l’autonomia) e a un gruppo di transfughi ha messo alla porta il centrodestra e governa con il centrosinistra, alla faccia degli elettori siciliani che hanno votato in maggioranza il centrodestra.

E’ come se in uno Stato del vostro Paese un governatore, eletto nel partito Democratico decida, a un certo punto, di disfarsi di tutto il personale del proprio partito e di governare con i vertici locali del partito Repubblicano. Ovviamente, da voi succederebbe una mezza rivoluzione. In Italia, invece, questa pratica è all’ordine del giorno. Si definisce ‘trasformismo’ ed è stata sperimentata con ‘successo’, alla fine del 1800, da Agostino De Pretis, che governava l’Italia cambiando maggioranza alla seconda della convenienza.

A lui si ispira Berlusconi. Basti pensare che il Cavaliere, dopo aver sbattuto fuori Fini dal suo partito, ha raccattato in parlamento i cosiddetti ‘responsabili’, ovvero parlamentari che hanno cambiato casacca passando dal centrosinistra al centrodestra. Ed è grazie a questi sta  governando l’Italia.

La stessa cosa ha fatto Lombardo in Sicilia, che in materia di ‘trasformismo’ politico non prende certo lezioni da Berlusconi. Grazie al ribaltone di Lombardo, dal 2009 ad ‘armeggiare’ con le società collegate alla Regione sono i parlamentari di centrosinistra insieme con quelli di centrodestra che hanno cambiato casacca. Questo spiega perché quando De Luca, a sala d’Ercole (la sede del parlamento siciliano che si trova a Palermo nel palazzo Reale), ha chiesto conto e ragione del deficit delle società collegate si è trovato solo. E questo spiega anche perché maggioranza (centrosinistra) e opposizione (centrodestra) hanno approvato il bilancio insieme.

Naturalmente, qualcosa è venuta fuori. Il solito De Luca ha scoperto che le passività delle società collegate alla Regione ammontano a 5 miliardi e 800 milioni di euro. Qualcuno gli ha fatto notare che il dato è falsato perché mancano le attività. Osservazione giusta. Ma cosa sarebbero ‘ste attività? In primo luogo, i beni immobili che sono di proprietà della Regione. In secondo luogo, i crediti che queste società vantano. Nei confronti di chi? Ma della stessa Regione, no! Dunque, il deficit di queste società collegate alla Regione potrebbe essere maggiore – anzi è di certo maggiore – di 5 miliardi e 800 milioni di euro.

Certo, se il governo dell’Isola, rispettando la legge (per altro, una legge regionale approvata l’anno scorso dallo stesso parlamento siciliano), avesse fatto chiarezza sui numeri, noi potremmo essere più precisi. Ma in Sicilia, si sa, rispettare la legge significa offendere la mafia: e offendere la mafia non si può! Figuriamoci se la politica siciliana, nei fatti, offende la mafia. Non scherziamo con le cose serie!

E qui ci fermiamo, per motivi di spazio. Dandovi appuntamento la prossima settimana con la seconda puntata del nostro ‘viaggio’ nella Sicilia dei ‘miracoli’. Vi anticipiamo soltanto che, nella testa di Lombardo e dei suoi collaboratori, il conto, alla fine, lo dovrebbe pagare il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Come? E, soprattutto, perché? E’ quello che vi racconteremo in seguito.

(Prima puntata)     

   

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