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Zibaldone

Se un omicidio cambia la storia

Un secolo fa l’assassinio di Stolypin

 

Il 18 Settembre 1911, qualche giorno dopo aver sofferto un attentato, muore Pëtr Arkad’evi Stolypin, primo ministro dello zar Nicola II. Se ne va con lui il sogno di riformare il regime di oppressione oscurantista instaurato da quasi un millennio dall’alleanza tra ortodossa e aristocrazia. A gioire della scomparsa sono i socialisti rivoluzionari che si sbarazzano di un implacabile avversario (per le diverse migliaia di esecuzioni capitali eseguite nei suoi anni di governo, la corda della forca era stata soprannominata  “la cravatta di Stolypin”), zar e zarina (non sopportavano né il suo zelo riformista né il suo autoritarismo decisionista contro la Duma, il nascente parlamento), servizi segreti e apparati di destra (ne detestavano l’energia con cui voleva modernizzare il paese e lo stato).

Moriva un assolutista illuminato, a disagio con leggi e procedure, spietato nazionalista che puntava dritto alla promozione di contadini e industriali per uno stato forte e modernizzato.
Nonostante sia già stato oggetto di pesanti attentati (il più clamoroso, contro la sua villa, nel 1906, con ventisette vittime), Stolypin non rinuncia alla vita pubblica. Nel settembre del 1911 è con lo zar a Kiev, per l’inaugurazione del monumento ad Alessandro II. La sera va a teatro per un’opera di Rimskij-Korsakov. Nell’intervallo conversa con amici quando è colpito dalla Browning di Dmitrij Grigorievic Bagrov, doppiogiochista infiltrato dalla polizia segreta nei gruppi rivoluzionari. Spara perché, scoperto, tenta di salvare la pelle o è raggirato dai servizi? Per fugare i dubbi è messo presto a morte, davanti a testimoni garanti dell’identità dell’impiccato.

Le spoglie di Stolypin restano a Kiev, sotto una pietra disadorna, all’ingresso dello storico monastero di Kievo-Peceerskaja. Nei miei soggiorni nella città, l’ho vista sempre ricoperta di mazzi di fiori. L’avvenimento è fonte di diverse considerazioni. Pëtr Arkad’evi stava tentando l’impossibile: conciliare l’antico regime con i ritmi della vita parlamentare, appena agli inizi, e le esigenze della modernizzazione, battendo sul tempo il vento rivoluzionario, con un blocco sociale che includesse contadini proprietari e borghesia cittadina.

Per questo aveva puntato sulla riforma agraria e la diffusione nelle campagne di istruzione e modernità (elettricità, strade, sanità). Si ritrovò contro le forze che da sempre detestano il riformismo efficiente, oscillando tra chiusura totale al nuovo e cretinismo rivoluzionario. Se anche fosse sopravvissuto alla Browning di Bagrov, sarebbe stato defenestrato dallo zar, o azzoppato dai reazionari che lo circondavano. Era il turno dei bolscevichi. Stolypin non va trasformato in icona. Resta soprattutto esponente e difensore dell’autocrazia nazionalista grande russa. Per i tempi in cui ha vissuto, bisogna però riconoscergli sincero patriottismo, senso dello stato, interesse al progresso della gente. Era di quei politici riformatori nel profondo, che il XX secolo ha raramente digerito, preferendo assassinarli o farli comunque fuori, per garantirsi guai peggiori. Così sorsero fascismo e comunismo in Europa. Così i chierici andarono al potere in Iran. Così sta declinando la speranza di pacificazione in Israele. Così perì in Italia Moro e il suo progetto di conciliare cattolici e non cattolici per trasformare il paese. Stolypin, ha scritto Sergio Romano, era “troppo riformatore per i reazionari e troppo capitalista per i rivoluzionari”. L’anno dopo il suo assassinio, nella corte reale sorse la stella nera e magica del contadino siberiano Rasputin, istrionico e carismatico criminale che avrebbe contribuito ad anticipare l’avvento bolscevico.
Nel diario di Nicola II, il giorno dell’arrivo, è definito “uomo di Dio”.

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