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Zibaldone

Milano ruba, Sicilia pure ma..

A sinistra Filippo Penati

A sinistra Filippo Penati

Il “bordello” delle mazzette per gli amministratori pubblici in Lombardia ha fatto gridare allo scandalo nel Pd, ma denota un sistema ben rodato che almeno al Nord viene fuori mentre nell’Isola, grazie anche alla mafia, tutto tace...


Non c’è democrazia senza un po’ di corruzione”, amava ripetere Clemenceau. Il problema è che in Italia di corruzione, nella vita pubblica, ce n’è veramente troppa. Con un problema in più rispetto ad altri Paesi del cosiddetto Occidente industrializzato: l’assenza, ormai strutturale, di indipenden- za fra i tre poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – che, secondo Montesquieu, è alla base della democrazia. Grazie a una legge elettorale sbagliata, se non assurda – non a caso definita “Porcellum” – gli elet- tori italiani non sono liberi di scegliere i propri parlamentari. Le liste elettorali per le due Camere -Camera dei deputati e Senato – sono infatti bloccate: sono i lea- der dei partiti che decidono chi va in lista. Così se, ad esempio, la lista del Pdl, in una qualunque regione italiana, conquista dieci seggi alla Camera, a risultare elet- ti sono i primi dieci della lista. Idem per il Pd e per gli altri partiti. Una sconcezza. Il popolo, insomma, non ha alcun potere, se non quello di certificare, con il proprio voto, le scelte adottate dalle segreterie dei partiti. Ne consegue che i parlamentari eletti non ri- spondono ai proprie elettori, ma alle stesse segreterie dei partiti. La democrazia trasforma- ta in oligarchia? Il dubbio rimane. Ogni parla- mentare – sia esso eletto alla Camera o al Senato – perde il rapporto diretto con gli elettori e, di conseguenza, la propria indipendenza: se non obbedisce agli ‘ordini’ dei ‘capi’ di partito al turno elettorale successivo non viene ricandidato. Parlamentari ‘camerieri’ delle varie segreterie dei partiti? Altro dubbio più che legittimo.

Ora, in una democrazia parlamentare il rapporto tra parlamento e governo deve mantenere comunque un certo grado di dialettica. Anche i parlamentari che appoggiano il governo, davanti a provvedimenti sbagliati (ad esempio, il tentativo portato avanti dal governo Berlusconi, a quanto pare abortito, di non far valere, in sede di conteggio pensionistico, gli anni dell’università e l’anno del servizio militare: prov- vedimento balzano e privo di fondamento giuridico), dovrebbero essere liberi di difendere i propri elettori da eventuali abusi del governo. Ma tale principio, in Italia, vale fino a un certo punto, perché, come già accennato, i parlamentari non rispondono al popolo, ma alle segreterie dei partiti (e, nel caso del Pdl, rispondono direttamente a Berlusconi, così come i componenti del Gran consiglio fascista rispondevano a Mussolini).

Ancora più grave la commistione tra potere giudiziario da una parte e legislativo ed esecutivo dall’altra parte. Il numero di magistrati eletti tra Camera e Senato è in crescita esponenziale. E, soprattutto nel corso degli ultimi anni, non sono mancati i magistrati chiamati a ricoprire cariche di governo (il discorso non riguarda solo la magistratura ordinaria, ma anche il Consiglio di Stato: è il caso di Franco Frattini, mini- stro degli Esteri). Non solo. La ‘lunga marcia’ dei magistrati verso ogni forma di potere esecu- tivo sembra inarrestabile. Eccoli, così, a grappoli, nelle vesti di sindaci e di assessori regionali (in Sicilia, nella giunta regionale composta da 12 assessori, 2 sono magistrati: e si tratta del governo di una Regione di oltre 5 milioni di abitanti).

Ma se la magistratura è chiamata a verificare il comportamento di chi amministra le città, le Regioni e lo stesso Stato com’è possibile che, contemporaneamente, gli stessi magistrati facciano parte delle amministrazioni di città, Regioni e dello stesso Stato? La domanda non è oziosa, se è vero che è appena da qualche anno che il Consiglio superiore della magistratura, bontà sua, sta cominciando a dettare qualche regola circa il comportamento dei magistrati che entrano in politica andando a ricoprire ruoli di gover- no (e anche di quelli eletti in parlamento).

Anche se, a dir la verità, dal Consiglio superiore della magistratura si attendono ancora ‘lumi’ sugli ‘orientamenti’ di certi pubblici ministeri che trovano del tutto normale partecipare a manifestazioni politiche pubbliche. Qualche anno fa, a Palermo, in occasione delle elezioni regionali, un pubblico ministero – che lavorava, appunto, presso la Procura della Repubblica di Palermo – trovò del tutto ‘normale’ partecipare a una manifestazione in favore di uno dei candidati alla presidenza della Regione. In quell’occasione erano in tanti a chiedersi come si sarebbe comportato questo pubblico ministero da- vanti a fatti penalmente rilevanti che avrebbero potuto coinvolgere il candidato – magari eletto presidente della Regione – che lo stesso pubblico ministero era andato ad applaudire…

Il risultato di queste ‘incestuose’ commistioni fra i poteri non può che ingenerare un gran casino. Di questo ‘Bordello’, per utilizzare una parola spesso utilizzata da Bossi, sono emblematiche due vicende: il caso Penati a Milano e le tangenti sul fotovoltaico in Sicilia.

