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Zibaldone

A MODO MIO/ La bambina nella fotografia

di Lugi Troiani
Kim Phuc quaranta anni dopo

Giugno  1972 il villaggio di Trang Bang, una cinquantina di chilometri a nord di Saigon, è bombardato dagli Skyraider dell’aviazione sudvietnamita, coordinata da supervisor statunitensi.

Manca un anno e mezzo alla fine del conflitto, e gli americani gettano a piene mani napalm per terrorizzare le popolazioni che appoggiano gli insorti del nord. A Trang Bang colpiscono col napalm anche il tempio Cao Dai, convinti che nasconda vietcong armati. Vi hanno invece cercato rifugio e protezione pacifici abitanti della zona, tra i quali bambini, fuggiti dalla battaglia per il controllo del territorio che soldati del nord e del sud hanno ingaggiato da tre giorni.

Con la pelle ustionata dalle fiamme, sbucano dal fumo dell’attacco aereo, bambini che piangono e urlano.

Sulla statale, la n. 1 che collega Saigon a Phnom Penh, c’è un giovane fotografo dell’Associated Press, Huynh Cong Nick Ut. Li scorge e arma l’obiettivo. In primo piano ha una bimbetta completamente nuda, il vestitino evaporato nell’impatto col napalm, la bocca apertdal pianto, le braccia allargate sulla strada, i piedini a correre sull’asfalto.

Con lei il fratello grande, le lacrime disperate di uno che ha perso tutto e la bocca come un buco aperto sull’orrore. Intorno altri bimbi che fuggono, militi in divisa che assistono indifferenti e fanno contorno.

La Leica di Ut, obbiettivo Summicron 35 mm, spara sulla scena una miriade di scatti in bianco e nero, alcuni con evidente regia e scenografia; poi tutto va all’agenzia. E’ AP che “taglia”, confeziona e decide il prodotto finale.

Qualche giorno, e il mondo getta un occhio nel profondo della guerra vietnamita attraverso la nudità bruciata di Phan Thj Kim Phuc, la bimbetta di nove anni che nel raid ha anche perso due cuginetti.

Alla Casa Bianca, Nixon che sa come certe immagini facciano il gioco di chi s’oppone al conflitto, se ne esce il 12 giugno con un “I’m wondering if that was fixed”. I dubbi del presidente su autenticità e spontaneità della foto, non impediscono a questa di guadagnare il Pulitzer e il World Press Photo of the Year.

Alla bimba dello scatto andò bene, nonostante le conseguenze del napalm su spalla e braccio sinistro non avrebbero mai smesso di procurare indicibili sofferenze.

Il fotografo Nick Ut la portò in ospedale a Saigon restandole amico per la vita. Il cineoperatore che aveva ripreso la scena per Itn riuscì a farla trasferire nell’americano Barsky Hospital, dove la salvarono e le ricostruirono per quanto possibile la pelle. Per un decennio fu esibita dalla propaganda del regime comunista come icona dell’eroica resistenza del david vietnamita contro il golia statunitense.

Nel 1992, studente a Cuba,sposò un connazionale e al ritorno dal viaggio di nozze a Mosca, profittando della sosta tecnica nell’aeroporto di Gander, chiese e ottenne rifugio politico in Canada. Nel 1996 incontrò a Washington, DC, al Veterans Day, un pilota che aveva coordinato l’attacco sul suo villaggio e seppe perdonarlo. In quell’occasione nacque l’idea della Kim Foundation International. L’anno dopo Unesco la nominò sua ambasciatrice di pace. Avrebbe continuato a ricevere onorificenze e riconoscimenti, incluse due lauree ad honorem.

Kim Phuc, che vive con marito e due figli nell’area di Toronto, si è fatta nel frattempo cattolica e spende gran parte del tempo a favore dei bambini vittime delle guerre. Nelle foto del sito, la pelle martoriata del corpo non più spigoloso, si sovrappone all’urlo disperato sulla strada per Saigon di un’esile bimbetta ustionata.

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