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Zibaldone

L’INDRO/ Lo spirito di una legge e le origini di New York

Il successo del governatore Andrew Cuomo per affermare il diritto degli omosessuali a sposarsi é in linea con la storia di una cittá nata quattro secoli fa col nome di New Amsterdam

 Nella prima metá del XVII secolo, la cittá che si svilluppó sulla punta sud dell’isola diManhattan si chiamava New Amsterdam. Era stata fondata dagli olandesi 50 anni prima che la marina inglese la conquistasse nel 1664 e la ribattezzasse New York. E’ importante ricordarlo in occasione del passaggio della legge sui matrimoni gay. Perché infatti se New York é da sempre considerata ’caratterialmente’ diversa dalle altre cittá americane lo deve alle sue origini. Gli olandesi, per la natura del loro business commerciale trovavanocontroproducente condizionare la religione o altre tendenze di chi sbarcava a New Amsterdam. Se non creavi problemi alla comunitá ma anzi la rendevi prospera con quello che eri in grado di fare, di ció che professavi nel campo religioso o dei costumi erano solo cavoli tuoi. Ebrei e cattolici, praticamente quasi inesistenti nel periodo coloniale di altre cittáamericane, erano accolti a New Amsterdam. Tutto il contrario della "puritana" Boston, con quel Commonwealth del Massachusetts fondato dai pellegrini del Mayflower, che invece era la "piú bigotta" delle colonie del nuovo mondo. E’  che saranno messe al rogo le "streghe" che corrompevano le virtú morali della comunitá. A New York invece, le streghe danzano nei locali che secoli dopo diventeranno i teatri di Broadway….

Cosí a 4 secoli da quella storia, ci sembrava fuori dalla logica storica che, proprio da New York, la piú grande comunitá gay d’America dovesse continuare a viaggiare in New Englandper andarsi a sposare nella "bacchettona" Boston. A togliere di mezzo l’anomalia, ci ha pensato la destrezza politica di un figlio di figli di emigranti napoletani e siciliani: il governatore Andrew Cuomo.

Lo Stato di New York che passa la legge sui matrimoni gay, é un risultato straordinario per l’interna nazione e forse rivoluzionario per l’Occidente, ma non per NYC. In questa cittá, infatti, da anni migliaia di coppie gay vivono stabilmente mettendo su famiglia.

Da quasi sette anni vivo con moglie e figli a Park Slope, quartiere di Brooklyn in cui, tra persone che fanno fatica a pagare il mutuo, vivono anche famosi scrittori e attori, tutti a crescere la famiglia lontano dalla caotica Manhattan. Ma Park Slope é anche famoso per un’ altra statistica: é la capitale d’America delle coppie "sposate" lesbiche. Tra la serie deibrownstone di fine XIX secolo allineati attorno al magnifico Prospect Park, vivono centinaia, forse ormai migliaia di donne che da anni hanno messo su famiglia con altre donne.

Ho sempre vivo il ricordo dei miei figli, allora ai primi anni di scuola elementare, che nelle conversazioni a tavola parlavano in maniera assolutamente naturale delle "due mamme" dei loro compagni di scuola. A me faceva all’inizio un certo effetto per la frequenza statistica, che direi era di una percentuale almeno del 15 %-20% tra i compagni di scuola dei miei figli. Ma poi ci si abitua e, semmai, é la discriminazione che ti appare assurda e ti infastidisce. Cosíormai entrando nei ristoranti sempre affollati di Park Slope non noto piú che tra i tavolini riservati alle cene romantiche almeno un quarto ospitano solo donne. 

Il problema ’culturale’, si riaccendeva quando d’estate si andava in vacanza in Italia, nella focosa Sicilia, con i miei figli che tiravan tardi per ascoltare, nella lunga tavolata, le discussioni dei grandi. C’era sempre il solito parente disgustato al solo sentire di bambini cresciuti da due papá o due mamme, e che si lasciava andare ad espressioni colorite per non dire bigotte. E i miei figli, allora solo di sette e otto anni, non comprendevano certe espressioni di disgusto dai grandi, e anche se non afferravano tutto, respiravano l’aria di intolleranza nei confronti dei gay "sposati" e alla possibilitá che avessero dei figli. Non potevo e non volevo trattenerli mentre, mancando quasi di ’rispetto’ a qualche parente, bisbigliavano all’orecchio della loro mamma americana: "Ma che c’é di male nell’avere due mamme che si vogliono bene e vogliono bene ai loro bimbi?"

 A Brooklyn, come del resto a Manhattan (magari un po’ meno al Queens, e sempre meno aStaten Island e al Bronxs), sono anni che le coppie gay mettono su famiglia. Poi se saranno ancora "felici e contente per sempre" non potrá dipendere solo da una giusta legge votata ad Albany, ma soprattutto dalla dose di fortuna che serve ad ogni matrimonio per non raffreddare l’amore che alimenta la vita sotto lo stesso tetto.

