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Zibaldone

Ricostruzione e sudditanza

La signora maestra Angela Merkel in questi giorni ha dato voto di chiara sufficienza al compitino in classe svolto dal Governo italiano presieduto da Mario Monti. A questo ci siamo ridotti?… Ridotti ad essere esaminati da personaggi politici eletti da altri popoli, eletti quindi in altre nazioni. Questo si chiama sudditanza. Si chiama servaggio morale, politico, anche culturale. Questo è umiliante. La nostra posizione di Pae- se assomiglia ormai a quella delle Filippine nei confronti degli Stati Uniti d’America dal 1898 in poi?…
Noi ci sentiamo defraudati. Ci sentiamo sottomessi. Gli esami non finiscono mai?… Ma ce lo siamo voluto. Delle nostre sventure non abbiamo che noi stessi da biasimare. Abbiamo più volte servito il Potere su un piatto d’argento a Romano Prodi, a Silvio Berlusconi; al Governo abbiamo perfino mandato la Lega Nord, la cui aspirazione è quella di fare del Settentrione, soprattutto della Lombardia e del Veneto, una "provincia” tedesca. Questo è farsesco, ma si tratta d’una farsa tragica, si tratta d’un colossale equivoco. Ma cadere nell’equivoco è fatale quando in un popolo lo spessore culturale, il senso del comune destino, lo spirito d’indipendenza si assottigliano fino a sembrare una buccia di cipolla. Noi italiani non siamo neppure la pallida immagine degli italiani che fra il 1948 e il 1957-58 si resero artefici ("repetita iuvant”) della stupefacente Ricostruzione Nazionale in seguito alle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Di quegli italiani (democristiani, socialisti, comunisti, liberali, missini: tutti, nessuno escluso) non abbiamo la disciplina, la volontà, il senso della misura, l’onestà intellettuale, lo spirito d’osservazione, il disgusto per la ridondanza, per il superfluo, per gli eccessi, per l’individualismo esasperato.
Avevamo rimesso a nuovo l’Italia. I soldi consegnatici dagli americani, qui non c’entrano: il leggendario Piano Marshall servì a sventare la morte per fame di tanti nostri connazionali, ma la ricostruzione ce la facemmo da soli, col nostro orgoglio, il nostro ingegno, la nostra volontà. "Alleggeriti”, spesso si dice, dai tanti che emigravano?… Eccome se parecchi italiani emigravano negli Anni Quaranta, Cinquanta e anche nei primi Anni Sessanta. Ma anche tanti inglesi, scozzesi, gallesi si rovesciavano in cerca di fortuna in Australia, Sudafrica, Canada. Numerosi francesi si trasferirono nel Quebec.
Poi l’Italia decidemmo di svenderla. La volemmo svendere perché ubriacati dalla "miscela” dell’Internazionalismo, incapaci ormai di capire la differenza fra Internazionalismo e Cosmopolitismo. Il Cosmopolitismo, che dà vigore, è un indirizzo sociale, morale e culturale creatosi con spontaneità, sposato con convinzione nel quadro della necessaria disciplina individuale e collettiva. L’Internazionalismo è invece un’astrazione. Ma è astrazione debilitante, ingannevole. E’ letale. Si veda lo stato in cui è oggi ridotta (Germania a parte) l’Europa?… Ma non lo si vuol capire. Non si vuol capire che è proprio il coacervo chiamato Ue a sfibrare, a esaurire, a impoverire l’Europa. Non si vuol capire che proprio forze libere e indipendenti – tornate finalmente libere e indipendenti – saprebbero rimettere in sesto l’Europa. Sì, cari lettori, forze libere e indipendenti, libere dalla spaventevole camicia di forza nella quale siamo costretti e che si chiama appunto Unione Europea. "Unione Europea”?… Concetto vuoto. Al massimo, accademico?… Roba da conversazione in aule universitarie, al club o al caffè. Status innaturale. Antistorico. A dire tutto ciò, c’è da essere chiamati "fascisti”, "nazionalisti”, "protezionisti”. Siamo invece cosmopoliti e ci piange il cuore assistere all’affondamento dell’Europa.

 

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