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Zibaldone

FUORI DAL CORO/ La politica moribonda

 

L’andazzo sonnacchioso che accompagna la vicenda politica italiana di questi tempi richiama le fasi di quiete, apparente, sospesa, attonita che s’intercalano durante un maggiore moto erosivo e, perciò, col tempo distruttivo. Che sia una guerra, cioè un moto impresso dall’Uomo, o un terremoto o una peste scagliati dalla Natura, sempre questi moti si prendono una pausa che vale a sedimentare l’odio, a permettere alla paura, allo smarrimento, alla sofferenza, di avere la prima percezione di sé. Quando, insieme alle ferite e ai diroccamenti, in quelle inattese sospensioni s’insinua anche un timido sollievo, un cauto rifiatare, ecco che riprendono i colpi, torna la cupa percussione del dolore. Finchè lutti e distruzioni non avranno trovato il loro prezzo, buono per il nemico o per la sorte. E’, più o meno, un modo di vedere la storia dell’uomo: cade e si rialza, pecca e si emenda, erra e intende, offende e ripara. Anche nel nostro piccolo, con la democrazia in Italia dicevo, le movenze sono queste: dopo l’epurazione di Tangentopoli comincia la lenta erosione del sistema democratico voluto dai Costituenti.I partiti sono finiti e ogni tentativo di resuscitarli, rileva Ferrara, non solo è inutile, ma persino controproducente, nella misura in cui assorbe e vanamente affatica energie morali e materiali, che fiaccano la fiducia nella politica quanto ne alimentano un’agonia esosa e sempre più remota dalle necessità e dalle aspettative del cittadino medio. La politica perde consenso. Primo colpo, primo scossone.Poiché la politica non rinviene più nei partiti, i partiti-massa, i partiti-apparato, i partiti-paese, i suoi tradizionali luoghi di espressione e di organizzazione, dovrebbe trovarne altri e, con luoghi nuovi, dovrebbe trovare nuove forme di espressione e di comunicazione. Non lo fa e, perciò, annaspa, si ridimensiona, perde la sua necessità. Politica è moribonda. Secondo colpo, secondo scossone.Ora, poichè la politica, nella declinazione in cui ci siamo abituati a intenderla, è l’arte che ci saremmo inventati per emanciparci da supremazie soggioganti, sia metafisiche che più terrenamente umane, morendo la politica, è facile tornare a soggiacere supini. Anche perché, in verità, in quell’accezione che pare scontata -la politica come sinonimo di democrazia- tale non è. Più semplicemente, essa dà forma al potere.

Se muore la politica democratica, non è detto che non ci sia più politica. Anzi. Caso mai, scomparirà la democrazia politica: che è un’altra storia.Dài oggi e dài domani, infatti è a tutti noto come sia divenuta sufficiente l’apertura di un’indagine per compromettere il prestigio e la spendibilità di una singola personalità, di un progetto, di un’idea, quando ci sono. Movimenti di opinione, manifestazioni, battaglie politiche, alleanze, tradimenti, attese, schieramenti, scontri, armistizi, riflessioni, simposi, commissioni, manifesti, tutto quanto, cioè, ha costituito l’armatura dell’azione politica, non vale la decima parte di quanto possa un foglio di carta debitamente intestato e divulgato. Lo stigma, l’identificazione tra colpevolezza e colpa, reato e peccato, espiazione e sanzione sono lì da secoli; in Italia come dovunque siano stati alimentati bollori temporalistici o, senz’altro, fideistici. Si è trattato solo di accordare gli strumenti e di spolverare lo spartito. Ma la musica è quella. Così, si è costituito un Superpotere, in nulla dissimile da ogni storica Inquisizione, ecclesiastica o statale. Il potere lascia ogni sostrato partecipativo. Terzo colpo, terzo scossone.Dunque, uno dopo l’altro, le scosse, i colpi, subiti dalla democrazia così come l’avevamo conosciuta fino all’avvento della Seconda Repubblica, ne hanno corroso il profilo e minato le fondamenta.

Da Milano pare siano riprese le operazioni. Mills, Berlusconi, prescrizione. Ma forse non è così. Dicevamo delle pause, dei silenzi che sembrano diffondersi fra un colpo e l’altro.