Se quindi col matrimonio gay qui a New York ci conviviamo senza problemi da anni, almeno sull’aspetto culturale se non burocratico, questo non toglie che il Governatore AndrewCuomo, con una mossa da navigato politico dell’Empire State che ad Albany si allena per il gran salto a Washington – non riuscito a Cuomo il grande – abbia colto nel parlamento statale a maggioranza repubblicana un successo straordinario. Il governatore democratico figlio di Mario, cattolico e italoamericano (sulle questioni gay entrambi degli handicap), ha avuto l’intelligenza e il coraggio politico di intraprendere una sfida difficile ma che sapeva di poter vincere. Perché ormai quella che si sarebbe votata nello Stato di New York, era giá una legge di "diritto consuetudinario". Ad Albany non si é fatto altro che legiferare per proteggere quello che avveniva ogni giorno.

La festa é esplosa al West Village, ma  i gay che correranno a sposarsi saranno in bassa percentuale. New York resta ancora la cittá con la maggiore concentrazione di single del pianeta, e questo vale anche per i gay. Ma la spinta che Cuomo ha impresso riuscendo a far passare la legge in uno degli stati piú popolosi dell’Unione fará sentire le sue scosse ben fuori dai confini di New York. E se ció non é ancora avvenuto anche a livello federale, molta della responsabilitá ricade nella eccessiva prudenza sfoderata dal Presidente Barack Obama. Pensate che solo giovedí, praticamente alla vigilia del passaggio della legge, il presidente era a New York per fare un discorso ad una cena di raccolta fondi per la sua campagna elettorale organizzata dalla LesbianGayBisexTrans Leadership Council, dove ha miseramente fallito l’occasione per dimostrare il suo coraggio legislativo a livello federale sulla questione dei diritti civili dei gay. Ha detto Obama che "resta una questione di ogni singolo stato". You are wrongMrPresident! Soprattutto detto da quello stesso Obama che avrebbe avuto come ispiratore Martin Luther King e la sua lotta per i diritti civili.

Quando in gioco c’é il rispetto e la salvaguardia dei diritti civili di ognuno, la libertá di tutti i cittadini é messa in discussione, e non c’é Stato dell’Unione che tenga, Washington deve guidare l’iniziatiava. Se si pensa poi, che le ultime donne entrate nella Corte Suprema, le giudici Sonia Sotamayor ed Elena Kagan, sono entrambe di New York ed entrambe ’sospettate’ di essere lesbiche non dichiarate… Che lo siano o meno, non importa. Ma il dato di fatto é che sono state scelte da Obama per fronteggiare giudici come Scalia e Alito, il che dovrebbe dare piú coraggio a questo Presidente sul fronte dei diritti dei gay a livello federale. Ma Barack, per ora, vuole rischiare il meno possibile mentre pensa alla rielezione…

In questa rubrica su ’L’Indro’, quasi lo dimenticavamo, dovremmo parlare piú d’Italia che d’America, anche se vista da qui. Allora fa a caso nostro – ma che coincidenza! – che mentre adAlbany si dibatteva in dirittura finale della legge per il diritto al matrimonio dei gay, ci fossein giro per New York proprio Nichi Vendola, il presidente della Puglia e lanciatissimo leader di Sinistra Ecologia e Libertá candidato alle primarie della sinistra. Il governatore Vendola ésicuramente il politico italiano dichiaratamente gay con le piú chance di arrivare ancora piú in alto di quanto già non sia. Durante la promozione enogastronomica pugliese, eravamo seduti al tavolo con Vendola ed é venuto proprio istintivo chiedergli cosa ne pensasse dell’imminenza del passaggio della legge sul matrimonio gay a New York. Questo é stato il suo commento: "Credo che sulla questione dei diritti gay in tutto il mondo si sta giocando una partita che riguarda la qualitá del pluralismo e della civiltá. E’ rimasto un fanalino di coda in Occidente l’Italia, un paese dove non é ancora possibile avere una legge contro la violenza nei confronti dei gay. L’Italia quindi realizza un paradosso straordinario: siamo un paese contemporaneamente islamofobico e con standard di diritti civili da repubblica islamica".

Probabilmente il nostro paesano Andrew Cuomo giungerá quasi alla fine del suo secondo mandato alla Casa Bianca quando in Italia, Vaticano permettendo, finalmente si avrá una legge che legalizzi i matrimoni gay. A meno che dopo i Colombo, gli Spadolini e chissá quanti altri politici omosessuali piú o meno nascosti nel passato, non entri con un certo anticipo a Palazzo Chigi anche un leader che questa volta non abbia bisogno di nascondere di essere gay. Fantascienza? Giá, come lo era Obama for President nel 2007. 

Senza bavagli su internet, anche in Italia tutto può ora apparire possibile.

 

 

 

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