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Zibaldone

OPINIONI/ Sul treno della resistenza

L'illusione di una fuga a Milano e di un ritorno a Palermo

Le riflessioni di un palermitano che a 18 anni scelse di investire il suo futuro nel Nord d’Italia e che, tornato a vivere un quarto di secolo dopo in Sicilia, scopre di essere in un viaggio a ritroso nel tempo, c’è persino Orlando candidato a sindaco… 13 giugno 1982, l’Italia vince i mondiali di calcio in Spagna, commuovendo il mondo e gli Italiani da Milano a Palermo, da Sandro Pertini a Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sì, credo proprio che anche il Generale abbia festeggiato la vittoria degli azzurri, abbracciando i suoi cari, gli amici e forse anche, per una sera soltanto, chi non conosceva.

Appena 3 mesi dopo quel Generale cadde a Palermo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo, uccisi per mani mafiose e sconosciute.

Anche quando i nomi si seppero e i mandanti pure, restarono in ombra e senza risposta gli altri terribili dubbi, il delitto di Stato e le responsabilità politiche. Un anno dopo quell’omicidio presi il diploma e lo misi dentro le valigie, come in tanti, in cerca di futuro, destinazione Milano. Palermo puzzava di morte e di prediche inutili ma io, per fortuna, ero ancora troppo giovane e libero per piangere la mia terra.

Palermo e Milano: due opposti, due opposte illusioni, entrambe italiane. Un viaggio allora solo in treno, in attesa del low cost. Andata, ritorno, e ancora andata e poi ritorno al punto da non sapere più distinguere il ritorno dall’andata. Un viaggio lunghissimo, il vero viaggio della mia vita, scoprendo e ascoltando me stesso accanto al finestrino e dall’altra parte, là fuori, i profumi e i diversi accenti dell’Italia intera, dallo Stretto alla Padania.

E il futuro è durato 23 anni. Milano mi ha dato tanto: formazione, sicurezza, esperienza, amicizie e affetti sinceri. Poi ha cominciato a stringersi e stringermi, sempre più chiusa fra la cerchia dei navigli, il business, il marketing, la moda tutta uguale, rigorosamente nera. E la corruzione. Milano, con la sua straordinaria storia di libertà e intraprendenza diventava più simile a Palermo che all’Europa, incantata e affascinata prima da un partito e poi da una coalizione sbagliata e gravemente malata, dalla politica clientelare, dalle tangenti e poi ancora da una crisi che oggi è tutta italiana. E inevitabilmente, negli anni, ho sentito il richiamo delle sirene. Mi mancava il mare, quello vero e profondo, gli orizzonti e le domande che solo un’isola senza ponti sa darti, e poi ancora una volta la libertà. Sì, così come mi ero sentito libero di partire, con il consenso di tutti, adesso, dopo 23 anni, volevo sentirmi libero di tornare, seppure con il consenso solo di mia moglie e la fiducia cieca di mio figlio, fra lo stupore un po’ invidioso e un po’ ammirato delle opposte sponde: "auguri, fai bene a lasciare questa città invivibile" – dicevano a Milano – "ma sei un pazzo, che ci vieni a fare qui, non pensi a tuo figlio?" – replicavano a Palermo. Sono passati ormai 6 anni dal ritorno a casa, e dico casa perché ho capito che il primo passo per diventare cittadini del mondo è riconoscere e amare la propria casa. E la mia casa è la Sicilia, che amo follemente con la sua bellezza struggente e sensuale. Una casa dove il mare, il sale e la lava sono più abbondanti della terra, e quindi una casa che poteva e doveva essere diversa necessariamente da Milano e dall’Europa.

