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Zibaldone

FUORI DAL CORO/ Sovranità cercasi

I due marò italiani arrestati in India

I due marò italiani arrestati in India

In ambito internazionale il diritto senza forza politica è poca cosa

Ha ragione l’India o l’Italia? Entrambe.

L’una e l’altra devono tutelare l’integrità dei propri cittadini. Solo che l’una lo fa ricorrendo al potere giudiziario e, perciò, in modo sensibile ed efficace; l’altra ad un vischioso minuetto diplomatico, fin qui più querulo che piacevole. Sì, sì, d’accordo, ora è stata emanata una nota ufficiale di protesta, ma serve a poco. Finchè il confronto non verrà condotto su un piano rudemente politico che, nel contesto internazionale, significa sul piano della sovranità, il conflitto è destinato ad una stasi, per noi sempre più imbarazzante. Pertanto, non hanno pregio i rilievi mossi al carattere border line della procedura di fermo imposta al Capo di prima classe Massimiliano La Torre e al Sergente Salvatore Girone, Reggimento San Marco della Marina Militare Italiana. Per tre ordini di motivi. Primo se i nostri militari sono imprigionati nella remota Trivandrum, ciò è dipeso dall’equivoca decisione di consentire il loro interrogatorio ad opera delle autorità indiane, previo sbarco dalla nostra nave, ad ogni effetto di Legge territorio della Repubblica. Un atto di “cortesia” incongruo e che, di fatto, ha innescato l’affaire. Secondo. L’episodio controverso è avvenuto a 33 miglia dalla costa indiana, quindi in acque internazionali, dove vige il c.d. diritto di bandiera (ogni natante, una sovranità) che, per lo meno, permetteva, se non imponeva, la giurisdizione italiana. Terzo. Se la difesa degli arrestati risente di vistose lacune (non è stata consentita, se non in veste di “spettatori” la partecipazione di consulenti della difesa alla fondamentale perizia balistica) il meno che si possa dire è che il pulpito italiano non è esattamente quello più indicato per predicare sulla civiltà delle indagini altrui.

Dunque occorrerebbe svicolare dallo scivoloso piano giuridico-formale, per orientarsi verso quello della politica internazionale. Anche perché, quando questa manca, anche la voce del diritto rimane strozzata in gola, com’è finora accaduto: a cominciare dalla pretesa indiana di indagare, che ha sostenuto sia l’iniziale richiesta alla petroliera sotto scorta di raggiungere il porto di Kochi, nonostante, si ripete, il fatto avesse avuto luogo in acque internazionali; sia l’interrogatorio dei due militari, si ripete, singolarmente permesso ma comunque illegittimo; sia la rammentata violazione della difesa. Perciò, seppure lo si volesse invocare a risolvere la questione, il diritto senza forza politica, in ambito internazionale, non vale un fico secco. Sempre alla sovranità occorre tornare.

Ricordiamo tutti cosa accadde al Cermis, in Val di Fiemme: un aereo dei Marines, in volo radente, tranciò i cavi di una funivia. Venti persone morirono in territorio italiano. La procura di Trento non vide mai i piloti, forse solo sul giornale. Perché? Perché il diritto italiano scomparve di fronte alla rude sovranità degli Stati Uniti (formalmente si applicò la Convenzione di Londra del 1951, per cui i militari NATO sarebbero dovuti comparire innanzi ad un Tribunale statunitense, ma questo accadde solo per uno dei quattro piloti). D’altra parte, nel 1985, quando gli aerei U.S.A. costrinsero il Boeing 737, con a bordo i terroristi palestinesi che avevano dirottato l’Achille Lauro e ucciso il cittadino statunitense Klinghoffer, ad atterrare a Sigonella (dopo il rifiuto tunisino e quello greco) il diritto italiano, originante dalla nave oggetto del dirottamento e dalla base militare siciliana, fu fatto valere mitra alla mano. Delta Force non Delta Force. Perché? Perché la rude sovranità dell’Italia non scomparve di fronte a quella degli Stati Uniti.

Come si vede, la politica viene sempre prima. E ci mancherebbe altro: specie nelle questioni internazionali. Ora, il Governo Monti, non è fin qui riuscito ad agire politicamente. Prima ha sottovalutato la faccenda, esitando e glissando. Poi, quando ha deciso di intervenire, lo ha fatto in modo goffo ed inappropriato (il nostro Ministro Terzi non ci è parso giganteggiare). Ma, soprattutto, pare registrare la propria impotenza a per correre l’unico canale utile: il coinvolgimento dell’Unione Europea e di un parterre di Paesi amici, più o meno autorevoli. La percussione che ha indebolito le nostre finanze pubbliche (con lo Spread a fungere da equivoco Cavalo di Troia) pare impietosamente diminuire la nostra capacità d’azione sul proscenio internazionale (e, su questa china, sembrerebbe che gli inglesi, in Nigeria, abbiano agito senza tenerci adeguatamente informati).

E sì che ora siamo più sobri e autorevoli. Ma, forse, Monti saprà far valere la forza dei deboli e i nostri ragazzi torneranno a casa. Del resto, la nostra vera forza è sempre stata la nostra debolezza: nella Seconda Repubblica, il nostro debito a minare l’Euro; nella Prima, il Partito Comunista più potente dell’Occidente, a macerare il fianco dell’Alleanza Atlantica. E forse, oggi come ieri, gli altri lo sanno persino meglio di noi.

Perciò, si potrebbe sapientemente far intendere come, nel famoso contesto globalizzato, sia auspicabile non tirare troppo la corda.

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