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Zibaldone

Finestra sul mondo

Una ventata d’ottimismo da DesignWine: aprire ai piccoli produttori di vino italiano il mercato internazionale

 

Mi sono scoperta una vena di ottimismo che non pensavo di avere. Forse sarà una reazione psicologica al disastro generale. O forse sarà che sono rimasta colpita dal sentire che finalmente anche la Chiesa e i Vescovi si sono accorti che, complice la – chiamiamola così – questione morale, questo Paese sta seriamente andando a fondo (non ce ne eravamo accorti).
Sta di fatto che sempre più mi aggrappo alle buone notizie; anzi: me le vado disperatamente a cercare. Il “filone” della speranza lo avevo inaugurato la settimana scorsa da queste colonne, riferendovi di un settore della piccola e media imprenditoria italica che sta mietendo successi all’estero, quello delle piastrelle da bagno (accontentiamoci). Proseguo riferendovi che, nonostante i politici di governo e di opposizione ce la stiano mettendo tutta per deprimerci, c’è un’Italia che ostinatamente non si arrende: lavora, produce, si impegna, sogna. Ed è l’Italia che piace agli stranieri, tanto per dire. Quella, per esempio, di DesignWine, giovane e innovativa azienda nel mondo del vino. Sede in Romagna ma testa americana: quella di Timothy O’Connell, il presidente nato a Chicago ma ormai da anni un cittadino “romagnolo”, e affiancato da Alessandro Olivieri, il Direttore operativo nato e cresciuto in Emilia Romagna. Missione (ambiziosa): aprire una finestra sul mondo dei piccoli produttori di vino italiano, facendoli conoscere agli amanti inglesi. Già, perché sembra che il 60 per cento dei vini più amati in Italia e offerti dalla intraprendente coppia non siano al momento ancora conosciuti dai consumatori inglesi. L’ottimismo è contagioso e, soprattutto, va continuamente alimentato: quindi la collezione di DesignWine, fatta di bottiglie provenienti da oltre 100 delle migliori cantine italiane, «è in continua evoluzione». Che la parte migliore d’Italia, alla fine, sarà salvata dagli stranieri inspiegabilmente sempre estimatori di un Paese che di suo si vuole del male, è un’idea di cui mi sto sempre più convincendo.
COMUNQUE ALLEGRIA. Non buttiamoci giù neanche in merito alla lingua italiana. Il linguista Luca  Serianni, studioso serio, presentando il volume della Dante Alighieri “L’italiano letterario. Fondazione e modelli” di Matteo Molese e Alessio Ricci, ci conferma che la nostra lingua è in buona salute; e continua a essere ai primi posti tra quelle più studiate al mondo. Per la verità, lo sapevamo già. Ma una riprova autorevole è sempre consolante.
«La sensazione che una lingua secolare come l’italiano stia disgregandosi è un sensazione infondata», proclama sicuro. Gli credo. Ma sarà sempre così? Se lo sono chiesto numerosi esperti, nel corso dell’80esimo congresso della
Dante conclusosi a Torino e svoltosi all’insegna di un interrogativo ambizioso: «Quale lingua nel 2061?». E già il fatto di porsi la domanda è un segnale positivo.

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