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Zibaldone

FUORI DAL CORO/ Il non più prevedibile Monti

Non c’è dubbio che questo governo si stia conducendo meglio di quanto lasciasse presagire la sua allarmante nascita: segnata dal "Fate Presto" del Sole 24Ore e offerta con lo stigma dell’ultima risorsa. Hanno  presto, ma non prestissimo, come ricorderete; e la sensazione è che quei toni, quell’insistita descrizione dell’Italia preda dell’uragano Spread, colta alle soglie di un deliquio disperato come e peggio di Re Lear, valessero più a prevenire le ovvie obiezioni del Parlamento, spicciativamente ridotto ad "aula sorda e grigia", che a precisare i reali termini della successione a Palazzo Chigi. Ma dopo un così turbolento varo, l’auspicio di quanti ne vollero scorgere, sotto il manto del saggio economista, la corazza dell’algido giustiziere di Berlusconi, è rimasto tale. Anziché soluzione di continuità, Monti ha più volte rilevato, viceversa, una linea comune con il precedente governo.

Insomma, la notizia non è che il Centro-Sinistra è rientrato nell’area di governo, come si diceva ai tempi della Solidarietà Nazionale, perché il Centro-Sinistra, nella Seconda Repubblica, ha già espresso cinque governi. La notizia è che il Cavaliere non è morto, politicamente parlando, come invece si volle corrivamente ritenere. E lo sanno bene a Milano, dove, valutata l’inattesa autonomia di Monti sul fronte combattentistico, si è ripreso a lavorare, con fiduciosa alacrità, al servizio funebre.

E forse il Presidente del Consiglio sta persino tentando di ricavarsi una cifra politica propria, di sviluppare una latente emancipazione da quelle stesse matrici che pure lo hanno lanciato. Osserviamo alcune tracce. A proposito dei grandi movimenti della finanza internazionale, e dell’idea che le grandezze coinvolte possano non essere solo una questione tecnica, ha detto che "i complotti esistono", pur ribadendo che il debito pubblico è tale e che costituisce una ferita aperta. Costringendo Lucia Annunziata all’ennesimo cambio d’argomento, di fronte ad un interlocutore che vistosamente la sovrastava, e che non si prestava ad irridere una lettura geopolitica del nuovo corso mondiale; irrisione che il "pensiero dominante" pseudo-sapiente e solo saccente di certi corifei, viceversa tenta continuamente di alimentare. Analogo spiazzamento ha dovuto subire la Gruber, mandata a sgambettare Monti sull’Articolo 18, che ne ha invece svilito l’agognato carattere di Tabù. Sempre pronte con i loro temini svolti, queste qui. E il Gruppo De Benedetti morde il freno.

Ma questo noto grumo finanziario-editoriale può sempre contare sul suo specialissimo Cerbero: Gazzettieri chic, Procure d’avanguardia culturale, "Popolo democratico". Così la questione del lavoro, col suo noto vessillo numerico, è il vero banco di prova. E’ un punto di confronto, pronto a diventare scontro, ad un tempo materiale e simbolico. Non è un caso che Elsa Fornero sia il Ministro più intensamente presente nell’elucubrante e sempre più insofferente immaginario democrat. Vedremo se questi potentati, dopo aver liquidato la Prima Repubblica e disarcionato il Cavaliere, proveranno a bruciare un Professore intento a varcare il Rubicone. Metodo D’Antona e Biagi a parte.

Infatti, il punto non è il mercato del lavoro. Il Punto è, come sempre, stabilire chi comanda e quali interessi debbano prevalere. L’Italia che legge "Repubblica" o l’Italia "cafona". L’Italia garantita ogni mese, o l’Italia che naviga in mare aperto, sbagliando, ma non solo: visto che chi ci regge è proprio questa tanto disprezzata moltitudine di "potenziali evasori", nuovo refrain repubblichino, dopo "craxiano" e "berlusconiano". L’ostilità De Benedetti-Murdoch, in spontanea convergenza verso Mediaset, o la famiglia Berlusconi. Magari il Professore e i suoi sostenitori potrebbero averne avuto abbastanza.

E Napolitano potrebbe voler regolare certi conti. Proprio col mondo di Scalfari, per esempio: che, sin dai tempi di Berlinguer, lo ha sempre avversato, in realtà insultato e dileggiato; ha definito "genio" Napolitano, per aver curato l’incubazione del Governo Monti, ma non stava nella pelle per le dimissioni di Berlusconi: l’unico dato reale per sé e per il Gruppo De Benedetti; come le questioncelle da migliaia di miliardi del vecchio conio, che nutrono la loro disinteressata passione politica, ampiamente dimostrano.

Ma lo ha sempre avversato, dicevamo, come servo di Craxi, tanto per non farla troppo lunga. E, quando venne eletto Presidente della Repubblica, ribadì il suo disappunto: rimproverandogli proprio la condotta politica di una vita e la scelta di valorizzare la dimensione socialdemocratica della sinistra italiana. Perciò, l’inattesa autonomia di Monti potrebbe in realtà esprimere, proprio quando sembrerebbe maturata la definitiva vittoria dell’Italia "che legge Repubblica" su quella che non la legge, una non inedita autonomia al più alto livello istituzionale: da esercitare lontano e, se del caso, contro questi sedicenti tutori delle patrie virtù.

Perché vale sempre "l’onnipotente alternanza delle umane e divine sorti", e chi oggi sale, domani può sempre scendere, e viceversa. In queste ore potrebbe accorgersene la Merkel, la meritoria fustigatrice dei sollazzi di bilancio berlusconiani, secondo Lor Signori. Staremo a vedere.

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