Forse ormai la quiete, atterrita da vent’anni di guerriglia, tende a prolungare il suo attonimento, a testimoniare la sempre più diffusa incapacità di stupirsi, di soffrire persino. Forse, questo non è un nuovo scossone. Forse, dopo il governo Monti, è arrivato un salvacondotto temporaneo, probabilmente di nuovo sotto i vigili auspici di Napolitano, king maker di se stesso. E i salvacondotti si rilasciano per chiudere una partita. Rimangono, è vero, le fresche pendenze a carico dei figli: ma quelle servono, perché la ritirata non è sicura: hai visto mai che ci fossero tentennamenti, dubbi. Puntare sui figli è una mossa pesante. Ma, intanto, un salvacondotto il Tribunale di Milano lo ha scritto. D’altronde la partitura era quella: testi a discolpa pochi e niente, processo parallelo sbandierato come verità rivelata, anziché pudicamente richiamato come un coacervo di detti e non detti, di affermazioni e smentite, di accuse e discolpe, di deduzioni e mistificazioni. Sicchè, missione compiuta. “Repubblica”, per conto di De Benedetti,  potrà fingere di essere scontenta, ma lo farà traendo le debite “conclusioni politiche”, avendone il compito per indiscussa superiorità etico-culturale.

Senza partiti, senza politica democratica, con un Superpotere attivo ed egemone, senza un fattore aggregante per l’Italia, maggioritaria ma negletta, invisa al cotè debenedettiano, senza la possibilità di puntare al ganglio armato da quelli ordito e sostenuto, senza, pertanto, la possibilità di sperare che qualcuno “ci si metta” per la sensata certezza di dover affrontare agguati alla reputazione e al patrimonio, quando non alla libertà, scomuniche “latae sententiae”, bolle e maledizioni, pressioni micidiali, ricatti feroci, così a Roma, come nella più sparuta periferia, per un seggio in Parlamento, come per un assessorato scalcagnato, secondo voi, l’Italia è ancora una democrazia?

E poi stiamo lì, a lamentarci di “caste”, a tributare il 4% di fiducia alla “politica”. Quel 4% è il nostro peso, miei cari: è il peso che abbiamo sciaguratamente e colpevolmente voluto che definisse il nostro presente e il futuro dei nostri figli. Li abbiamo affamati noi, a furia di urlare e di credere a Scalfari. Abbiamo fatto fuori Craxi, la Democrazia Cristiana, la “partitocrazia”, perché così avremmo evitato il fallimento della Lira, e poi saremmo progrediti, saremmo migliorati come comunità e come individui. Abbiamo fatto fuori Berlusconi, perché altrimenti saremo falliti nel giro di 48 ore e saremmo morti di veline e calciatori, quando, com’è noto, alla Rai, se non c’è Kafka non vanno neanche in onda, come minimo da Raffaella e i suoi fagioli in poi. Abbiamo imparato ad applaudire alle sensibilità democratiche, a contrabbandare la vecchia invidia per analisi socio-culturale, a mascherare l’accidia, l’incapacità, il vittimismo, con le sempre seducenti vesti del martirio. Abbiamo ceduto sovranità, abbiamo ceduto stipendi, per la terra promessa europea. Ne siamo contenti? Bene. Ora spiegamolo ai nostri figli. 

Sarà facile. Manca poco alla definitiva stabilizzazione non democratica. PD e PDL si avviano a diventare poco meno che due fantasmi. Le residue giaculatorie sindacalesi sono pura materia di intrattenimento santoriano e similsantoriano e, se ogni tanto smarronano, tanto i milioni di euro li pagate voi. Quella che fu una pur moderata Vandea padana, è pronta a raccogliere qualsiasi boccone elettoralistico, sterile quanto effimero, gli verrà offerto. Cenciosi arnesi della politica politicante, in senescente decadimento dall’effige di piacente giovanilismo che costituì il loro unico patrimonio politico, tentano di cagliarsi in un “centro” senza una dimensione a racchiuderlo. La sbornia dello spread pare dimenticata, come il Rubygate e le intemerate sagrestane del Palasharp.

E l’Euro? E la crisi? Attendiamo fiduciosi che qualche Procura apra un fascicolo.  

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