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Zibaldone

FUORI DAL CORO/ No Porsche, no jobs

di Fabio Cammaleri


L’Agenzia delle Entrate scuote Cortina D’Ampezzo e le sue ricchezze lussuriose. Lascia perplesso lo stesso capitano della locale Guardia di Finanza e testimonia che l’Evasore è il nuovo “Hostis Rei Publicae”. Affermare che i controlli sono giusti e che inevitabilmente presentano carattere rapsodico e simbolico, come scrive Ferrara sul Foglio, questa volta non aiuta a comprendere. Dire che sono giusti è, infatti, tautologico. Giusto è per definizione ciò che è conforme ad un precetto legale. E, soprattutto, la giustezza esprime una valutazione, oltre che meramente formale, anche riferibile al solo singolo provvedimento, alla sola singola azione. Che, così, rischia di ridursi in una dimensione eremitica, radicalmente separata dagli innumerevoli altri provvedimenti e azioni dello stesso tipo. Gli uni e le altre, invece, se collettivamente considerati, permettono una valutazione politica: vale a dire sintetica e comprensiva, si badi, non solo dell’insieme, ma alla luce dell’insieme, anche del singolo provvedimento e della singola azione. Non solo. Ma il significato politico, essendo la legge null’altro che il frutto dell’attività parlamentare, ed essendo il Parlamento il luogo di formazione della legittima volontà popolare, che è per definizione volontà politica, è l’unico significato che conta, l’unico su cui è chiamata a rispondere l’istituzione che di volta in volta cura l’attuazione della norma. A Cortina, è accaduto che si è voluta simboleggiare una volontà politica; ed è su questa che si deve esprimere un giudizio.In punto di metodo, è la stessa situazione che si delinea in materia processual- penale, da vent’anni a questa parte. Che dice la magistratura inquirente? Ma, c’è poco da criticare: le ordinanze di custodia cautelare, i decreti di intercettazione e, in genere, i provvedimenti giudiziari sono giusti. La legge prevede il nostro potere, anzi ci impone di agire come noi agiamo e i nostri provvedimenti sono sottoposti a controllo giurisdizionale, e tale controllo garantisce, più di ogni altro elemento, la giustezza delle nostre azioni: anche quando i singoli provvedimenti vengano riformati, cioè bocciati dalle istanze giudicanti superiori, perché è la semplice possibilità del controllo che li rende legittimi, cioè giusti. Qual è, dunque, il problema? Se poi, proseguono, gli indagati non si vogliono difendere, perché sono indifendibili, e cercano scappatoie che, nei casi più noti, arrivano fino all’uso anomalo della funzione legislativa, è affar loro: noi che c’entriamo?

E’ altrettanto nota la replica: presi ad uno ad uno, i provvedimenti saranno indubbiamente giusti, ma è la loro valutazione complessiva che fonda la critica, e alimenta il sospetto che non di legittimo “controllo di legalità” si tratti, ma di impropria persecuzione giudiziaria. Ecco il punto, caro Ferrara: i presunti evasori, sono come i presunti colpevoli: un obbrobrio costituzionale che però si giustifica in ragione di una isolata valutazione dei singoli provvedimenti, di una distrazione sistemica, di una scomposizione cancerosa del significato politico della vita e delle azioni di ogni istituzione democratica.

Ora, non è che certo parassitismo barcaiolo e fuoriserie, griffato dalla testa ai piedi e insolente nella sua miseria materiale passi inosservato o lasci indifferenti; se è per questo, non lasciava indifferenti neanche l’orgia scroccona e crapulona in cui si impantanarono i partiti di governo della Prima Repubblica, fucilati “giustamente” dal Pool Mani Pulite, né l’incedere insensato e allampadato di certo mignottume, di certo capolarato illetterato, e assetato solo di bramosie consumistiche e di manomorte di corte. Ma, allora come ora, nel massacro inquisitorio promosso dai lettori serali di Kant, come nella crociata antievasione, l’uso, anzi l’abuso della parola giusto non solo non dice niente, niente di niente, ma impedisce e, impedirebbe, se solo dovessimo fermarci a questo parametro monco e insufficiente, ogni visione d’insieme, ogni possibile comprensione della direzione politica, dell’ispirazione culturale (o sottoculturale) che i singoli atti sottendono. Che poi è ciò che serve per comprendere, o per tentare di comprendere, la sostanza dei fenomeni.

Il simbolo è tale perché non è destinato ad incidere materialmente sulla realtà, ma assolve la sua funzione lasciando una scia di significati, una suggestione mnemonica, una traccia per orientarsi. Qual è il valore simbolico del blitz di Cortina? Che c’è una gravissima crisi e questi qui se la godono, evadendo le tasse. Questo resta di questa bella pensata e questo si vuole che resti. Come si è voluto che restasse l’idea, il simbolo, sorto dal decantato civismo dell’azione inquirente, che la Prima Repubblica fu la scorribanda infinita di una banda di malfattori, corrotti, parassiti e mafiosi. A stento contrastati dalla Società civile (il civismo è un’altra parola scivolosa e pericolosa, Ferrara), prodromicamente adunatasi sotto le note insegne e poi finalmente, vittoriosamente, spalleggiata dall’azione di pochi virtuosi. Come si è voluto “simboleggiare” che quei malfattori siano risorti sotto il manto di Berlusconi e che la buona battaglia sia proseguita negli anni del suo dominato, una ventina, per proseguire con i simboli.

Norme, giustezza formale, simboli, da un lato. Uomini, donne, vita, realtà, dall’altro. Niente, come le leggi tributarie, esprime questa potenziale tensione. Niente, come le leggi tributarie, dice la verità su come e su quanto la dimensione politica incida su quella personale, fin nell’intimo delle nostre case. Niente, come le leggi tributarie, decide chi fa il bue e chi sta sul carro. Niente, come le leggi tributarie, sa covare fermenti ribellistici e di autonomia anarcoide.

Finchè la struttura economica del Paese rimarrà ancorata al Moloch del lavoro dipendente, senza distinzioni: presuntivamente, categoricamente, gratificato di virtù quanto quello autonomo, presuntivamente, categoricamente, lo è di vizio; finchè, ancora, per ogni licenziamento potremo assistere ad approfondimenti, analisi e riflessioni, mentre i suicidi a ripetizione di anonimi e piccoli bottegai passeranno come acqua sul marmo, la giustezza di certe azioni istituzionali, non sarà mai libera dal tanfo del sospetto, dalla ineliminabile iniquità intrinseca che gli deriva dall’essere strumenti di propaganda e di irresponsabile semplificazione.

Finchè, infine, dovremo limitarci ai simboli noi, caro Ferrara, per sfuggire ad ogni seduzione coranica o deuteronomica della forma normativa laica e mondana, diremo sempre, semplificando a nostra volta, opponendo errore ad errore, provocando: “No Porsche, No Job”. 

 

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