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Zibaldone

Questione solo di mercato?

Tutte queste energie per scardinare quel poco che resta dello Stato Sociale in Italia. Il Governo Monti ora comincia a deludere quanti ne avevano salutato con entusiasmo l’avvento. Così è: da settimane l’Esecutivo (a quanto ci risulta) preme con caparbietà degna di miglior causa sul fronte dell’Articolo 18, e meno male che in questo Paese c’è pur sempre la Cgil (cosa mi tocca dire…!), la quale punta i piedi, alza i gomiti e, a ragion veduta, anche la voce. Già ci ritroviamo con un precariato ormai cronicizzato e che per sua natura compie uno scempio morale e sociale che va a detrimento della produzione, o produttività, ma questo i “fenomeni” dell’alta finanza e dell’imprenditoria non l’hanno ancora capito. Una simile miopia nella Storia d’Italia non s’era mai registrata. I Mercanti nel Tempio, i padroni dell’Italia, non ci parlano che di economia… Non ci parlano che di quattrini, e di quattrini nelle tasche di milioni e milioni di italiani ne entrano però sempre meno…

Naturalmente, i Mercanti nel Tempio ci ripetono che le “leggi” del Mercato sono leggi da non porre in discussione e che il Mercato non sbaglia mai e solo esso può far prosperare una nazione, una collettività. Ma è proprio il Mercato a strangolarci, il Mercato come esso si presenta da parecchi anni, senza regole, senza una vera disciplina, senza il controllo dello Stato. Noi siamo, sì, statalisti; a noi piace il potere centralizzato; la de-centralizzazione in Italia ha provocato, e provoca, scompensi e squilibri paurosi; ha creato, e crea, centri di potere politico, e perciò economico, che non garantiscono al cittadino le garanzie che il cittadino in tutta legittimità vorrebbe ricevere.

La de-centralizzazione in Italia è una greppia sulla quale si assiepano “pidocchi rifatti”, tizi e tizie “vestite a festa”, accaparratori e accaparratrici: fanno politica…! Svolgono una missione…! Avranno pur diritto a qualche agevolazione… In realtà, non hanno la più pallida idea di che cosa sia il bene pubblico, la “res publica” dei Romani. Siamo arrivati al punto in cui, oggigiorno, abbiamo il dovere di diffidare di chiunque si dia alla politica. Oramai il politico ha una sua “pelle”, un suo “sguardo”, perfino un suo “odore”: una somma di ‘elementi’ che in noi causa una inarrestabile crisi di rigetto.

In tre di questi tizi mi sono imbattuto giovedì mattina a Roma, in Largo Argentina, al posteggio locale dei taxi. Ho avvicinato il taxi di testa con qualche secondo di anticipo su di loro. Il tassista m’ha guardato, ma s’è subito voltato verso il gruppetto di individui assai impresentabili (puntualmente vestiti a festa…) e con agilità da ginnasta ha spalancato lo sportello del portabagagli.

Non essendo veri signori, i tre soggetti, dall’aria “padana”, si son ben guardati dal darmi la precedenza che mi spettava. Ho colto i loro sorrisi un po’ sinistri, la loro mercantile soddisfazione nel ricevere l’ossequio da parte del servile tassinaro. La loro gelida, goffa prepotenza. La loro ostile indifferenza verso un cittadino qualsiasi… La loro assoluta mancanza di tatto. Tipi così a Roma ne incontro tutti i giorni: mi domando in quali famiglie siano cresciuti.

Certo che qualche mese fa un numero incalcolabile di italiani s’aspettava qualcosa di buono da parte del Governo Monti, da parte del Governo “tecnico”. Noi non c’eravamo fatti però illusioni, e non ce ne facemmo dimostrandolo con tanto di nero su bianco. Nulla cambia in Italia, cari lettori, nulla. Al potere c’è gente convinta d’esercitare per diritto divino il potere… Guai a contraddirla… Guai a chiederle che ci renda conto del proprio operato. Sanno tutto loro… Noi dobbiamo soltanto ubbidire – e lasciarci dissanguare, per amore delle liberalizzazioni, del Mercato. Viviamo in tempi bui, assai più bui del 1943…

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