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Zibaldone

Kosovo, lezione per la Libia

Per queste "guerre umanitarie", non puó venire a mancare la certezza che stiamo conbattendo dalla parte delle "vittime" per difenderle dai "carnefici" . Ma quando accade un qualcosa che mette in discussione questa certezza?

 Le notizie sulle crisi di questo mondo, per essere comprese dai cittadini di paesi democratici, dovrebbero avere una continuitá nel giudizio etico-morale con cui vengono messe in risalto. Cioé, ad un civile che protesta disarmato in Siria e che viene torturato e ucciso dal suo governo, andrebbe data la stessa rilevanza di quello in Libia. Perché se in un paese democratico la politica dei governi puó essere condizionata dalle loro opinioni pubbliche, allora l’informazione di cui queste usufruiscono dovrebbe essere indipendente ma anche credibile.

Da settimane bombardieri della Nato, eseguendo la risoluzione 1973 dell’Onu, attaccano Tripoli e colpiscono altri obiettivi militari in Libia, per "proteggere i civili" dal proprio governo. Le opinioni pubbliche dei paesi Nato hanno avuto bisogno di una giustificazione morale a questi atti di guerra. Colpiamo Gheddafi affinché lui non massacri piú il suo popolo che prima gli manifestava contro e che ora lo combatte con le armi. Per aiutare una parte contro l’altra, noi cittadini democratici e quindi "mandanti" delle azioni dei nostri governi, dobbiamo sentirci dire che stiamo dalla parte dei "buoni" contro i "cattivi".

La norma che tocchi alla comunitá internazionale la "responsabilitá di proteggere" i civili di uno stato non piú protetti dal proprio governo, é recente. Il genocidio in Rwanda del ’94 e il mancato intervento internazionale aveva scaturito un dibattito che poi ebbe lo sfogo nella guerra della Nato contro la Serbia per la crisi del Kosovo, quella che passó alla storia come la prima "guerra umanitaria". Da lí siamo arivati oggi all’intervento in Libia.

Per queste "guerre umanitarie", non puó venire a mancare la certezza che stiamo conbattendo dalla parte delle "vittime" per difenderle dai "carnefici" .  Ma quando accade un qualcosa che mette in discussione questa certezza? 

Il Procuratore della Tribunale internazionale dell’Aja Luis Moreno Ocampo rivela, come ha fatto ai giornalisti al Palazzo di Vetro una settimana fa, che in Libia sta raccogliendo prove su crimini di guerra e contro i diritti umani che potrebbero essere stati commessi anche dai ribelli di Bengasi. Potrá Ocampo portare a termine il suo lavoro senza che qualche grande e potente interesse riesca a farlo desistere?

Purtroppo i precedenti non sono incoraggianti quando si sospetta che le vittime per le quali abbiamo combattuto possano essersi a sua volta trasformate in carnefici.

Cosa é veramente accaduto in Kosovo? Si tornerá finalmente ad indagare e a perseguire, oppure si fará finta di nulla insabbiando possibili elementi di prova? Quale é stato e continua ad essere il ruolo dei paesi che combatterono quello guerra "umanitaria" nel mancato accertamento di crimini terribili e dei loro responsabili?

Nel 2004 il tribunale internazionale per i crimini sulla Ex Jugoslavia inizió in Kosovo una indagine su un traffico d’organi umani che avrebbe avuto per vittime dei prigionieri serbi dei kosovari albanesi. Ma quelle indagini furono presto interrotte  e alcuni possibili reperti di prova che erano stati recuperati nel luogo degli orrori in Albania, dove i prigionieri sarebbero stati "macellati", inspiegabilmente vennero distrutti. Poi per altri cinque anni il silenzio.

Da circa cinque mesi, a causa delle gravissime accuse contenute nel "rapporto Marty", dal nome del senatore svizzero che lo ha redatto ed é riuscito a farlo approvare dall’assemblea del Consiglio d’Europa, l’attuale premier del Kosovo Hashim Thaci é sospettato di essere tra i responsabili di un traffico d’organi organizzato da membri dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), di cui Thaci era il leader politico.

In questo giornale tre mesi fa avete letto l’intervista con l’ambasciatore Lamberto Zannier, responsabile della missione Onu in Kosovo che allora, nel presentare il suo rapporto periodico al Consiglio di Sicurezza, aveva considerato il "rapporto Marty" una indagine seria che non si poteva ignorare. Questa settimana c’é stata un’altra riunione del Consiglio di Sicurezza dedicata al Kosovo, e ancora una volta é stata "molto tesa", come ci ha confermato lo stesso Zannier. Dopo il suo intervento, infatti, ci sono sono stati quelli del ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, e di quello kosovaro Enver Hoxhaj. Jeremic, nel richiedere un’indagine penale indipendente organizzata dal Consiglio di Sicurezza sul presunto traffico d’organi, ha citato una lettera di appoggio del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki moon. Secondo Belgrado, le Nazioni Unite non possono non occuparsi di fare luce su crimini così efferati, ma lo scontro resta aperto su chi dovrebbe condurre l’inchiesta: Eulex, la missione civile dell’Ue in Kosovo, come sostengono le autorità di Pristina, appoggiate da Usa, Francia, GB, Germania  o un organismo creato ad hoc dal Consiglio di Sicurezza come invece chiedono i serbi, con l’appoggio della Russia, la Cina, l’India, il Brasile?

Giovedì la tensione al Palazzo di vetro era ai livelli di massima: se le accuse contenute nel "rapporto Marty" fossero fondate, ciò vorrebbe dire che da dieci anni il Kosovo sarebbe governato da criminali di guerra il cui potere sarebbe sostenuto dalle principali democrazie occidentali e protetto dalle armi della Nato. Un epilogo che, se verrá dimostrato da una indagine "autorevole, credibile e indipendente", potrebbe rivelarsi una dura lezione anche per la Libia.

 

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