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Zibaldone

Mario non fare il Silvio


A me questo preside dell’Università Bocconi che ora guida il governo tecnico in Italia comincia a rompermi un po’ gli zibedei. Un mese fa anche io ero (idealmente) a esultare in Piazza del Quirinale per le dimissioni di Silvio Berlusconi. Si ballava, si rideva, ci si abbracciava e si celebrava la fine delle rapine, delle bugie, degli insulti ai giudici, del bunga bunga, delle figure barbine fatte nel mondo, dei “posti” assegnati a fratelli, figli, amanti, incompetenti ma capaci di intascare il sempre ottimo stipendio, e soprattutto la fine delle bugie (in genere una ogni dieci parole, nei discorsi di Berlusconi), delle promesse non mantenute e delle insopportabili barzellette.

Anche giovedì scorso, giorno del “lancio della seconda fase del salvataggio dell’Italia”, ero idealmente lì, ma di esultare non era proprio il caso. Il momento clou della giornata era quello della conferenza stampa del governo tecnico, Mario Monti. I giornalisti erano tanti, ognuno con la sua seria domanda da porre e l’attesa della seria risposta, come si conviene a un bocconiano. Era lecito aspettarsi un evento lontano le mille miglia dalle sceneggiate di Berlusconi. E invece, come si comincia? Con la consegna di una tessera che attesta l’iscrizione “d’ufficio” di Mario Monti all’Ordine del Giornalisti. A consegnarla è un commosso Ezio Iacopino, che dell’Ordine dei Giornalisti è il presidente. Per ottenerla, quell’iscrizione, l’iter è molto preciso: 18 mesi di lavoro in una redazione per imparare il mestiere, un esame scritto che deve essere approvato per passare all’esame orale da svolgere di fronte a una commissione con in serbo un bel grappolo di domande giuridiche, professionali e di “varia umanità”.

Mario Monti non ha seguito quell’iter e quindi la consegna di quella tessera è stata illegale, per di più a opera del presidente stesso dell’Ordine: una cosa squisitamente “berlusconiana”.


Ma fosse l’unica! Di cose berlusconiane, in realtà, se ne sono sentite un bel po’, durante la conferenza. Monti, per esempio, non risponde alle domande, preferisce dire battute. A un certo punto c’è un momento di imbarazzo, non si trova un documento che un giornalista ha citato e Monti ne esce servendosi del già servile Ezio Iacopino: “Fammi una domanda”. Poi, a conferenza stampa finita, approfitta della buona giornata per una specie di “bagno di folla”, una cosa che certo bocconiana non è, e arriva perfino a baciare un bimbetto, una cosa forse più papale che berlusconiana.

L’euforia però lo inebria, tanto che imbattendosi in una turista coreana che osserva un po’ attonita la scena, il capo del governo tecnico le regala un gran sorriso e un cordiale “Where are you from?”.

D’accordo, le battute di Berlusconi erano volgari e quelle di Monti non lo sono state. Ma lo scopo di non rispondere alle domande era lo stesso. I giornalisti lecchini non hanno ancora avuto il tempo di scatenarsi come accadeva nell’era berlusconiana, ma il siparietto di Ezio Iacopino è stato abbastanza umiliante da far ricordare le ginocchiate di Bruno Vespa. Quanto al “bagno di folla”, Berlusconi era sempre sguaiato e amava molto muoversi circondato dai gorilla come nei film sulla Chicago dei gangster, mentre Mario Monti è rimasto tutto sommato composto.

E’ come ricordarsi che i capelli di Mario Monti sono “naturali” e non catramati come quelli di Berlusconi. Ma nell’Italia che lotta per “salvarsi” le cose che Monti fa, e ancora di più quelle che non fa, non è che lascino un grande spirito di cambiamento. Per dire: la sorella di Alemanno, il sindaco di Roma, ha uno stipendio di 300.000 euro come direttrice dell’Agenzia del Territorio. Ma dispone anche di una carta di credito che usa a suo piacimento, un po’ come faceva Augusto Minzolini con la RAI. Non c’è nulla che si possa fare? E la Polverini, presidente del Lazio, che si sposta con l’elicottero riservato alle emergenze sanitarie, non è uno scempio? Che si sappia, esiste una commissione per porre fine a queste cose, ma è ancora arenata da problemi giuridici. Chissà che non abbiano a che fare con il suo membro dal nome glorioso di Giorgio Spangher. Lui è stato un membrodel Consiglio superiore della magistratura ma nel frattempo lavorava, retribuito, come consulente degli avvocati di Berlusconi. Spesso, le scelte del professore bocconiano risultano decisamente balorde.

 

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