Ma è una casa occupata, peggio che militarmente, da uomini intrisi d’asfalto, cemento e appalti, che al mare lasciano solo scarichi e benzina. Ho capito adesso che la mia scelta di andare via a 18 anni non è stata affatto libera. La voglia di crescere, la curiosità, il rifiuto del posto pubblico e della raccomandazione mi hanno "costretto" ad andar via. Non sono (ancora) pentito di essere tornato ma sono molto preoccupato e spaventato. La bellezza inimitabile di questa terra è solo un attimo rubato ad ogni giorno e il resto che ci circonda è assai peggio della cerchia dei navigli e rischia di trasformarsi in un divieto d’accesso assoluto ed eterno. E’ vietato sperare, vietato cambiare, vietato crescere professionalmente, vietato credere nella libera concorrenza e nella meritocrazia, vietato difendersi, vietato liberarsi da questa terribile piaga che è la Regione Sicilia, una corte di amici più che un parlamento, sostenuta da alleanze di nemici, un padrone assoluto in uno stato già troppo piccolo (in tutti i sensi) che è l’Italia. Questa Italia, lo sappiamo, si è ammalata rinnegando se stessa e le sue formidabili capacità, e Milano è proprio la testimonianza più concreta di quanto patrimonio abbia sprecato questo paese: culturale, economico, competitivo, innovativo.

Ma Palermo è un’occasione sprecata in più, di questo paese. Perché Palermo è un patrimonio di tutta l’Italia. E la Sicilia occupata dalla Regione, dalla politica e dalla mafia dovrebbe essere una preoccupazione prioritaria del nostro cosiddetto sistema paese. La Sicilia che seguì al maxiprocesso e alle stragi di Falcone e Borsellino provò a reagire, sentendo anche un qual certo sostegno nazionale. E’ emblematico il 1992, a Milano scorrono ancora tanti soldi e tante offerte di lavoro e improvvisamente scoppia tangentopoli mentre a Palermo sprofonda il buio più profondo con l’omicidio di Falcone prima e di Borsellino subito dopo. La città di Palermo pianse davvero. E profondamente offese, unite dal dolore e da troppe morti, reagirono Milano e Palermo, contro tangentopoli, la mafia, la viltà. Forse è stata l’unica volta che per davvero si poteva arrivare fino in fondo, uniti. Ma i tempi, le strategie e i fini purtroppo non combaciarono.

Siamo arrivati ad oggi e sappiamo com’è andata. Da una parte, lassù, si fronteggia la crisi con grande fatica contando sulle proprie forze, una sorta di nuova resistenza.

Si lavora, con l’afa o con la nebbia, inseguendo il Pil, come doguendo lo stipendio, sperando che questo mese arrivi ancora. Resistono, i milanesi onesti, aspettando che passi, ben consci della "casta" che rema contro e della distanza della politica, con la Regione Lombardia sempre più simile al peggio del sud, con tanti inquisiti e brutti personaggi che governano, decidono, sfasciano. C’è un sindaco nuovo a Milano ma la crisi è grande e i risultati ancora non si vedono. Milano resiste per fortuna anche alle tentazioni della camicia verde forse perché, oltre al tristissimo spettacolo di Bossi, Maroni e Calderoli, a Milano i giornali si leggono e i volti di Cuffaro e Lombardo sono noti, e sanno a Milano che la Sicilia che rende omaggio a quei volti è, in effetti, una regione a statuto autonomo, ovvero un esempio perfetto di federalismo.

E quaggiù? possiamo fare resistenza anche noi? E come? Con quali mezzi? Le Primarie del PD si sono rivelate un tragico boomerang per questo partito che continua in questa città a confondere, truccare e litigare, confermandola una terra di nessuno o, meglio, dei pochi eletti. E’ incredibile che la sinistra e le sue possibili incarnazioni non riescano ad esprimere un’alternativa possibile, e dunque a vincere, in una città così massacrata e terribilmente amministrata dal centro destra per ben dieci anni. Neanche quando l’avversario fa un clamoroso autotogol e quindi vincere è più facile, neanche in questo caso si vede il una volta, ma molto più il futuro di questa città. Rispunta Leoluca Orlando, l’ex Sindaco di Palermo protagonista dell’ultima primavera siciliana, poi annichilita dagli ultimi 10 anni di (non) governo di Diego Cammarata.

Ma un sindaco non basta, a Palermo occorre ormai una rivoluzione, che sappia convincere e coinvolgere i migliori cittadini. Una guerra senza limiti. Politica ma anche culturale, contro gran parte dei siciliani e di un pezzo dell’Italia. Saprà immaginarla e vincerla Leoluca Orlando questa guerra? L’alternativa è continuare a cercare disperatamente il futuro, ma sul treno per Milano ormai non c’è più posto.

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