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Zibaldone

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Riflessioni sulle misure di sicurezza messe in atto dal governo americano dopo l'uragano Irene

 

 Diversi, in America, specie repubblicani, hanno messo sotto accusa il presidente Obama e il sindaco Bloomberg per eccesso di allarmismo in occasione del passaggio d’Irene su Manhattan. Premesso che un’opposizione che si rispetti fa il suo gioco e avrebbe quindi avanzato accuse anche in caso di evitato allarme, possiamo approfittare dell’occasione per chiederci se le autorità talvolta non esagerino in propaganda ansiogena.

   Il procurato allarme è reato. Chi diffonda notizie che creino agitazione e timore eccessivi nella popolazione ne risponde alla legge, in quanto altera irragionevolmente lo svolgimento della vita associata. Omettere la diffusione di allarme motivato e ragionevole è anch’esso reato. La questione è: sulla base di quali elementi va fatta la scelta? E quanto si può pretendere siano “certi” gli indizi di rischio che vengono da fenomeni nuovi, dei quali non vi è memoria e/o statistica certe e affidabili? E’ il caso di Irene, spintosi minaccioso verso il nord come mai uragano di tanta estensione e forza aveva fatto. Nel dubbio, le autorità hanno adottato misure prudenziali, peraltro giustificate, almeno a tener conto di ciò che è accaduto nei dintorni di Manhattan a cominciare dal martoriato New Jersey. Melius abundare quam deficere, meglio peccare in eccesso che in difetto, avranno pensato.

   E’ evidente che siamo nevrotizzati dal bisogno di sicurezza, sempre e comunque. Pretesa ridicola, perché l’incertezza e il rischio fanno parte della vita. Possiamo cancellare o limitare i rischi derivanti dalle scelte umane (disinnescare l’ordalia nucleare, smettere di alimentare con porcherie gli animali che mangiamo e di inquinare a destra e manca), ma poco possiamo verso i rischi da fenomeni naturali. I giapponesi hanno costruito il migliore sistema antisismico al mondo, eppure non si sono potuti opporre al recente terremoto-maremoto. Gli eccessi di sicurezza fanno il paio con gli eccessi produttivistici e consumistici, generando il paradosso di sistemi insieme complessi e fragili, in quanto edificati a prescindere dalla natura, se non contro di essa. Se riuscissimo ad armonizzare tecnologia e profitto con i cicli e i comandi della natura, riscuoteremmo più sicurezza, peraltro non condizionata dai poteri politico e mediatico.

   Inutile nasconderci quanta capacità di controllo sulla nostra mente, questi poteri acquisiscano dai meccanismi di esagerata allerta, specie quando i luoghi o i fatti di riferimento hanno un forte contenuto simbolico e fantasmico (è il caso di Manhattan, protagonista principe di film e letteratura apocalittici). Negli ultimi decenni siamo stati ciclicamente investiti da apprensioni, rivelatesi inesistenti o di consistenza inferiore agli annunci. Fu il tempo del Millennium Bug: credemmo alla fandonia del numerino che faceva saltare l’informatica globale e generava catastrofi. Vennero le minacciose quanto fantasiose epidemie da pennuti, suini, mucche pazze, bacilli e batteri transgender.  Si dirà che gli allarmi, comunque, diminuiscono i potenziali danni. Può darsi, ma è un fatto che il pallottoliere a consuntivo documenti spesso rovine minori di quelle pronosticate dagli avvisi, sino a far mettere in dubbio anche gli allarmi sulla questione fondamentale del nostro tempo: il riscaldamento globale e le modificazioni climatiche.

   In tempi di internettaggio e informazione globale, risulterebbe dirompente scoprire l’attualità di un apologo antico quanto la civiltà. C’era una volta un pastorello che si divertiva urlando “Al lupo al lupo!” e vedendo tutti correre ad aiutarlo, per poi andarsene incavolati. Un giorno il lupo venne davvero. Il ragazzo gridò aiuto, ma non accorse nessuno. Le pecore finirono sbranate.

 

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