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Zibaldone

FUORI DAL CORO/ L’Italia che sa lottare

Sara Errani non è un soldato, non è un magistrato né un politico, è una tennista che come Francesca Schiavone e Flavia Pennetta, rappresenta una boccata di aria fresca per coraggio e volontà

Prendiamoci una boccata d’aria. Lo spread alto, i partiti in liquefazione, le giovani promesse alla Grillo e alla Scalfari che curano il loro debutto alle prossime elezioni politiche, quello che resta del Popolo delle libertà diviso fra la volenterosa ma improbabile corvè organizzativa di Alfano e una mediocrità ormai disvelata dall’assenza del Capo, onnivora ed insieme splendente: lasciamoli lì, tanto non se ne andranno presto. Come purtroppo non scompariranno presto le macerie dell’Emilia, e l’ennesima tegola sulla già malatissima testa dell’economia italiana (circa l’1% del Pil sotto le macerie, secondo Giorgio Squinzi, il neo Presidente di Confidustria), nonostante il vigore virtuoso testimoniato da questi cari compatrioti.

E volgiamo il nostro sguardo verso sorrisi vittoriosi, risultati conseguiti, lavoro ripagato e futuro promettente. Volgiamoci verso il volto commosso e pieno di Sara Errani, ragazza venticinquenne di Bologna, ma cresciuta a Massa Lombarda, provincia di Ravenna. Facciamolo insieme ai suoi concittadini de “la Masa” (come in romagnolo si chiama quel bel paesone), spaventati dal terremoto ma vivi e sempre vivaci, tanto da correre a stendere un bel cartello manoscritto per applaudire e sostenere le prodezze della loro figliola, pur fra le scosse di una terra improvvisamente incerta e infida. E facciamolo mentre il c.d. sport nazionale, il calcio, tributa l’ennesimo sabbah (ormai troppo ravvicinato al precedente, anzi: ai precedenti, per essere ritenuto casuale) all’avidità e alla frenesia concupiscente di uno spirito industriale che voleva promuoverne la bellezza e la fruizione, e invece si è rivelato come gran parte della dirigenza economica privata di questo paese: isterico, sleale e farlocco.

Lasciamo lì pure loro. E non perché nel tennis siano poveri. Non lo sono e non è nemmeno auspicabile che lo siano, ci mancherebbe. Anche se certi riconoscimenti arrivano solo in vetta, e non pure quando si è dei brocchi senza infamia e senza lode, fra una serie minore e l’altra, ma pur sempre magnificati di una decina di migliaia di euro il mese, quanti

oggi un piccolo imprenditore che rischia da una vita l’osso del collo neanche sogna.

E guardiamo questa atleta. Atleta: dal greco antico e`eÅNco^?o` athletés, a sua volta, da âthlos, lotta. Guardiamola mentre lotta: con la palla, con l’avversaria, con il sudore. Mentre presidia il campo dal fondo o quando lo attraversa per portarsi sotto rete, a chiudere una voleè, non solo un colpo spettacolare e quasi sempre vincente, ma pure una demarcazione, un messaggio, un avanzamento, nell’invisibile ma decisivo duello psicologico in cui si svolge il destino di una tennista. Perché la si chiude dopo avere costretto l’altra, con fendenti penetranti e precisi, affannarsi da una parte all’altra della sua metà campo, e a ribattere un’ultima volta con una traiettoria alta che va ad offrirsi come una testa alla ghigliottina.

L’occhiata sibilante e soddisfatta che ne accompagna l’esecuzione saetta coraggio e aggressività: ed incute rispetto e timore. E mentre seguitiamo a guardarla, proviamo a tornare con l’immaginazione, se non con gli occhi, alla durezza degli allenamenti, alle ore trascorse a battere e a ribattere, a colpire, a provare e a riprovare un colpo, un lungolinea, un rovescio a incrociare, un dritto violento e chirurgico, una battuta folgorante, una palla corta, finchè non esce dalla racchetta addomesticato e ubbidiente, finalmente modellato e sicuro come un incursore pronto per la missione sul fronte nemico. E alla solerte e paziente guida del Maestro, che con quel sudore convive, di quei colpi accompagna con lo sguardo vigile e proteso ogni centimetro, della meta finale non stanca mai di annunciare e garantire la conquista. E alla tenacia paziente e ingenua che dai quindici anni, quando Sara è diventata professionista ancora mezza bambina, e nutre un progetto troppo giovane per sopportare un nome tanto grave, e allora lo chiama speranza, desiderio, sogno, l’ha condotta alla finale del Roland Garros, da Massa Lombarda a Parigi.

Non è un soldato, non è un magistrato, non è un intellettuale, non è un politico: Sara Errani è una tennista. Come Francesca Schiavone, di Milano, che il Roland Garros lo ha vinto nel 2010, tornando in finale nel 2011, e Flavia Pennetta, di Brindisi, prima italiana a figurare nelle prime dieci giocatrici del mondo. Sono una boccata d’aria fresca queste ragazze, e lo sono perché alfieri del metodo e della continuità, dell’impegno e del coraggio, dell’autostima e della volontà.

Senza frignare. Senza congetturare. Senza chiacchierare. Lavorando e sorridendo. E di uno stile che, non sbandierato come certa sedicente sobrietà, e forse proprio per questo, pare farsi serietà e misura. Con le loro provenienze geografiche e con i loro comuni meriti sportivi, oltre che un modello, offrono una bella idea dell’Italia. Grazie e in bocca al lupo.

 

 

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