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Zibaldone

C’é caffé e… caffé

Duecentocinquanta anni di Greco a Roma

  

 

Via dei Condotti è un breve percorso tra piazza di Spagna e via del Corso, griffato su ambo i lati dalle vetrine dei negozi alla moda. Tratto urbano di eccellenza, collega lo scintillante ventaglio barocco della scalinata di Trinità dei Monti con l’affannata e operaia arteria del Corso. Al civico 86 una targa, affissa sulla destra dell’ingresso, ricorda che un decreto del ministro della Pubblica istruzione dichiarò l’esercizio, nel luglio 1953, luogo “di interesse particolarmente importante”.  E’ l’“Antico Caffè Greco”, aperto 250 anni fa, quando Roma aveva ancora il papa re e i settlers delle colonie del nord America non si erano ancora ribellati a Sua maestà britannica.

   In quel tempo un imprenditore greco, tal Nicolas de Maddalena, acquistò lo spazio e lo ribattezzò con un nome che evocava le sue radici levantine. La proprietà sarebbe passata di mano, avrebbe alternato stagioni floride a minaccia di fallimenti, ma non avrebbe mai visto intaccata la fama di luogo preferito degli uomini di cultura e intelletto. Ai tavolini si sarebbero avvicendati artisti  e intellettuali di ogni tendenza e nazionalità: da Berlioz a Mendelsshon Bartholdy a Wagner, da Casanova e Orson Welles, da Schopenhauer a Leopardi e Carlo Levi. Quando Roma era ancora venerata come sacrario dell’antichità classica, i Byron, Shelley, Andersen, Gogol, Stendhal, Mark Twain trovarono nel caffè la tana preferita dove rifugiarsi dal frastuono cittadino. Lo stesso capitò a italiani come Goldoni, Leopardi, D’Annunzio. Goethe lo promosse a ritrovo degli intellettuali tedeschi di passaggio in città. Il locale fu percepito come un posto metrion, per dirla in greco, il luogo giusto dove gli affini potevano riunirsi e dialogare. Ai nostri giorni, una volta al mese vi si raduna il “Gruppo dei romanisti”, cenacolo di studiosi e cultori della romanità.

   La goliardia, ancora forte a Roma, racconta un’altra storia, che riprendo per gli affezionati lettori a significare quanto i romani possano essere scanzonati rispetto all’immenso patrimonio culturale di cui dispongono. Dice, la ciarla, che trenta secoli or sono si stabilì là dove oggi ammiriamo il complesso di piazza di Spagna e Trinità dei Monti, una colonia greca, attirata dal laghetto che allora caratterizzava la zona. La colonia avrebbe dato vita a un punto di ristoro e diletto, presto chiamato dagli indigeni il “Caffè Greco”. Romolo e Remo, dopo il ruttino che sanciva la fine della razione quotidiana di latte di lupacchiotta, gattonavano dal fiume verso la  nera e fumante bevanda, nascostamente ammannita da un cameriere del Caffè.

   In Italia il Greco rappresenta il vertice di qualità di un’istituzione, i caffè, che appartengono alla storia nazionale e danno lustro alle tradizioni locali. Si pensi allo spirito con cui un fiorentino invita un amico alle “Giubbe rosse” o un triestino al “Pepi”. Si ricordi cosa ha significato il Caffè nella lotta dei Milanesi per il riscatto dal dominio straniero, quando il 1 gennaio 1848 gli avventori del Caffè del Duomo decisero che i veri italiani dovevano astenersi dal fumare per boicottare la raccolta fiscale dell’occupante austriaco. Soldati del regio impero asburgico e lombardi prezzolati si misero a fumare con ostentazione, spingendo la gente ad imitarli. La reazione della popolazione costrinse poi la cavalleria a intervenire portando a bilancio sei morti e cinquanta feriti.

   All’Antico Caffè di Via dei Condotti gli avventori sono oggi soprattutto turisti e curiosi. La città, occupata dalla politica e dal generone televisivo, scarseggia di grandi spiriti, ed è già tanto che il locale sia tuttora salvo dalla chiusura.

 

 

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