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Zibaldone

Caso Godino, un secolo fa

Quando gli emigranti eravamo noi

Il 1912. Stampa e macchina giudiziaria argentina hanno di fronte Gaetano Santo (Cayetano Santos) Godino, nato nella capitale argentina sedici anni prima, ultimo degli otto figli di italiani emigrati nel 1888 da San Demetrio Corone, zona albanese di Calabria, noto a polizia e magistrati per passati delitti. Risulta autore di quattro omicidi e sei tentati omicidi, e dell’incendio di sette edifici. La sua performance di serial killer è iniziata a sette anni con un bimbo di ventuno mesi sepolto in una buca ed è stata interrotta dopo che ha conficcato un chiodo nella testa di un bambino. Alto neppure un metro e mezzo, al processo risulta devastato dall’epilessia, con orecchie a sventola e il cranio martoriato da ventisette cicatrici per le sevizie del padre sifilitico e alcolizzato.

Il caso è stato ripescato, nel pieno della campagna contro gli immigrati in Italia, dalla penna di Gian Antonio Stella nel libro “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi”. E’ stato additato come esemplare da Mons. Piergiorgio Saviola, nell’introduzione al libro “Italiani nel Mondo 2009” della fondazione Migrantes.

Richiamare, a cent’anni di distanza, la vicenda del Petiso orejudo (monello orecchiuto), è atto di giustizia per quell’infelice, e un modo per dirci sin dove possa spingersi il pregiudizio delle comunità di accoglienza contro gli emigrati più emarginati.

In dizionari dell’odierna Argentina, godino sta per “abusador de minores, depravador, pervertidor”. Ma il ragazzo è in realtà un minorenne infermo, con il male che gli mette a soqquadro il cervello eccitabile dalla visione della morte cruenta. Mossi

dall’orrore degli assassini e dalla xenofobia, assertori delle teorie lombrosiane sui tratti fisici dei delinquenti del sud Italia, giornali e benpensanti si allineano al parere espresso per l’accusa da tal prof. Cornelio Moyano Gacita: “La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c’è il residuo di un’alta criminalità di sangue”. In molti propendonoper il linciaggio: la bestia non può essere giudicata dalla legge. I rettili si pestano. Il tribunale osserva che ha di fronte  un imbecille totalmente degenerato, ossessionato da un eccesso di masturbazione associata al sangue e dal dolore, lo assolve e assegna al manicomio. Passa un biennio e il terzo grado di giudizio lo trova non totalmente incapace spedendolo all’ergastolo.

Nel 1923, Gaetano, ora ostaggio del sistema, deportato nel penitenziario di massima sicurezza di Ushuaia, nell’inferno gelato di Terra del Fuoco. Eppure autorevoli medici hanno parlato chiaro nei mesi del processo. Victor Mercante il 24 febbraio 1913: instabile per mancanza di affetto, la ferita fondamentale della sua vita morale si può considerare la carenza affettiva”, “… il ragionamento prima del compimento delle azioni è quasi nullo”.

Ernesto Nelson il primo aprile: “…è un caso di degenerazione aggravata per l’abbandono sociale di cui è stato vittima e pertanto non può essere considerato responsabile dei crimini commessi, per quanto la sua libertà sia seriamente pericolosa”. Estevan-Cabred il 29 maggio: “è alienato mentale sotto forma di imbecillità incurabile”, “pericoloso per chi lo circonda”, “totalmente irresponsabile degli atti commessi”.

Nel 1933 Gaetano finisce in infermeria, fatto a pezzi dai detenuti ai quali ha ucciso, con un colpo secco, l’amato gatto. Da quell’aggressione non si riprenderà morendo nel 1944.

Non ci sono parenti né cari a reclamare un corpo consegnato a chirurghi estetici e lombrosiani. Il caso, chiuso da tre decenni, non desta più attenzione.

Andrebbe invece riaperto quel caso, un secolo dopo, per la pietà dovuta alla memoria di un infelice, per evitare ad altri emigrati di essere assolti da un tribunale dello stato e finire maciullati da criminali in qualche carcere ai confini del mondo.

 

 

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