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Zibaldone

Per filo e per segno

di Elisabetta De Dominis

“E se poi crescono questi bambini che sanno pensare, io come potrò comandare? – Allora il comandante ordina di tagliare tutte le pagine… Ma le storie non sono andate perse perché noi ce le ricordiamo e le possiamo riannodare. Le storie stanno nascoste nella nostra testa e certe volte noi non sappiamo che ci stanno. Il modo per scoprirlo sono i fili”.

Ero alla fiera del libro di Torino lo scorso week-end e, percorrendo un padiglione, ho sentito questo racconto: mi sono fermata come rapita. C’era una scolaresca multietnica che ascoltava Luisa Mattia narrare la storia “Per filo e per segno”, illustrata da Vittoria Facchini e pubblicata da Donzelli editore.

Grande magico insegnamento quello di cucire le storie: ti introduce nel labirinto che è la vita armato di filo. Per ragionare, per comprendere, per cavartela. Ma anche per tessere rapporti, per unire. Il filo è collegamento mentale, analisi logica sino a lavoro compiuto.

Un filo ha avvolto l’esistenza di Penelope dalla insidie dei Proci, un filo ha guidato Teseo dal buio alla luce.

Sono cresciuta con due nonne: una mi cuciva i vestiti delle bambole, l’altra mi raccontava storie. E io cercavo di emularle e non sapevo cosa mi piacesse di più. Cucire è una tecnica e più o meno bene s’impara, infatti inventavo modelli nuovi, ma non riuscivo ad inventare storie e mi chiedevo se avrei mai ricevuto questo dono. Tanto mi piacevano i racconti che mi ci tuffavo dentro e vivevo molte vite. E quando vivi, poi puoi raccontare… Cominciai con un diario e ora ho i cassetti pieni di storie che vorrei mandare per il mondo.

Per sapere se piacciono a qualcuno e magari se qualcun altro può srotolarle per farsi condurre fuori da qualche labirinto. Si narra per questo. Ho disegnato e prodotto vestiti, ma i vestiti servono solo per andare a passeggio, invece con le storie vai nei mondi e ti salvi perché le puoi cucire e disfare a tuo piacimento. Come la vita. Purché non ti perda in letture d’intrattenimento che addormentano il pensiero. Letteratura mediocre di cui erano pieni gli stand delle più grandi case editrici italiane. Prodotti preconfezionati da ghost writer per personaggi famosi o scritti secondo un cliché scontato per vendere alla massa e velocemente. Se un libro ti fa pensare, richiede tempo: si consuma piano e non fa guadagnare i manager delle case editrici che non sono degli intellettuali ma dei pubblicitari con il fine del business, ma si sentono dei comunicatori. Di carta straccia: ognuno srotola quello che ha… in bagno. Eric Vigne, direttore della saggistica della casa francese Gallimard, ha accusato i metodi commerciali del modello anglosassone che trattano un libro da bene effimero e considerano le tecnologie fini anziché mezzi.

Ma girando due giorni e mezzo tra 1200 espositori, ho fatto comunque il pieno di libri pubblicati da case editrici di qualità, quali La Tartaruga per la narrativa al femminile, E/0 Edizioni per le saghe familiari, Moretti & Vitali tra psicanalisi e mito, Ecig e Arethusa saggi sul mito, simboli e misteri, i piccoli libri della La Vita Felice e de Il Melangolo che ripubblicano racconti brevi di grandi classici…

Ho comprato perfino la traduzione di Christianopolis, scritto in latino nel 1619 di Johann Valentin Andreae, ipotetico fondatore della misteriosa confraternita dei Rosacroce, pubblicato oggi dalle Edizioni Lectorium Rosicrucianum. Sono così golosa di libri che non volevo perdere tempo a pranzare, ma per mia delizia sono finita nel salone del cioccolato e non c’è al mondo miglior cioccolato del gianduia torinese, come quello prodotto dalle aziende artigianali Pfatisch, Guido Gobino, Piemont, Gerla.

 

Ogni giorno andavo a scuola con una tavoletta di cioccolato gianduia e ancora oggi, se sento il suo inconfondibile profumo di nocciole, mi si apre un mondo: dalla testa in su e dalla testa in giù… Cosa c’è di più bello nella vita che leggere e gustare dei gianduiotti? A parte amare, ma si possono fare tutte e tre le cose insieme…

 

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