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Zibaldone

FUORI DAL CORO/ Onore alla sconfitta di Bossi

Non era uno simpatico Bossi. Era. Perché, politicamente, non è più. Non si era dimesso neanche quando l’aveva quasi preso la morte biologica; né dopo, quando, piegato da un corpo irreparabilmente stordito, si era ostinatamente abbarbicato all’ombra di sé. Tutto, pur di non lasciare. E’ così, inevitabilmente, fatalisticamente quasi, per gli uomini che si identificano con un’idea, per quanto discutibile e sfacciatamente terrena sia. Per gli uomini che un’idea animano, a un’idea si danno, danno una vita, in essa si immergono, come in un bagno lustrale, per non uscirne più, cosicché l’idea diventa la vita, la loro vita. Neanche allora si era dimesso. L’ha fatto ora. Ed è finito, perché è finita l’idea.

Uno come lui, che bruciava trecentomila chilometri l’anno, a comiziare, a fissare manifesti, a farsi irridere, a farsi insultare; ma anche ad incuriosire, a suscitare i primi consensi, a riattaccarsi all’anima e al ventre perenni dell’invettiva popolare, del mugugno esorcistico, della frase semplice e appagante, della parola scarnificata a redimere paure inconfesse: verso lo studio, i libri, la dottrina, ostili perché lontane; che non si stancava di affiancare il proprio volto anonimo e plebeo a quello identico di moltitudini non più povere ma ancora, e sempre, incolte e di volontà effimere; uno come lui, se si dimette, se lascia la politica, se lascia l’idea, perché l’idea è morta, muore con lei. Per questo: era.

Era antipatico, perché antipatica fu subito quell’idea, il suo "Roma ladrona", il mettere ambiguamente in luce certe mezze verità su attitudini al lavoro, su produttori e parassiti, su "terronia" e "padania", creature di un’immaginazione povera e pure strisciante nei bar, sui tram, per le strade, dovunque brulicasse il senso comune del Popolo, demitizzato dopo decenni di sacralizzazione salmodiante, e ammesso ad esibirsi in tutta la sua cruda goffaggine già proletaria. Era antipatico e volgare, di una volgarità essenziale, prima ancora che estetica, ma vera, diciamo pure schietta. E la volgarità, per essere schietta, non è per questo meno volgare. Ma era vero. Uno specchio, parte deformato, parte no, di ciò che storicamente, meccanimente, determina, nel famoso uomo medio, il benessere appena raggiunto eppure già in bilico, una giornata pacificata da un ciclo materiale copioso, che "qualcuno" o "qualcosa" mette a rischio. Era l’antipatia che maschera l’invidia, mai sopita verso chi rivendica senza veli la propria ricchezza e dice a tutti di non volerla ridurre né condividere, perché ritiene di doverne beneficiare solitariamente; l’antipatia di chi sconfessa la magia insinuante di concetti convenzionalmente sublimi, declinandoli alla luce impudica del proprio godimento materiale e della propria difensiva chiusura; l’antipatia verso chi ha la forza delle mezze verità, per cui i soldi se li tiene chi li produce.

Ed era vero anche nelle sue italianissime e levantine furberie, a cominciare dalla mistificazione di un melting pot frutto di decenni migratori, e tatticamente risolto nelle fantasticherie padanistiche, piene di stoicismo laboriosamente celtico, tanto remoto dalla realtà quanto utile, come ogni proiezione accomodante, a costruire mitologie a misura di scaffale.

Dopo aver partecipato proficuamente (e, unico, anticipato in solitudine) alla sarabanda di Tangentopoli, ha fatto politica, in tutte le sue versioni: governo, opposizione, amministrazione, ministeri congressi, liturgie (lui sul Monviso, come altri le fecero in fabbrica e altri ancora in sagrestia). E ha nutrito il moto cannibalesco con cui la politica, materiata di uomini e potere, finisce col distruggere l’idea da cui origina. Sempre, o quasi sempre. La Lega e il PD, dopo lo showdown del PDL (non di Berlusconi, scorza dura), erano gli unici partiti rimasti in lizza. E’ ovvio che l’indagine, a quaranta giorni dalle elezioni, non è una coincidenza, come non lo è per il PD. Ed è ovvio che il Tesoriere, come figura vistosamente emblematica della dissoluzione satrapica dei rimanenti partiti, è stato accuratamente scelto, da una ormai fin troppo rodata abilità mediatico-giudiziaria, per l’innesco di questa ennesima (forse definitiva) stagione

liquidatoria: di presenze e di strutture, "altre" rispetto alle Lobbies in grisaglia che dominano sul Paese. Ancora una volta, se si riuscisse a mantenere una visione lucida e distaccata, si vedrebbe che si tratta (dando per provato tutto quello che viene diffuso) di malversazioni anguste quanto marginali, se si considerano gli interessi in gioco: i vari milioni di voti nella zona strategicamente ed economicamente più rilevante del Paese, nel caso della Lega; l’ulteriore ridimensionamento di una sinistra già ampiamente asservita, nel caso di Lusi. Il tutto mentre si stanno decidendo gli assetti fiscali e lavorativi di varie generazioni di italiani, dopo aver glissato sul palese impoverimento e infiacchimento morale e politico di varie altre, consumato anch’esso sul fuoco delle pire panpenalistiche, all’ordine del giorno pure nel frangente bossiano.

Ma non si riesce. Deve averlo capito anche Bossi: peraltro corresponsabile di questo "metodo democratico", di questa immonda liturgia che oggi finisce anche lui. Si è dimesso: sarebbe un gesto di moderata dignità; ma quando non si dimettono i magistrati di Tortora, di Cagliari; i burocrati miliardari che hanno permesso Parmalat, infiltrato derivati, usurato e gabbato frotte di risparmiatori; gli accademici che hanno fatto apologia di omicidi; i giornalisti che comprano casa in nero da chi ha fatto causa al giornale che dirigono, e via enumerando, il congedo di Umberto Bossi lo consegna ad una dimensione solenne e tragica che ne sovrasta le meschinità e le colpe. Una pagina si è chiusa. Onore allo sconfitto.

 

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