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Zibaldone

FUORI DAL CORO/ Come uscire dalla “palude”?

Forse stiamo uscendo dalla palude. Non quella in cui la “sinistra cattiva” della CGIL confligge con la “destra buona” di Monti e viceversa. No. La palude, ben più ampia e profonda, è quella in cui è precipitata la rappresentanza politica, diciamo dalla morte di Moro in poi. La rappresentanza politica: cioè il raccordo che rende effettiva, o non del tutto ineffettiva, l’idea per cui ognuno concorre a stabilire come deve funzionare la sua vita, mediante l’espressione del consenso e l’adozione di decisioni ad esso conformi. Così, a partire da quell’evento, mentre si impoverivano le capacità di proposta e di azione dei soggetti tradizionalmente depositari di essa (i partiti politici), correlativamente venivano perdendo centralità e importanza (oltre che prestigio) sia i luoghi istituzionali che la forma ed anche la sostanza della democrazia parlamentare.

Lo show-down si è avuto con Tangentopoli, quanto alla c.d. area moderata; ma l’erosione di funzione e di identità era cominciata, appunto, con la scomparsa di Moro. Che, tuttavia, lasciando orfano Berlinguer, finì con l’innescare una spirale di svuotamento e di indebolimento anche nella sinistra partitica, sempre meno capace di orientare interpretazioni della società viva e di intervenirvi. Caduti i muri, una lunga tradizione di militanza e di iniziativa, chiara e riconoscibile, si immerse nel turbine di Mani Pulite, convinta di domarlo. Ne uscì al prezzo di un tragico trasformismo, con cui svendette i suoi postulati politici più antichi: la tutela dell’individuo da apparati statuali violenti e oppressivi, e l’autonomia intellettuale da ogni azionismo elitario e intimamente antipopolare: transitando “dal materialismo storico al moralismo storico”, come Giancarlo Pajetta aveva sarcasticamente liquidato la “questione morale”, varata nella celebre intervista con Eugenio Scalfari. Da forza politica che era, ne uscì amorfa massa di manovra sottomessa all’impostura lobbistico-inquisitoria del Gruppo De Benedetti.

La concertazione torna in auge in questo contesto storico-politico. Torna, perché non nacque con il Governo Ciampi  e con l’accordo del 23 luglio 1993 (fase dell’apogeo, appunto, ma non momento di nascita); nasce invece negli anni ‘70, quando, a causa della crisi petrolifera del 1973 e della crisi economica e sociale (un’altra) che ne seguì, lo Stato perdette (aveva meno soldi a disposizione) la capacità di regolare autonomamente l’economia; essendo stato fino a quel momento il principale allocatore di risorse: dalle nazionalizzazioni al sistema delle Partecipazioni Statali, all’assistenza e previdenza universalistiche.

Dovette “aprire” alle Organizzazioni sociali, sindacali in primis, per meglio regolare progettazione e impiego di risorse. Fu una svolta: queste cominciarono ad assumere funzioni propriamente politiche, in quanto venne loro riconosciuto il monopolio della rappresentanza, l’accesso privilegiato alle risorse statali, la delega di funzioni pubbliche. I sindacati uscivano dalla ristretta veste di parti contrattuali, o mere controparti conflittuali dei datori di lavoro, per assumere il ben più complesso ruolo di interlocutori del Governo (inteso come Organo in generale, non come singola espressione di specifiche maggioranze parlamentari).

Dal rapporto bilaterale con “i padroni”, si passava al rapporto triangolare “Governo-Sindacati-Imprese”. In luogo del conflitto, che rimandava poi alla sintesi legislativa e parlamentare per le conclusioni e i provvedimenti politici, si affermava la partecipazione diretta alla elaborazione decisoria: i sindacati entravano in sala-parto. E il Governo ne riceveva, in contropartita, di “domare” l’eccessiva capacità rivendicativa della forza-lavoro, di arginare la proliferazione degli interessi sociali e di combattere l’inflazione. Questa la concertazione e, grosso modo, le sue origini.

Quando questo modulo si intersecò con la catastrofe parlamentare e partitica determinata da Tangentopoli (i partiti erano in crisi, ma la loro catastrofe fu innescata), la concertazione non solo si ridestò dall’appannamento che l’aveva presa durante gli anni ’80, laddove a maggiore ricchezza (circolante, perlomeno) erano corrisposte minori pressioni; ma, nel deserto determinato da Tangentopoli, superò se stessa fino a riassumere un ruolo politico esplicito e ancor più determinante che in passato. Ancora una crisi economica, e la conseguente corsa ad adeguarsi ai parametri di Maastricht, avviò questa nuova fase, segnata, d’allora in poi (il citato accordo del Luglio ‘93), dalla pressocchè costante necessità di agire sul costo del lavoro e di rendere più stabili e strutturate le relazioni industriali.

Con un innovativo effetto. Le organizzazioni sindacali, da un lato divennero padrine del lavoro stabile, a tutto svantaggio delle nascenti forme c.d. anomale, rimaste così prive di reale rappresentanza sindacale; e, dall’altro, nel parallelo e crescente incespicare della sinistra ufficialmente politica (impegnata, come segnalato, a fare da scendiletto al “lavoratore” De Benedetti), rinvigorirono ulteriormente il loro policy-making, fino ad anticipare e condizionare, con il consapevole controllo dei consensi elettorali e la navigata capacità di agitazione sociale, la stessa fissazione dell’indirizzo politico: specie sui temi del lavoro e della previdenza, ma non solo (per es. in politica estera e su questioni parabelliche). Di qui il famoso (o famigerato) potere di veto.

Ora che stanno facendo Monti e Fornero? Stanno tentando di sottrarre, una volta per tutte, l’azione di Governo e del suo legittimo mandante, cioè il Parlamento, cioè la generalità dei cittadini, a questa capacità d’interdizione e di blocco.

I sindacati propongono e sono ascoltati. E neanche decide il Governo, ma il Parlamento. Se non è una rivoluzione: una rivoluzione ordinatrice, non sovvertitrice, ma pur sempre rivoluzione, poco ci manca.

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