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Zibaldone

FUORI DAL CORO/ Parlamento e magistratura, la guerra continua

di Fabio Cammaleri

Ci risiamo. Il bubbone istituzionale costituito dalla magistratura legibus soluta torna al centro della scena.

E’ e rimarrà inevitabile fino a quando non se ne verrà a capo. E nell’unico modo possibile per una democrazia: con la rimozione di questa stabile anomalia istituzionale e il ripristino delle sue funzioni fisiologiche.

E’ nota la questione: la funzione giudiziaria, cioè lo stabilire chi, in una contesa civile, ha ragione e chi torto, o chi, in un processo penale, è colpevole o innocente è necessaria componente di una democrazia ben ordinata. La funzione inquirente invece non è funzione giudiziaria: ma è del pari necessaria. Solo che, in Italia, accusare e giudicare sono assolte da un unico corpo di funzionari statali: i magistrati.

I quali tutti non rispondono personalmente dei loro errori, ma godono di una manleva obbligatoria per legge, a carico dello Stato. A differenza di ogni altro funzionario statale che invece, quando determina un ingiustificato esborso a carico dell’amministrazione di appartenenza, risponde di persona. Si chiama danno erariale.

Ora, nel caso dei magistrati, non vi sarebbe motivo di prevedere esoneri da responsabilità personale, cioè immunità. Naturalmente, la loro responsabilità patrimoniale, per gli eventuali danni arrecati a terzi nell’esercizio illegittimo delle loro funzioni, andrebbe accuratamente disciplinata, così da evitare effetti inibitori. Chiedete ai medici, a meno che non ci sia qualcuno che voglia negare la delicatezza e l’essenzialità della funzione sanitaria, specie se pubblica. Eppure, quando sbagliano, rispondono: eccome.

Ma il nulla (nulla che tocchi, che faccia male, quando deve), come invece si pretende, oltre che malamente diseducativo e protervo, tradisce solo un ingiustificato privilegio che, per i giudicanti, lascerebbe la giurisdizione libera di trasformarsi in arbitrio, e per gli inquirenti, autorizzerebbe una funzione irresponsabile, quindi, incontrollabile e, perciò, fonderebbe, come fonda, una presenza istituzionalmente anormale e autoritaria.

Questi sono principi da seconda elementare in un ideale corso di democrazia. Ora, grazie all’emendamento dello scandalo, la Camera ha approvato una norma che prevede la responsabilità civile, anche diretta, dei magistrati. Naturalmente è una norma simbolica, perché, se anche il Senato la confermasse, e, dunque, entrasse veramente in vigore, il riconoscimento della responsabilità rimarrebbe raffrenato da una così fitta trama di limiti e condizioni concernenti il comportamento in ipotesi dannoso, da limitare eventuali condanne a casi-limite.

Senza contare che, se anche tali limiti non bastassero, sarebbero pur sempre magistrati a giudicare altri magistrati. E bisognerebbe allora pensare a dei Grand Jury o, comunque, ad organi di controllo liberi da condizionamenti corporativi; giacchè i 4 casi di condanna su 400, e per giunta a carico finale dello Stato, registratisi dal 1988 ad oggi, chiariscono senza equivoci lo stato dell’arte.

Ma, nonostante tutto questo, l’emendamento dello scandalo animerebbe pur sempre un simbolo, e i simboli, da che mondo è mondo, possono muovere le montagne.

Ecco perché tanto chiasso. Ecco perché "Repubblica" ringhia, ecco perchè l’ANM straparla di norma incostituzionale, ecco perché il Parlamento e la sua centralità rimangono il vero problema, ecco perché, alla fine, conta chi viene votato. Ed ecco perché un oligarchia "soi disant illumineè" non permette quel naturale ed ovvio riequilibrio; perché teme e maledice e dileggia e avvelena l’espressione del consenso democratico, quando non si allinea a convalidare supinamente, come in un plebiscito, l’assetto di potere nel quale prolifera e che sancisce la sua supremazia.

E’ noto infatti, ma non ci stancheremo mai di ripeterlo come, da Mani Pulite in poi, la funzione inquirente sia stata inserita attivamente nelle dinamiche della politica. E quando la scure e i ceppi, la gogna e il sospetto, l’infamia e la tortura, si fanno strumento di potere politico, divenendo espressioni legittime del potere ibrido, quando si vestono, con spirito fariseo, del candore innocente e indifeso del diritto, si precipita nel buio più buio del terrore, dell’asfissia civile, del regresso verso i recessi più infimi della barbarie e della superstizione. Barbarie e superstizione che tutto semplificano e tutto riducono a misura di un consolante e incessante J’accuse. Il più pulito ha la rogna, se io sto male la colpa è di un altro, con questi ci vuole la mazza, tutti al muro. Di questa tragica riduzione, di questa mostruosa costruzione, l’inquisizione onnipotente è stata ed è il braccio, la ridda di un certo giornalismo ruffiano e acritico il banditore, il grumo di interessi economico-finanziari riconducibili ad un certo cotè sabaudo-meneghino (e poi anche elvetico), con note e certificate alleanze in, per nulla segreti, indirizzi bancari internazionali, ad un tempo la testa, il cuore e l’insaziabile stomaco.

I rappresentanti dei partiti politici, non tutti, ma sempre troppi, sembrano fare a gara per demeritare: in iniziativa, in credibilità, e forse anche in onestà. Ma se, nella critica e nell’invettiva, si passa dai singoli alle istituzioni, dalla censura concreta alla scomunica, se i luoghi della rappresentanza sono, ogni giorno di più, additati come il male dei mali, prima o poi e, con la stretta delle crisi economiche, è sempre stato più prima che poi, verrà qualcuno a parlare di "bivacco di manipoli" e di "aule sorde e grigie". Dal "Parlamento degli inquisiti" in poi ci siamo incamminati per questa strada. Se le dirigenze politiche non cesseranno di dare spazio a "nani e ballerine", accadrà che, come ha già fatto, si diceva, al tempo dei nostri nonni, la grande borghesia parassitaria del ganglio transpadano renderà quella strada senza sbocco.

Se non l’ha già fatto.

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