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Zibaldone

L’OPINIONE/ Se potessi avere un posto fisso al mese

Mario Monti ha sbagliato, ferendo la dignità di tutte le persone oneste e responsabili in questa Italia di irresponsabili, padri e madri di famiglia che inseguono il lavoro come strumento di indipendenza e crescita umana.

Sono in tanti ancora che ogni mattina vanno nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici o negli ospedali perché è giusto così, perché è scritto nella Costituzione, perché…”chi non lavora non fa l’amore…”.

Monti, non volendo, ha ferito anche tutti quelli che vorrebbero lavorare e non possono, perché non c’è lavoro. Ma Mario Monti è una persona seria ed educata e tutto si può dire salvo il fatto che abbia voluto intenzionalmente ferire quelle persone oneste, di cui è fiero come italiano e Presidente del Consiglio. Allora bisogna leggere oltre le parole e ammettere che la questione del lavoro e soprattutto delle sue regole è davvero una priorità, in Italia aggravata da abitudini cattive troppo radicate per essere estirpate in tempi brevi.

Esiste in Italia la piaga dell’impiego pubblico. Ma la vera piega non è la sua esistenza, bensì la sua interpretazione: l’inefficienza, la burocrazia, il clientelismo, la demotivazione, lo scollamento rispetto alla mission, ovvero la grave incapacità di essere impresa (pubblica) che risponde a bisogni specifici, per non parlare del peso e dei costi aggiunti della politica.

L’impiego pubblico occupa gran parte degli occupati in Italia e per tanto tempo è stato il percorso da seguire o il concorso da inseguire. In Sicilia da giovane sentivo i racconti delle mamme e dei papà felici perché: “…me figghiu s’impostò…”. Voleva dire che il figlio (o la figlia) era stato assunto presso la scuola, il comune, il tribunale, le poste o, meraviglia fra le meraviglie, alla Regione. Voleva dire fine della preoccupazione di genitore, il figlio è sistemato, s’impostò, per l’appunto, per tutta la vita. Ma la generazione dei miei genitori veniva dalla guerra, è comprensibile, e per loro era scontato che al lavoro non si ruba.

Nel tempo però il lavoro lo si è voluto e preteso, cancellando la raccomandazione dall’elenco dei furti. Nel tempo cambiano tante cose…

Per esempio le imprese private, paladine dell’alternativa liberista, fiere di rappresentare l’Italia che sa fare e innovare, anche loro nel tempo sono cambiate. Non tutte, ovviamente, ma sempre più il concetto di profitto ha sostituito quello di sviluppo e il guadagno facile, che è molto simile alla raccomandazione, ha indotto l’uso delle tangenti e della corruzione. E così finalmente pubblico e privato si sono incontrati, nel disastro collettivo. Cosa c’entra tutto questo oggi con l’articolo 18?

Assolutamente nulla, è fin troppo ovvio persino ai precari che bisogna dare più flessibilità alle imprese. Ma bisogna rispettare chi lavora, anche saltuariamente, e preparare le basi per un paese moderno, che dovrà rapportarsi in maniera nuova con il lavoro. Non si tratta di semplici moralismi, l’Italia è un paese molto corrotto e quindi dove non esiste né la mentalità né la pratica della libera concorrenza. Non si può giustificare uno stato che da una parte permette ai grandi e grandissimi evasori di vivere felici, agli impiegati pubblici indolenti di non essere licenziati e, dall’altra, trucca gli appalti e non sostiene le imprese e anzi le tassa quasi punendole per il fatto stesso di esistere. Quindi la questione della giustizia, della riscrittura delle regole ma soprattutto del suo rispetto è prioritaria, o meglio propedeutica all’affermazione di un paese moderno e favorevole alla libertà d’impresa. Ammiro Monti e penso che dal punto di vista

economico abbia competenze eccellenti per il bene del nostro paese. Ma per convincere un giovane o un cassa-integrato della monotonia del posto fisso bisogna quasi cominciare da zero e potergli garantire il libero accesso agli altri posti. “Vai -bisognerebbe potergli dire- l’Italia è cambiata. E se t’impegni e meriti, puoi lavorare onestamente ogni mese. Pensa che bello, un posto fisso al mese”.

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