A Milano, già sette-otto anni fa, l’ex sindaco Gabriele Albertini aveva denunciato i ‘maneggi’ di Filippo Penati, esponente di spicco dei Ds, in merito alla vicenda Serravalle. Non è certo questa la sede per ricostruire la tormentata storia di questa società che gestisce autostrade. Il punto essenziale è che, a un certo punto, Penati, presidente della Provincia di Milano, decide di acquistare il 15 per cento delle azioni di tale società da un gruppo privato (Gavio). “Pagando 8,973 euro ogni quota che a Gavio era costata 2,9 euro”, leggiamo sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. Grazie all’ac- quisto deciso da Penati, Gravio incassa un utile netto di 179 milioni di euro. Penati si giustifica dicendo che tale acquisto serviva per garantire la maggioranza pubblica alla Provincia. Cosa non vera, ribatte Albertini, perché la maggioranza pubblica era già garantita dal patto d sindacato tra Provincia e Comune di Milano (detentore di un pacchetto di azioni della società Serravalle). Tutti passaggi, questi, puntualmente denunciati da Albertini a ben quattro magistrature diverse in tempi non sospetti.

I fatti, insomma, erano ben noti già qualche anno fa. Ma questo non ha impedito a Penati di diventare capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani oggi numero uno del PD. E’ evidente che in questo partito, vigeva la solare convinzione che mai e poi mai i fatti sarebbero stati oggetto di attenzione da parte della magistratura penale. E in effetti per lunghi anni le "previsioni" sono risultate esatte. Da qui il dubbio che la vicenda Penati, in realtà sia un sistema di finanziamento della politica ben rodato (sotto tutti i punti di vista). Poi qualche mese fa improvisamente, l’inchiesta della procura di Monza su questo e su altri fatti contestati a Penati. Che è successo? Qualche settimana dopo l’esplosione del ‘caso’Penati torna alla ribalta la vicenda della casa ro- mana, a due passi dal Colosseo, che un imprenditore avrebbe in parte "regalato" all’ex ministro, Claudio Scaiola.
Vicenda che sembrava sopita e che, invece, come già detto, è riesplosa. Un caso? O una risposta che colpisce un esponente di centrodestra (Scaiola) dopo che è stato colpito un esponente di centro- sinistra (Penati)? La sensazione è che, in Italia, la giustizia penale sia ormai diventata qualcosa che somiglia tanto a una guerra per bande. Con buona pace dell’idea di Giustizia che dovrebbe garantire la legalità e la vita dei cittadini.

Molto più grave quello che succede in Sicilia. Anzi, quello che non succede in Sicilia. Perché se a Milano e a Roma, bene o male, il marciume viene fuori, nell’Isola tutto tace. Soprattutto sui grandi affari che vedono insieme, tanto per cambiare, mafia & politica.

Oggi, in Sicilia, il grande business è rappresentato dalle energie alternative, con in testa eolico e fotovoltaico. Già da qualche anno inchieste della magistratura hanno svelato gli interessi della mafia nell’eolico. Mentre qualche mese addietro un parlamentare regionale del Pd, Gaspare Vitrano, è stato arrestato subito dopo aver intascato una ‘mazzetta’ di 10 mila euro.

Ad inchiodare l’esponente politico ci sono le dichiarazioni di un imprenditore. Che nei giorni scorsi è stato minacciato. Di più: Vitrano, che era finito agli arresti, qualche settimana fa è sta- to rilasciato. Con l’obbligo, però, di non risiedere in Sicilia.

Attenzione, cari lettori americani, a quello he ora leggerete. Quando un deputato regionale viene arrestato scatta subito il provvedimento di sospensione da parte del governo nazionale. Oggi Vitrano, come già sottolineato, è fuori dal carcere, ma non può rientrare in Sici- lia. Non potendo partecipare alle sedute del parlamento siciliano dovrebbe essere considerato fuori dallo stesso parlamento dell’Isola. Invece, con la ‘benedizione’ del governo nazionale, il parlamento siciliano ha reintegrato Vitrano: il quale, pur non essendo presente in Sicilia viene considerato parlamentare regionale a tut- ti gli effetti. Un’assurdità.

Quello che sembra assurdo, però, ha una spiegazione. A quanto pare, il grande affare del- le energie alternative coinvolgerebbe tutte le forze politiche siciliane, di centrodestra e di centrosinistra. Da qui l’esigenza di un basso profilo. E, soprattutto, del silenzio. Da parte di tutti. Soprattutto di chi sa. E Vitrano, preso con 10 mila euro in tasca, qualcosa, su questo giro di affari, la deve sapere. Contemporaneamente, le giàcitate minacce all’imprenditore che ha inchiodato Vitrano. Il tutto mentre ‘questa’ politica siciliana di farisei ‘celebra’ Libero Grassi, l’imprenditore siciliano ammazzato a Palermo nei primi anni ’90 perché si rifiutava di pagare il ‘pizzo’ai mafiosi.

E’ troppo chiedere a ‘questa’ politica siciliana di ‘farisei’ di non sporcare il nome di Libero Grassi?

 

 

 

 

 

 

 

 


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